DA MY PRIVATE MIND A MY PERSONAL MIND

www.mypersonalmind.com

A cura della Redazione di My Personal Mind

Gentili lettrici e gentili lettori, innanzi tutto alcune informazioni relative all’attività di My private mind nel corso di cinque mesi. 134 articoli pubblicati (oltre 43 interviste, due reportage originali), 10000 contatti circa ( un terzo dei quali provenienti da altri Paesi) e alcune centinaia di commenti.

Malgrado questi successi, My private mind richiedeva decise migliorie ad iniziare dal nome. E’ parso che “personal” più che “private” descrivesse quanto la Redazione ha affermato sin dal primo giorno: condivisione e originalità di contenuti.

Le modalità di accesso sono state notevolmente semplificate, sia ricorrendo al link tradizionale www.mypersonalmind.com sia alle nuove modalità di contatto.

Per quanto riguarda i contenuti, saranno trascritti buona parte quelli pubblicati su My private mind mentre l’attività editoriale riprenderà questa settimana.

Le categorie hanno invece subito delle modifiche (società, spettacoli, liberamente, musica e poesia) più precise e nel contempo ampie rispetto a quelle precedenti.

La reale risorsa del blog, quella che ci caratterizza, si fonda sull’eccellente rapporto con quanti e quante sono stati coinvolti nella stesura degli articoli, collaboratori e artisti, sull’unità d’intenti tra i componenti la Redazione e sul nostro porci al servizio e in ascolto dei lettori raccogliendo suggerimenti e critiche.

Che l’avventura di My personal mind abbia quindi inizio!

ALL’INSEGNA DELLA CULTURA CHE E’ PREMESSA DI PACE “TRA LE PAROLE E L’INFINITO” – 10 Settembre 2014

Tanti i premiati per la letteratura che non conosce frontiere di stile né geografiche, e il riconoscimento alla carriera.

L’apice della commozione si é raggiunto con l’ingresso dell’attesa Stella della lirica mondiale Dominika Zamara che ha a sua volta “premiato” con la sua interpretazione ognuno.

L’evento é “Tra le Parole e l’Infinito. “Ad Haustum Doctrinarum” Premio alla Carriera Labore Civitatis, ideato dal prezioso cav. Nicola Paone, alla sua XV edizione, con il patrocinio del Comune di Casoria, del Comune di Santa Maria Capua Vetere e organizzato dall’Associazione Nazionale Polizia di Stato Santa Maria Capua Vetere (CE), i patrocini morali della RAI, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, del Ministero della Giustizia, del Comune di Pastorano.

L’intento dell’ormai famoso Premio , che é l’intento del suo fondatore Nicola Pavone, é diffondere la cultura consapevole che attraverso essa si fertilizza il seme migliore dell’umanità.

Cultura che ha un significato complesso e importante per l’equilibrio sociale perché é tramite di scambio e apporto tra e ai popoli al fine di allontanare quell’ignoranza che spesso é piolo per l’intolleranza, per la prevaricazione degli uni sugli altri, e sfocia in lotte fratricide in cui soccombono tutti, uomini e civiltà.

Ecco che allora diffondere Cultura diviene fondamentale e vitale.

L’Evento é quindi simbolo non di una elegante serata che pure é, non di una premiazione fine a sé stessa ma l’espressione importante di un progetto di Pace che passa attraverso il messaggio che é scambio culturale.

Ogni parte quindi ha avuto un ruolo che ha concorso al successo della serata e alla promozione dell’importante messaggio. Il Direttore Artistico nonché la scrivente intende con quest’articolo ringraziare in primis il cav. Nicola Paone per l’occasione ricevuta di farne parte ma soprattutto lo ringraziano tutti coloro che credono, come me, che l’occasione di fare sia solo in subordine all’occasione di dare.

Brunella Postiglione

L’articolo sarà pubblicato a breve anche sul blog www.mypersonalmind.com

LA FIGLIA PERFETTA

A cura di Mariagrazia Talarico

Oggi vi presenterò “La figlia perfetta” di Maruska Creanza. “La figlia perfetta” é un romanzo di genere fantascientifico che parte dagli anni ’80 per giungere ai giorni nostri.

L’opera d’esordio di Creanza ci lascia in preda alla suspense generando così emozioni contrastanti che turbano la coscienza umana: un misto di conflitti tra religione e scienza, valori spirituali e materiali, fede e dubbio, mistero e realtà.

Dall’inizio del romanzo ci imbattiamo in un primo nodo cruciale: il mistero della Sacra Sindone con la sua storia millenaria. Partiamo in un viaggio che comincia da un laboratorio segreto di New York per arrivare alla Terra Santa, verso Torino, dove é custodita la Sacra Reliquia… fino a ritornare a New York: il luogo dove prende il via la narrazione, dove Megan la protagonista cerca risposte riguardo la sua esistenza.

Qui si districa la storia che assomiglia all’intreccio di una ragnatela capace di intrappolare il lettore, come una preda, per farlo sentire parte di questa intricata vicenda.

Nelle pagine di Creanza si delinea un altro nodo cruciale, “la clonazione umana” con i suoi interrogativi etici: l’uomo può sostituirsi a Dio o alla natura? E se lo facesse quali sarebbero le conseguenze?

Megan é il nome della figlia perfetta! Perfetta per chi? Perfetta perché? Tocca a voi scoprirlo.. Questo romanzo può identificarsi, come rivela l’Autore, “nell’unione delle sue più grandi passioni: scienza – fantascienza – misticismo e naturalmente, amore, tutto questo arricchito da avventura e un po’ di sano romanticismo”.

La figlia perfetta” di Maruska Creanza vi aspetta!

E’ possibile ottenere ulteriori informazioni consultando www.gracefulbooks.com

CARLA TAINO E LA DIFFICILE AFFASCINANTE VITA DELL’ATTRICE

Contributo a cura di Roberto Ferro

Una conoscenza con Carla Taino iniziata casualmente, una occasione significativa (la ricorrenza del 25 aprile) e un luogo (una piazza del quartiere Barona di Milano) particolari. Il copione: le commoventi testimonianze di uomini e donne, partigiani.

E’ nata allora la curiosità di intervistare l’attrice che con voce limpida e commossa, spezzava per un attimo l’assedio del traffico e dell’indifferenza metropolitana.

Quando ti sei avvicinata al Palcoscenico?

L’avvicinamento al teatro è avvenuto, praticamente, per gioco, o meglio grazie al gioco. Ai tempi dell’università un paio di amiche, ed io di tanto in tanto, trascorrevamo le domeniche a Milano, al Parco Sempione, che diventava teatro delle nostre “performance” spontanee. Io e una di loro improvvisavamo dialoghi comici inventandoci di volta in volta personaggi diversi, mentre la terza faceva da pubblico.

Le mie amiche mi dicevano “che ero portata per il teatro”, ma a me il teatro sembrava la cosa più lontana dal mondo: da ragazza ci ero andata solo con la scuola. Mi sembrava quasi un luogo sacro. Mi ricordo che rimanevo incantata dall’odore del teatro e dal rumore dei passi degli attori sul palco. Poi, un giorno, mentre con le mie amiche nel parco assistevamo ad uno spettacolo di strada, gli attori mi hanno scelta come “vittima”, ingaggiandomi in una performance. E lì c’é stato il primo incontro con il pubblico: l’emozione, l’energia e poi l’applauso. E allora mi sono detta…”ma, sì, proviamo”.

Vita di attrice (attore) di provincia…

La vita dell’attrice di provincia ti costringe a reinventare giorno dopo giorno la tua professionalità. Se vuoi fare teatro, qui nelle terre nebbiose tra l’Adda e il Brembo, non puoi permetterti il lusso di essere “solamente” artista. Devi anche occuparti di fondare la tua “piccola” associazione e portarla avanti giorno dopo giorno, devi diventare PM, devi occuparti della parte commerciale e dei rapporti con le amministrazioni comunali e le altre associazioni del territorio. Non da sola, se hai la fortuna di incontrare altri che “stanno sulla tua stessa barca”.

E poi, quando finalmente vai in scena come attrice, proponi un lavoro che molto spesso hai curato anche dal punto di vista drammaturgico e / o registico.

Però le soddisfazioni arrivano, comunque, e ti danno la forza per non mollare tutto, anche se spesso la tentazione é forte.

Il tuo é dunque un teatro “globale”, non tradizionale?

Il primo corso che ho frequentato era di Teatro di Ricerca. Un genere “essenziale” fondato sulla centralità del corpo dell’attore. E’ stata un’esperienza sicuramente molto formativa e arricchente che mi ha stimolato a approfondire la ricerca verso una forma espressiva “a tutto tondo”. Poi, ben presto, ho sentito l’esigenza di indagare il potere della “parola”, della voce, l’utilizzo del teatro per “raccontare”, e così ho iniziato a formarmi nell’ambito del Teatro di Narrazione. Più assistevo a spettacoli di attori quali Marco Batliani, Laura Curino, Marco Paolini, Ascanio Celestini, spettacoli che hanno il potere di rapirti e di emozionarti, di farti ridere piangere e riflettere allo stesso tempo, e più sentivo quel genere teatrale come “mio”. E così ho intrapreso questa strada. Ho iniziato a frequentare seminari e a costruirmi un repertorio di storie da raccontare. Per grandi e per bambini.

Dato che il tuo pubblico é composto da adulti e bambini si rendono necessarie forme espressive e interpretative differenti?

Recitare davanti a un pubblico di bambini richiede la messa in atto di tecniche sicuramente differenti rispetto a quelle adottate per un pubblico adulto. Tuttavia penso che per recitare davanti a grandi e piccini sia necessario possedere un requisito fondamentale, ovvero la “credibilità””. Credibilità vuol dire “essere presente nel qui ed ora”, stare sul palco con energia e autenticità: col corpo, la testa e il cuore. Se ti appassioni per quello che metti in scena, la passione arriva anche al pubblico. Viceversa, se sei lì solo per guadagnarti la giornata, se non credi in quello che fai, in qualche modo il circolo virtuoso dell’energia tra attore e pubblico si blocca e allora lo spettacolo non funziona.

La tua arte si colora nettamente di impegno sociale e politico. Quale percorso ti ha condotta a esprimere l’arte in politica (nel senso nobile del termine)?

Nella mia vita la politica é venuta prima dell’arte. Ero studente negli anni ’90, quando ancora la sinistra extraparlamentare sembrava un punto di riferimento credibile per i movimenti. Ho frequentato i Centri Sociali, ero a Genova durante il G8.

Assieme alla passione politica coltivavo la passione per la storia: dopo che avevo mollato l’università tornavo dal lavoro e passavo interi pomeriggi a studiare storia. Soprattutto il Nazifascismo e il sistema concentrazionario. Leggevo saggi ma anche testimonianze, autobiografie, romanzi.

E più leggevo e più sentivo l’esigenza di raccontare quello che avevo appreso. E così quando poi nella mia vita é entrato il teatro, l’incontro é stato naturale. Il teatro é diventato la forma espressiva per dare corpo e voce alla mia esigenza di raccontare ciò che é stato.

L’espressione del corpo, l’attenzione per le emozioni.. Come ti descriveresti?

C’é stata tutta una fase della mia vita artistica in cui un attimo prima della rappresentazione avrei voluto essere ovunque tranne che sul palco. Ci sono voluti anni prima di riuscire a gestire l’ansia da palcoscenico. Un’ansia così forte che mi pervadeva fino all’attimo stesso in cui entravo in scena. Mi si bloccava lo stomaco, il cuore batteva forte. Poi arrivava l’adrenalina che mi sosteneva e mi faceva vivere emozioni indimenticabili.

Adesso va un po’ meglio e riesco a bere persino un caffé!

Sei musicista? E di quale genere musicale?

Non sono musicista. A 40 anni ho deciso che era arrivato il momento di fare entrare la musica nella mia vita. A Bergamo esiste una tradizione folk molto forte, così mi sono incanalata su quella scia iniziando a studiare l’organetto diatonico e cimentandomi nel canto popolare. Spero in un domani di riuscire ad integrare pienamente queste esperienze nei miei spettacoli. Per il momento però mi godo la musica come un bel divertimento, un qualcosa di appassionante ed arricchente.

Quali progetti per il futuro?

Il progetto é minimale: resistere, resistere, resistere!

Questa crisi sta mettendo a dura prova le piccole compagnie come la mia. La mia associazione, Colpo d’Elfo, per anni ha lavorato principalmente con gli enti pubblici, i quali ora stanno alla canna del gas. E anche i privati non navigano nell’oro. Ci si mette tanto impegno a produrre uno spettacolo (che si é costretti a vendere sottocosto) e poi si rischia di “portare a casa” solo poche date.

Vivere di solo teatro ormai per me é un’utopia. Per cui si é reso necessario integrare il lavoro dell’attrice con un lavoro part time che mi garantisca un minimo di solidità. Ciò mi porta ad avere la testa sempre vigile per “tenere insieme i pezzi” della mia vita professionale (e non solo) con tutta la fatica che questo comporta.

ROBERTA SDOLFO TRIBUTO A ELLA FITZGERALD

Contributo a cura di Roberto Ferro

Era una bambina candida e timida seppure ambiziosa, combinazione di insicurezza e determinazione” (Luciano Federighi) Poche parole ma che descrivono efficacemente la personalità di Ella Fitzgerald, poliedrica cantante di colore americana, soprannominata Lady Ella e First Lady of Song.

Prosegue la rassegna “Jazz in rosa”, rassegna di voci femminili, presso la Cantina Scoffone, Via Pietro Castoldi 4, Milano. Roberta Sdolfo, cantante e il duo d’accompagnamento composto da Alberto Bonacasa (piano) e Luca Garlaschelli (contrabbasso), hanno offerto una ottima interpretazione delle canzoni di Ella Fitzgerald garantendo una immagine realistica e raffinata della sua complessità.

L’esibizione, fatto positivamente inconsueto, si é giocata nell’alternanza equilibrata di osservazioni e biografiche relative a Ella Fitzgerald e esibizione musicale.

I’m in the mood for love”, un preludio alle tastiere lento e romantico con il ritmo che progressivamente si concentra nella voce. L’amore nasce dal cuore e si esprime con la voce! Roberta Sdolfo, con continue vibrazioni vocali e dell’anima conduce nel palpitare dell’amore, comunicazione nobile ingentilita e resa allegra dal sorriso e dall’abbraccio simbolico conclusivo con i musicisti del trio

How high the moon”, mi ha trasmesso l’intimità profonda del dialogo incessante tra strumenti e voce in un saliscendi continuo di fraseggi musica e canto. Una esibizione allegra così come la luna risplende alta in cielo quando l’animo é sgombro dalle nubi della tristezza e della malinconia.

Probabilmente per una frustrazione subita da ragazzina”- afferma Roberta Sdolfo – “o forse a causa della sua stessa personalità insicura, Ella fu affetta per tutta la vita da fobia da palcoscenico. Per quanto possa sembrare impossibile, la sua verve e l’allegria erano una reazione a questo profondo antico dolore. Su questo, Roberta Sdolfo sembra mettere l’accento quasi desiderasse in qualche modo schierarsi dalla parte della categoria degli insicuri donando loro, con queste affermazioni, una sorta di consolazione e incoraggiamento”.

Recitando i versi della grande poetessa polacca Wislawa Szymborska (premio Nobel per la letteratura)

Pregava Dio,

pregava con fervore

perché facesse di lei

una felice ragazza bianca,

E se ormai é tardi per questi cambiamenti,

allora Signore Iddio, guarda quanto peso

e togliemene almeno la metà.

Ma Dio, benevolo, disse: No.

Le posò soltanto la mano sul cuore,

le guardò in gola, le carezzò il capo.

E quando tutto sarà compiuto – aggiunge –

mi allieterai venendo a me, mia nera gioia, tronco piena di canto”

(da “Poesia da perdere il fiato”)

Someone ti watch over me” , nelll’esecuzione di Roberta Sdolfo, ha meritato questo lungo preambolo. Mi ha commosso questaa preghiera, lenta e raccolta, intima e concentrata su un granello di melodia splendidamente interpretata.

Ella Fitzgerald non cessava di sorprendere. Dopo tutto, vinse 10 Grammy e vendette (allora, tuttavia, forse era più facile) 80 milioni di dischi! Riuscì a trasformare in musica “colta” una filastrocca di bimbi. Un critico disse che Ella Fitzgerald “era l’unica artista ad essere entrata nel commerciale e esserne uscita artista”.

In “A tisket a tasket” una filastrocca, appunto, Ella Fitzgerald ha creato un percorso sottile e solido nel contempo, sospeso tra ritmo e allegria Roberta Sdolfo ha mantenuto questa impostazione!

Roberta Sdolfo non ha creato una pura e semplice interpretazione delle canzoni di Ella Fitzgeral! Ha creato abilmente un “viaggio” su più dimensioni: musicale, personale, storico e poetico. Ha offerto al pubblico una prova della propria personale abilità vocale e, se desideriamo, di docente di canto, associando mimica, allegria, storia della musica e del costume.

DAGMAR SEGBERS E MICHELE FAZIO MUSICA DI LIBERTA’

Contributo a cura di Roberto Ferro

Martedì 2 settembre la Cantina Scoffone, Via Pietro Custodi 6, Milano, ha dato avvio al nuovo anno d’attività presentando due musicisti d’eccezione: Dagmar Segbers, voce solista, e Michele Fazio, tastiere. Una scelta che si é rivelata sicuramente felice.

Another day”, inizialmente melodia intima e soft sale, nell’arrangiamento del duo, con gradualità di tono. Il primo pezzo di un concerto influenza sempre l’intera esibizione e questo non ha fatto eccezione. L’esecuzione ha superato la consuetudine (i pezzi eseguiti sono quasi tutti classici) e si è addentrata su tonalità inconsuete e nello stesso tempo rispettose dello spirito del compositore. La voce di Dagmar, naturale e intensa allo stesso tempo, limpida e sofisticata, mi ha allontanato rapidamente dalla frenesia della giornata.

Estate, il sole che ogni giorno ci scaldava, che splendidi tramonti dipingeva, adesso solo brucia con furor…Tornerà un altro inverno”. “Estate” di Bruno Martino, scelta sicuramente ironica al termine di una stagione tanto infelice, ha avvolto il pubblico con un velo di sottile tristezza. Dagmar ha affrontato coraggiosamente questo classico della musica melodica italiana evidenziando uno dei suoi talenti più gelosamente custoditi: la forza di volontà che l’ha condotta, tedesca di nascita, a padroneggiare perfettamente anche italiano e inglese. Solo la dizione perfetta le ha consentito di interpretare questo testo difficile facendo vibrare le emozioni del pubblico. L’accompagnamento alle tastiere di Michele Fazio ha valorizzato un gioco di squadra del duo notevole.

A woman is sommertime thing but not for me” – “Summertime” di George Gershwin ha offerto l’occasione di una interpretazione intensa e morbida nello stesso tempo. Dagmar e Michele hanno intessuto canto e melodia sonora, romanticismo e disperazione, realismo e speranza. Con una interpretazione intensa e morbida nello stesso tempo, connubio di romanticismo disperato e slancio di vita futura. Sicuramente, “Summertime” si é rivelato uno dei brani meglio eseguiti della serata.

Con virtuosismo un po’ irriverente, Michele Fazio ha eseguito un brano esclusivamente strumentale “Riflessione tormentata” Personalmente ho ammirato il suo stile di esecuzione decisamente originale: trasporto, animosità, intensità, vitalismo, mimo. Uno stile che mi ha divertito e nel contempo emozionato, intrecciandosi con la voce di Dagmar, in grado di delimitarsi dei confini positivi e alieno da assolo fuori luogo. Dita che scorrono rapide sulla tastiera e sguardi che le inseguono.

The whole day through just an old sweet song keeps Giorgia on my mind” – Giorgia di Ray Charles… Sicuramente una delle canzoni più intense e di più difficile interpretazione della musica leggera internazionale. Dagmar é riuscita, con apparente semplicità ed immediatezza, a trasmetterci l’invocazione di un uomo rivolta alla propria donna, preghiera non urlo rabbioso oppure melodrammatico.

Il concerto si é concluso con un augurio luminoso “Wonderful world”. Gli artisti hanno affrontato con successo un testo reso difficile dalle innumerevoli cover non sempre adeguate e musicalmente valide e Dagmar é riuscita a sposare delicatezza e originalità interpretativa.

Una serata ed un luogo affatto speciali, quindi. Soprattutto una musica che mi ha condotti dal blues e dall’atmosfera degli anni ’30 americani alla melodia classica italiana. Mi auguro che la bravura di Dagmar Segbers e Michele Fazio possa ricevere riconoscimenti e spazi d’esibizione adeguati

NUNZIO MEO: DAL RICICLO ALL’ARTE

Contributo a cura di Anna Falco

Nunzio Meo, uomo sensibile e dall’animo nobile, artista poliedrico, unico nel suo genere sapendo coltivare le tradizioni di famiglia (arte e artigianato) arricchendole con eleganza, stile e fantasia. Uno dei più noti artisti campani contemporanei soliti utilizzare nelle sue originali opere di denuncia politica e sociale, materiale di riciclo recuperati dai diversi centri rurali e dalle inquinanti discariche di periferia dell’agro nolano, nel voler raccontare fatti e misfatti della odierna quotidianità.

Decine di premi nel suo illustre curriculum tra i quali un primo premio per la scultura e uno per la fotografia, mentre molti sono i riconoscimenti da parte di diversi critici d’arte su scala nazionale per le caratteristiche distintive delle originali opere d’arte povera e di land art.

Maestro, mi parli di lei

Nacqui a San Paolo Bel sito (Na) dove sono rimasto fino all’età di sette anni e subito dopo la prima elementare, nel 1972, la mia famiglia decise di cambiare luogo di residenza trasferendosi a Nola.

Nola divenne così la mia città adottiva...

Da subito fu amore a prima vista in quanto rimasi affascinato nell’assistere per la prima volta alla celebrazione della Festa dei Gigli in onore del Santo e Vescovo Paolino. Fui attratto in particolare da quelle artistiche e gigantesche guglie in cartapesta che danzavano festanti a ritmo di musica per le vie cittadine.

Discendo da una famiglia di artisti in quanto mio nonno materno, Mastro Nunzio Mirra e suo figlio Giuseppe, mio padre Mastro Chiaro Meo detto Mastro Mario, sono stati illustri e specializzati intagliatori di stucchi d’opera monumentaria e architettonica su tutto il territorio campano, mentre mio zio Peppe Mirra é stimato pittore scultore e poeta, oggi docente in pensione.

In breve! Appena dodicenne ho scoperto la pittura presso la Galleria “Arte Globo” di Nola ed é stato amore a prima vista per l’arte. Alle medie ho scoperto il talento che reputo ereditato da mio padre Mastro Mario quanto da parte di mia madre Carmela perché suo padre Nunzio era stuccatore e intagliatore di figura e ornato mentre il fratello Giuseppe, pittore e scultore. Dopo la maturità artistica ho proseguito gli studi presso l’Accademia di Belle arti di Napoli seguendo il corso di Scultura diretto dal Maestro Augusto Perez e nel 1989 mi sono laureato.

Mi racconti delle sue prime esperienze artistiche

Giovanissimo mi sono dedicato alla ricerca plastica ornamentale frequentando per impratichirmi le botteghe artigiane locali della cartapesta nolana e le fonderie artistiche dei Maestri Cav Giuseppe Tudisco, Paolino Scotta, Paolino Vecchione, e la fonderia artistica nolana del Maestro Pasquale Del Giudice per apprendere le tecniche di fusione.

Grazie alla frequentazione di questi ambienti artistici e artigianali, nel 1984, come prima vera esperienza formativa personale, ho realizzato presso la bottega del Maestro Paolino Scotta il modello in argilla e il calco in gesso (negativo) del medaglione in bronzo anticato. L’opera rendeva omaggio al Santo Paolino Patrono e Vescovo di Nola, raffigurante il suo volto posto di profilo, con diametro di cm 40, prodotto a tiratura limitata. Ho poi eseguito la fusione e la finitura del medaglione presso le fonderie di Pontecorvo a Napoli.

Questa realizzazione – aggiungo – ha fatto conoscere ai propri compaesani le sue doti di scultore, consentendogli di raccogliere i primi apprezzamenti delle Autorità locali e dai concittadini divenuti quindi estimatori e mecenati.

Il suo racconto, Maestro, mi affascina. …

Negli stessi anni la passione per la storia locale e l’archeologia mi ha visto impegnato come componente del’Antiquarium Archeologico Nolano” e del gruppo “Storia Patria” della Pro loco città di Nola sotto la presidenza prima del Prof Gaetano Minieri e successivamente del Dott Gaetano Profeta, infine del Prof Alfonso Porcello.

Nel 1985 partecipo al gruppo di giovani artisti locali “Ricerca undici” di Nola di cui fanno parte gli artisti locali S Ambrosio, G Coppola, D Cristiano, E Errico, CS Fusco, R Iossa, G Basilicata, P Castaldo, A Ciccone, F Cilvini, F Policastro e N Meo, con mostre collettive e estemporanee organizzate sull’intero territorio campano.

Nel 1986, per invito della Pro san Paolo ho dedicato al mio ambiente nativo una mostra personale di pittura e grafica dal titolo “Omaggio a San Paolo Belsito”.

Nel 1990 ho vinto il concorso per titoli ed esami e assegnato all’Istituto Statale d’Arte “U Boccioni” di Napoli.

Questo, Maestro, é il percorso che l’ha formata. Ma Lei vanta numerose attività artistiche e culturali. Mi può descrivere quelle più importanti?

Tantissimi i miei lavori per il recupero di simulacri e tele del 700 – 800 napoletano e non: per citarne solo alcuni Madonna del Rosario del XVIII sec presso la chiesa di S Michele Arcangelo di Taurano (Av), Gesù Crocifisso del XVIII sec chiesa di S Erasmo di Saviano (Na), S Sebastiano del XVIII sec chiesa di S Sebastiano Martire di Brusciano (Na), Maria SS Immacolata del XVII sec chiesa San Felice in Pincis di Cimitile (Na). Un elenco utile per quanti desiderassero ammirare queste opere d’arte nella sede originaria.

Ho inoltre coadiuvato e collaborato con l’architetto Prof Emilio Castaldo (studioso di architettura preistorica e protostorica) e con l’Architetto Vincenzo Franzese nella interpretazione e riproduzione plastica di architetture preistoriche quale la Capanna 4 del villaggio del bronzo antico scoperta nella località Croce Papa di Nola, esposto al Museo del Mediterraneo di Livorno. Ho anche realizzato la ricostruzione in scala reale della capanna 4 del medesimo villaggio nel Parco Archeologico di San Paolo Bel Sito Località Vigna in collaborazione con gli architetti Emilio Castaldo e Vincenzo Franzese di Genius Loci ONLUS.

Ed ora?

Attualmente insegno Discipline Plastiche e Scultoree presso il Liceo Artistico “Bruno Munari” di Acerra (Na).

Nell’anno 2005, con la collaborazione di docenti esperti quali i Professori Giovanni Sistenti (ebanisteria, intaglio ed intarsio) e Aldo Fiorillo(restauro del mobile antico) ho promosso la realizzazione e la donazione della “Croce d’Arte” alla Compagnia di San Paolino custodita nel Duomo di Nola.

Mie opere figurano in collezioni pubbliche e private (le ultime opere di luce create con carta e cartone riciclato, spopolano in tutte le mostre per lo spettacolare effetto di luminoso che si crea nel buio di Napoli sotterranea, Tunnel Borbonico, catacombe e corti di nobili palazzi storici) con il loro significato di protesta sociale.

NUNZIO MEO 2Nunzio Meo desidera infatti denunciare il degrado sociale e la malvagità umana. Maestro, nel sentire raccontare la storia della sua vita, la mia mente é corsa alla grandiosità della cappella Sistina. Quasi, l’ho vista nei panni di Michelangelo descriverla a pennellate faticose ma decise. La ringrazio per avermi fatto sognare ad occhi aperti e auguro che il suo nome resti impresso nella storia dell’arte.

RAFFAELE CRISAI: NAPOLI E’ UN MONDO DA SCOPRIRE

Contributo a cura di Roberto Ferro

Napoli, dal punto di vista dell’arte, della musica in particolare, é un mondo sorprendente. Se ci avvicineremo con rispetto e curiosità scopriremo espressioni d’arte che non raggiungeranno magari un pubblico nazionale ed internazionale ma che, non di meno, sono apprezzati da giovani e meno giovani.

Raffaele (Raffy) Crisai, personalità sfaccettata, compositore musicista e attore caratterista, offre ai nostri lettori l’opportunità di ottenere preziose curiose informazioni.

Come e quando é iniziata la tua carriera artistica?

La mia carriera artistica ha avuto avvio negli anni ’80 quando ho iniziato a scrivere poesie e componevo dei motivetti con una pianola… Punti di riferimento iniziale sono stati Franco Ricciardi e Ciro Rigione ed a loro sono riconoscente.

Seicento canzoni sono molte….

Tramite il connubio tra testo e musica componevo le canzoni che proponevo a vari artisti partenopei. Suonavo a orecchio e mi veniva bene cantare…perché mi veniva bene farlo.

Per quali artisti hai composto?

Ho composto molte canzoni, più che per me, per vari big. Cito alcuni nomi: (???? che nome) D’Onofrio, Gino Da Vinci, Anna Merolla, Franco Calone, Gianni Celeste, Lino Tozzi… Come vedi tutti nomi della musica popolare partenopea attuale.

La tua esperienza di attore?

Si tratta certamente di film amatoriali ma …non solo. Il film Misto parla di razzismo tra due ragazzi, lui di colore e la ragazza bianca…Ma alla fine trionfa l’amore. Il mio ruolo é stato di paroliere, di autore dove nel film proponevo le mie canzoni ad un boss. Avevo la passione di cantare. La regia é di A Kader Alassane.

Mi potresti parlare del colossali biblico?

Per quanto riguarda il kolossal biblico la regia é di Enzo Donnarumma. Il film fu girato sulle montagne di Benevento. Il mio ruolo era quello di prete – fariseo. Indossavo un abito da prete e pronunciai alcune parodie contro Cristo, gli scagliai pietre, insulti e sputi…Per me fu una esperienza che non dimenticherò mai perché, dopo aver girato le scene sfogai in lacrime le emozioni che avevo vissuto…In realtà Gli chiesi perdono.

Cosa significa “comico ironico”?

Significa che io non prendo mai le cose sul serio. Anche se sto vivendo attimi di terrore trovo sempre l’ironia e la comicità per sdrammatizzare le cose.

Che programma é I 3 Spaccanapoli?

La Squadra 3 Spaccanapoli è un serial televisivo al quale partecipò anche la buonanima di Pietro Taricone. Il mio ruolo era quello di detenuto che giocava a carte nella cella di un boss, dove vinceva sempre lui ed io, non potendo sfogarmi con il boss, buttavo le carte per terra…Andavo su tutte le furie per la sua fortuna..:Spaccanapoli non era il titolo del programma ma quello del quartiere di Napoli dove si girava la maggior parte delle scene del film La squadra 3.

Mi potresti parlare del film Il nuovo ordine mondiale con Enzo Iacchetti?

Il nuovo ordine mondiale con Enzino Iacchetti e Stefania Orlando, regia di Fabio Ferrara, é un film pieno di ironia. Enzino Iacchetti vorrebbe sanare i problemi di delinquenza presenti a Napoli e per questa ragione viene minacciato da un delinquente al tavolo del ristorante di un hotel a Caserta. Ho ottenuto un ruolo secondario come cliente del ristorante…Assistendo all’episodio…mi sono alzato e l’ho affrontato (il boss).

Hai all’attivo altri film, mi pare… Uno che uscirà tra poco.

Ho da poco finito di girare un film a Roma intitolato Lo chiamavano Jeeg Robot, regia di Manetti. Io faccio la parte del bagarino napoletano (fondamentale era l’accento napoletano) Poi un personaggio era dotato di poteri sovrumani che si reca allo Stadio Olimpico, alza la transenna ed entra (gratuitamente) facendo accorrere molti tifosi senza biglietto.

Poi, infine..

Tra poco uscirà una fiction intitolata Sodoma, la scissione di Napoli, regia di Gaetano Damiani. Il film narra della malavita (camorra) e l’uccisione di Verde alla 167 (una ragazza che bruciarono viva). Nel film io reciterò nel ruolo di guardaspalle e consigliere di famiglia di un boss…In attesa di proiezione su canale RAI

Progetti per il futuro?

Ho collaborato e collaborerò con gente di spettacolo quali Mary Fabbricino, Antonio Alfano, Massimo Pacillo e Nunzia Di Somma. Valuto una proposta di Alfredo Della Volpe, scrittore e sceneggiatore del film Il segreto del Barone Cassandro che prossimamente si girerà a Agerola e un altro film ambientato nel 1918 con intrecci di nobili con l’ambiente camorrista dell’epoca. Il mio ruolo sarà quello di un braccio destro di un boss . Di più non posso dire! Le musiche saranno curate dal Maestro Stelvio Cipriani. Dovranno uscire anche alcuni corti che ho curato. Non dimentico, una bellissima storia di un ubriacone che uccide la moglie e maltratta un bambino. Il mio ruolo é quello di un poliziotto

STEFANO SERINO: MACCHIETTA UOMO ORCHESTRA E INTERPRETE DELLA CANZONE NAPOLETANA

Contributo a cura di Roberto Ferro

Mi incammino per la via principale di Agropoli, isola pedonale. E’ sera, vigilia della festa patronale. La festa, al Sud, é sempre popolata da interessanti protagonisti: la folla, innanzi tutto, artisti di strada, madonnari, musicisti reggae.

D’un tratto mi presentano un artista che definire cantastorie appare, come si vedrà, tra breve, estremamente riduttivo. Stefano Serino é giovane, artista completo e, per mestiere e amore dell’arte, in continuo movimento.

Come si diviene artisti poliedrici a Napoli: per tradizione, retaggio familiare, amicizia oppure scoperta?

Prima della televisione esistevano compagnie girovaghe teatrali come i Cafiero, i Fumo i De Filippo ed altri ancora. Erano nuclei familiari e lì entravi necessariamente a far parte del cast. Ma ad ogni modo l’artista si rivela da sé se incontra l’humus giusto: ad esempio, Totò che non vantava famiglia artistica alle spalle.

Quale é stato il tuo percorso d’artista?

Il mio caso é come quello di Totò. Non per levatura artistica ma ho incontrato persone che hanno stimolato il mio interesse per la cultura musicale e napoletana facendo emergere la mia passione.

Provo a sbloccare le persone da comportamenti “artificiali”, imposti dai costumi e dai valori attuali, per riportarli a quelli naturali e spontanei.

Napoli é terra di macchiette (Totò e de Filippo) ma anche di protesta (Iaia Corcione). Dove collochi la tua arte?

La strada é una necessità e una scelta ma ogni luogo é un possibile palcoscenico. Ho pubblicato due CD (La Macchietta e Cantastorie Napoletano), una macchietta a fumetti e il libretto illustrato del Guerracino e tra poco sarà pubblicato il mio libro di sonetti napoletani.

Di significativo é che ogni volta che in strada si riesce a creare questa tensione scenica che solo nel silenzio del teatro puoi ottenere, questa é magia.

Potresti descrivere ai lettori il significato di “uomo orchestra”?

Veramente mi definisco “Uomo Banda” ma va bene lo stesso. E’ una icona della musica di strada. E’ forse l’esito necessario per chi vuole coniugare la propria passione musicale come lavoro quando non é sufficiente vivere di soli ingaggi.

La canzone napoletana é un mondo tutto da esplorare: dai neomelodici ai cantanti tradizionali al fusion. Quale é la tua esperienza?

Ho iniziato con un gruppo di musica popolare, gli Scatavajasse. Poi ho suonato il clarinetto in una band e ho approfondito gli studi musicali diplomandomi in solfeggio e studiando fisarmonica, per sfociare, infine, nella canzone classica napoletana con tutte le sue diramazioni. Per questo ho studiato canto per tre anni.

Che esperienza hai cumulato in veste di street artist?

Ci sono molti modi di essere busker. Il mio mi porta spesso a fare la vita del giostraio, del mercataro, girando di paese in paese col caravanv in attesa di eventi quali feste patronali, fiere, segre.

Hai progetti per il futuro?

Ho in cantiere un trio / quartetto sempre con questo repertorio: Napoli e la sua gente!

MUSICA NUOVA I GIORNI DELL’ASSENZIO A EATALY DI MILANO

Contributo a cura di Roberto Ferro

Tutto mi sarei aspettato varcando la soglia di Eataly alcune settimane or sono, salvo scoprire l’eccellente proposta musicale di una giovane band dal sound alternativo.

Dall’ascoltare la musica al desiderio di intervistare i componenti della band, il passo si é rivelato fortunatamente breve grazie alla disponibilità dei musicisti.

Quando avete iniziato nel 2012 da quali esperienze musicali provenivate?

Mattia De Iure (voce e chitarra): “Provengo da varie esperienze musicali che spaziavano dal blues all’alternative rock, compreso un progetto di inediti”. Mauro Bucci (batteria e cori):” Ho sempre suonato punk rock californiano per poi scoprire la passione del rock alternativo”. Tania Gianni (basso e voce): “In origine suonavo la chitarra in vari gruppi rock per poi passare al basso”.

Siete arrivati primi, se non erro, ad un concorso: esperienza utile che ripetereste?

Siamo arrivati primi al contest for maggio che si tiene ogni anno a Lanciano (CH). Il che ci ha permesso di essere notati dalla nostra etichetta discografica, Ridens Records, portandoci a firmare un contratto e quindi alla pubblicazione del nostro primo disco, Immacolata solitudine. Soprattutto ci ha permesso di conoscere persone fantastiche (musicisti e non) con cui siamo ancora in contatto. Sì, quindi é una esperienza da rifare!

Nella band dominano incontrastati basso e chitarra, senza batteria e fiati. Scelta ponderata oppure casuale?

L’idea originaria era proprio quella di formare un power trio d’impatto scenico e sonoro. Molto semplicemente, desideravamo sperimentare questa soluzione minimale e vedere cosa ne usciva fuori “giocando” molto con gli arrangiamenti vocali. Il risultato ci è piaciuto molto.

La vocalità maschile – femminile é relativamente insolita sullo scenario italiano (nel quale predomina lo schema leader più eventuali vocalist). Quali le motivazioni alla base di questa scelta?

Molto semplicemente avendo due cantanti vocali, il risultato ci é piaciuto molto.

I vostri pezzi sono attraversati dalla protesta contro l’immobilismo della società di provincia (e non solo). Che posizione assumete: protesta tout court, incitamento ad aggregarsi solo sulla base della musica oppure cambiamento operoso in cui la musica riveste un ruolo importante.

In realtà nessuna delle tre. La protesta in sé é già qualcosa di importante perché denuncia una situazione che non va. Ma se non é accompagnata dalla consapevolezza del fatto che cambiare non vuol dire solo smettere di non fare, é pressoché inutile. Bisogna completamente rivoluzionare il background culturale che si é instaurato nel nostro Paese. Noi, con la nostra musica cerchiamo di contribuire a questa rivoluzione della mente e del cuore.

Immacolata solitudine é il primo progetto. Quale é stato l’iter progettuale?

Immacolata solitudine é stato il frutto di un lungo lavoro di pre – produzione che abbiamo svolto con Paolo Paolucci e Davide Di Virgilio della Ridens Records, visto che i pezzi li suonavamo già da un paio di anni. Abbiamo quindi cercato di dare un sound generale alle canzoni più moderno e accattivante, coinvolgendo anche altri musicisti della scena frentana quali Ivo Bucci dei Voina Hen (voce in Eveline) o Luca Di Bucchianico del management del Dolore post operatorio (basso in Radioattività).

La critica ha posto (giustamente) in luce le band a cui vi siete ispirati: Verdena, Placebo, Sonic Youth. A mio parere un lontano antecedente negli Iron Butterfly degli anni ’70. Vi riconoscete in questi “antenati” (più o meno recenti)? Come definireste il vostro genere musicale?

Ci definiamo principalmente un power trio alternative rock. Le influenze sono tante, quindi citarle tutte sarebbe piuttosto lungo. Il richiamo, però, ai gruppi sopra citati é azzeccato. Noi però cerchiamo comunque di suonare ciò che ci riesce meglio, senza badare troppo al genere.

Quale pezzo vi rappresenta maggiormente. Immacolata solitudine con la sua completezza oppure Indifeso più orecchiabile?

In realtà amiamo tutti i pezzi del disco, non ce n’é uno in particolare, anche se suonare Gigante é sempre divertente.

Quali progetti bollono in pentola oltre naturalmente la presentazione dell’album?

Beh, prima di tutto faremo uscire a breve il secondo singolo. Poi stiamo lavorando su alcune nuove canzoni che speriamo di suonare il più presto possibile dal vivo. Chissà, saranno nel secondo disco!

Suonare questo genere musicale al Sud ora cosa significa in termine di spazi, occasioni e pubblico? Quale esperienza é stata per voi esibirvi a Eataly?

Riguardo il genere che facciamo, che per fortuna non é racchiuso in canoni ben definiti, possiamo dire che ci ha permesso di suonare un po’ dappertutto e di fare numerose aperture importanti come I tre allegri ragazzi morti, Il teatro degli orrori, Meganoidi, Gazebo penguins, Lo stato sociale e tanti altri.

Eataly é stata una esperienza fantastica, molto suggestiva e ha permesso di farci conoscere a Milano, città in cui non avevamo mai suonato.

Musicisti giovani e con le idee chiare! Mi ha sorpreso osservare la professionalità con la quale la band si é esibita a Eataly, una condizione certo insolita e nuova per il nostro Paese. Esibirsi nella grande sala, un tempo il mitico teatro Smeraldo, quasi sospesi nel vuoto, con un pubblico per lo più occasionale ed intento ad acquisti o alla ristorazione. non è facile.

In attesa di riascoltare la band a Milano, scopriamo Immacolata solitudine!

EVENTI CHE CAMBIANO LA VITA

Testimonianza di Roberto Ferro

Partire da Padova per partecipare ad un matrimonio di amici a Pesaro e nel volgere di attimi cambiare definitivamente emozioni e prospettiva di vita? Sì, é possibile, mi é capitato!

Il 2 agosto 1980, giorno di partenze per le vacanze. Da Padova, allora, non esistevano treni diretti al Sud lungo la linea adriatica. Era necessario scendere a Bologna e prendere una coincidenza.

Con una oretta di tempo a disposizione ed il caldo già opprimente, tra mille e mille turisti, valigie e zaini accatastati a terra, un caffè si imponeva e dieci minuti di sosta nella sala d’attesa di seconda classe tra bambini vocianti e anziani già stremati dalla fatica.

Una strana irrequietezza mi catturò. Mi alzai dopo pochi minuti, abbandonai quella sala e iniziai a guardarmi attorno. Tra i molti treni in sosta ai binari era disponibile un treno straordinario per Brindisi, in partenza entro pochi minuti. “Pazienza se viaggerò in piedi, importante é arrivare! Arriverò presto a Pesaro e mi riposerò meglio e più a lungo?” – questo pensiero, forse, mi ha salvato la vita.

Quando arrivai a Pesaro un particolare mi colpì. Contrariamente al solito, regnava il silenzio più assoluto. Non transitavano treni, tutti erano incollati davanti al televisore in bianco e nero del bar della stazione. Sembrava fosse scoppiata una caldaia nei sotterranei della stazione. Certo, le macerie erano ovunque, persino sul piazzale esterno.

Ora, dopo molti anni, posso affermare: “Sono stato un uomo molto fortunato!”. Ho consumato un caffè con la tazzina offerta da un barista, pagato alla cassiera, entrambi deceduti nell’attentato. Mi sono accomodato forse in prossimità dello zaino contenente il tritolo. Avrò ammirato silenziosamente una bella ragazza tedesca in partenza per Rimini.

Da 34 anni mi porto dentro domande senza risposta “Perché loro sì ed io no?” “Avevano commesso forse colpe ed io avrò avuto dei meriti particolari?”

Ferma e definitiva la condanna dei criminali noti e quelli ancora sconosciuti (non é pensabile che esplosivo tanto sofisticato e in sì grande quantità fosse in possesso di due poveretti, bellocci, assassini da strada). Chiunque sia stato, dovrà vedersela con il giudizio di Dio che non sarà misericordioso!

L’averla scampata, con gli anni, mi ha interrogato sull’aggressività. Non che anche prima, per carattere, fossi stato un violento per passione politica o un bullo. Ho sempre temuto le urla incontrollate, i sassi lanciati alla cieca, le prevaricazioni dei muscolosi.

L’attentato di Bologna mi ha convinto sulla necessità di togliere quanta più possibile terra sotto i piedi dei violenti. Ricorrendo alla ragione, all’ironia e alla comicità. Mi sono reso conto che i violenti “medi”, la massa degli individui potenzialmente “violenti” teme il ridicolo. Il film di Chaplin “Il grande dittatore” è odiato dai veri violenti.

Non si può fare nulla in questo senso con i delinquenti violenti, i terroristi, i Servizi Segreti e i mercenari ma, grazie a Dio, sono numericamente pochi e quindi più facilmente controllabili. Con loro é possibile utilizzare l’Autorità del Diritto.

Un ragionamento simile vale ancor più in questi anni, visitando fb. Incitamenti all’odio razziale, insulti più o meno gratuiti rivolti al prossimo, omofobia, immagine degradata della Donna..Magari, talvolta, affermazioni gratuite giustificate nel nome della Croce di Cristo (anche per i non credenti credo sia un utilizzo terribilmente strumentale).

Ricorriamo all’ironia, allora. Rispondiamo esplicitamente con sorrisi ironicamente luminosi ai beceri proclami di rancore ed odio. Tutti noi possiamo farlo! Ciascuno a modo suo, con la propria cultura musica ed arte.

Forse, rispondendo così, onoreremo gli ottantacinque morti e gli oltre quattrocento feriti dell’attentato di Bologna. Con semplicità ed efficacia, nella vita quotidiana!

EMPATISMO

Contributo a cura di Rosalba di Vona

Empatismo è un Movimento che vede la luce il 2 luglio 2014 da un’idea nata, quasi per gioco, su Fb, nel corso di una discussione sull’importanza della poesia, forma di comunicazione immediata in un mondo che corre inseguendo il tempo.

Così, da un semplice buongiorno, l’uno leggeva l’altro, scoprendo nei versi un legame sempre più profondo e vero..E’ stato come “respirare all’unisono” con battiti differenti, per ritrovarsi a considerare che l’EMPATIA é un fluido benefico, un vento che accoglie qualsiasi sussurro dell’anima e, anziché essere gelosi dei propri versi, questi Poeti hanno deciso di offrirli a tutti, come cibo quotidiano.

Il Movimento annovera fra i suoi fondatori personalità fra le più varie e disparate, residenti in diverse regioni italiane, impegnate in differenti professioni ed unite unicamente da un profondo amore per la Poesia. Nomi dei fondatori Giusy Tolomeo, Luisa Casamassima, Rosalba di Vona, Teocleziano degli Ugonotti ed Emanuele Marcuccio.

Scoprire che nel 2014 la poesia viene letta da milioni di persone grazie ai social network e che tanti addirittura la utilizzano come elemento terapeutico al disordine spirituale e sentimentale attuale, fa sperare in una RINASCITA della forma espressiva più alta della Cultura italiana.

MIRKO FAIT: QUANDO IL JAZZ INCONTRA LA VITA

 

 

http://youtu.be/R7Q-BAgAGMo

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

Mirko Fait mi sorprende per gentilezza e disponibilità umane e professionali! I lettori di MY Private MIND potranno apprezzare l’umiltà e la semplicità d’animo di questo protagonista del jazz milanese e nazionale.

Con una famiglia di musicisti e d’origine vicino orientale, il tuo destino d’artista era, per così dire, già segnato?

Mi piace pensarlo! Ho sempre creduto che qualcosa scorresse nelle vene, anche se l’ho capito molto tardi. Tutti e due i miei nonni suonavano e uno dei due, che ha vissuto per vent’anni con gli zingari, suonava ben cinque strumenti, principalmente il violino. Anche mio padre suona la chitarra anche se ormai si dedica da quaranta alla scultura e alla pittura, passione che condivido e in cui mi sono cimentato nei primi anni della mia vita, poi abbandonata per la musica, linguaggio d’espressione con cui ho trovato più affinità.

Quando hai iniziato a suonare? C’è stato un evento particolare che ha determinato la tua scelta?

Ho iniziato a sei anni a suonare la chitarra, spronato da mio padre, ma pur essendo uno strumento bellissimo, dopo sei anni non si era radicata in me la passione per continuare. Neanche il fatto che mio padre fosse amico di Franco Cerri, che conosco fin da bambino, é servito. Si vede che non era mio destino!

E’ invece la morte di mia madre, relativamente in giovane età, a determinare il mio nuovo avvicinamento alla musica, un modo per fare uscire forti emozioni che magari non sarei riuscito a esternare.

Perché suonare il sax? Quali emozioni ti donava questo strumento?

Il sax é sempre stato uno strumento che mi ha affascinato. Oltre che per la sensualità del suono e dell’oggetto in sé, per la sua capacità di avere una voce strumentale diversa per ognuno che lo suonava. Possiamo riconoscere l’inconfondibile voce di John Coltrane, di Charlie Parker, di Stan Getz o di Art Pepper senza ombra di dubbio. Con il sax puoi esprimere gioia, dolore, malinconia, turbamento. Più che darmi emozioni, mi permette di buttarle fuori prima che prendano il sopravvento.

Il jazz é musica libera, senza apparenti costrizioni…Sicuramente, tuttavia, non tradizionale. Quali motivazioni alla base della tua scelta?

Apparentemente…. quello che si chiama improvvisazione é il frutto di anni di studio. Poter suonare senza apparenti costrizioni é il risultato massimo che si può ottenere dopo aver vivisezionato decine di scale, centinaia di accordi e provato innumerevoli volte un brano. Molte volte mi sono sentito dire che il jazz non é una musica tradizionale italiana. Penso che non ci sia niente di più sbagliato. Il jazz é in Italia da più di cento anni. Anche ai tempi della dittatura, quando era proibito ascoltarlo, molti lo facevano e lo suonavano. Mio nonno era tra questi.. Inoltre, alcuni dei migliori jazzisti del secolo scorso, erano proprio di origine italiana. Il jazz é tradizione nella mia famiglia da tre generazioni. Per me é stata una realtà naturale, anche se ho ascoltato di tutto nella mia vita.

La tua biografia parla di Cool Jazz: quali caratteristiche possiede questa forma di jazz? I lettori di MY Personal MIND non conoscono queste caratteristiche e potrebbero richiedere definizioni estremamente sintetiche.

Molto semplice! E’ un tipo di jazz che é nato agli inizi degli anni cinquanta, in contrapposizione al bepop che era molto aggressivo ed energico con una forte componente ritmica. Il cool jazz era invece calmo, soft e con una forte influenza data dalla musica colta europea. Se vogliamo, anche più melodico. Spesso bisogna dare una definizione. Questa é quella che più mi si avvicina, ma non suono una mera copia di quello stile. Da lì sono partito per un’evoluzione più moderna di quel linguaggio. Infatti, i miei brani, pur ispirandosi a quel periodo, sono indubbiamente attuali.

E’ possibile affermare che dal punto di vista professionale il punto di svolta sia avvenuto nel 2002 in occasione di Pitti Uomo con la session con Gendrickion Mena Diaz?

Non vorrei fare qui il filosofo, ma io vedo la vita e anche la musica come una lunga scalinata. Ogni scalino è un gradino in più. E’ vero, alcuni sono importanti come questa occasione che citi, ma tutti servono per andare avanti e crescere. A volte su un gradino ti fermi di più, a volte vai più veloce, ma tutti sono utili se vuoi andare avanti. E qualche volta bisogna fare anche un passo indietro per capire.

Hai collaborato con numerosi grandi artisti: quale (quali) ha lasciato il segno più duraturo?

Credo che per un’artista ogni collaborazione, ogni incontro, sia importante, anche con il più piccolo musicista. Tutti ti possono dare qualcosa o insegnare, anche umanamente. E’ anche vero che alcuni grandi hanno un’aura particolare e quando ci suoni insieme capisci perché sono dei grandi. Ma mi é capitato di trovare la magia anche con gli sconosciuti. Sarebbero troppi i nomi per citarli tutti, anche perché avendo gestito la programmazione in otto locali nella mia vita, i musicisti con cui ho fatto anche solo un paio di pezzi sono tantissimi.

Mi potresti parlare della collaborazione con il Mantic Ensemble di Danilo Manto e Max Patrick?

E’ stata per me la prima esperienza discografica anche se il cd é uscito anni dopo. Due grandi musicisti e maestri che mi hanno dato grandi emozioni con questi brani originali contenuti nel cd “Deep Lights”. Ho avuto carta bianca per esprimere tutto me stesso in una musica che per me era nuova: musica contemporanea, più vicina alla classica che al jazz. Il risultato mi stupisce ancora oggi.

Nel 2007 hai fondato il Fait Club Quintet: motivazioni, caratteristiche e collaboratori?

E’ nato per gioco! La similitudine fonetica del mio nome con il famoso film “Fight Club” ha fatto sorgere ad alcuni amici l’idea, visto che inizialmente eravamo in quattro come nel cult movie. Poi é diventato un quintetto. Mi é piaciuta e l’ho adottata trovandola autoironica. Poi ho dovuto abbandonarla perché molti mi scrivevano pensando che fosse un Club dove si suonava jazz e non un gruppo musicale!

Successivamente, in collaborazione con John Toso, hai inciso tre cd..

Sì, la collaborazione con questo pianista é stata proficua. Il suo modo di suonare molto calmo e romantico mi ha ispirato per fare numerosi pezzi nuovi, poco jazz ma molto d’ambiente, fruibili da un pubblico molto più vasto e meno esperto.

Il 2009 é stato un altro anno importante: la creazione e direzione artistica del progetto United Jazz Artists of Milan..

Ecco, questa è una di quelle occasioni, forse voluta dalla casualità. Grazie all’incontro con Gabriella Niccolai, cominciammo a fare delle feste con musica jazz a casa sua, dotata di spazio e di un bel pianoforte a coda. Nel giro di tre anni la voce si era sparsa e i musicisti che accorrevano a suonare erano decine e decine, per non parlare degli ascoltatori. Alla fine questa moderna magnate della musica, come nella migliore tradizione Medicea, mi finanziò per produrre un disco con tutti questi musicisti. Fu un lavoro colossale, per me, scegliere i gruppi, i brani, tra le centinaia che mi proposero, e organizzare la registrazione in soli due giorni in uno studio: 37 musicisti, 11 gruppi, 18 brani. Organizzai, sempre con Gabriella, anche la serata di presentazione del disco in un noto locale milanese. Furono quasi mille le presenze quella sera. Impensabile per un evento jazz. Con lo stesso progetto organizzai anche una serata di beneficenza per la tragedia di Haiti. Una serata riuscita per un buon scopo.

Italian Way Music ti ha affidato la direzione artistica della sezione jazz dell’etichetta. Perché?

Grazie al Progetto United Jazz Artists of Milan, l’etichetta decise di affidarmi la direzione che ho tutt’oggi. Purtroppo la mancanza di budget consistenti e la nota diffidenza di molti musicisti, troppe volte bistrattati dalle etichette, fa sì che i progetti jazz andati a buon fine non siano moltissimi. Comunque abbiamo un nutrito menu di nomi anche interessanti. Speriamo nel futuro!

E’ vero che nel 2010 il tuo brano “Sex for money” dell’album “Just for you” con John Toso é stato scelto per la compilation estiva “70 relacing holiday masterpiece”? Che effetto ti ha fatto trovarti a fianco di nomi come Miles Davis, Chet Baker, Louis Armstrong e Billie Holiday, solo per citarne alcuni?

E’ stata un’emozione pazzesca anche perché quando chiesero il brano dalla Francia io non sapevo che utilizzo ne volessero fare. Non avevano specificato che compilation fosse. Trovarmi di fianco a mostri sacri del jazz internazionale, ma anche nostrano come Enrico Rava, Franco Cerri e Stefano Bollani, per me fu una soddisfazione immensa, che mai avrei immaginato nella vita. Non mi sono mai montato la testa, però! Anzi, ritengo una spinta del destino studiare e fare di più per meritarmi un premio già avuto.

Un’altra compilation interessante in cui mi ha fatto piacere essere stato incluso con diversi brani é “Best Music Collection. The Masters of Sexy Music”.

Altri progetti importanti in corso d’opera?

L’incontro con Tiziano Jannacci mi ha portato a scrivere un brano con i suoi testi e con il bravissimo contrabbassista Claudio Ottaviano. L’abbiamo già registrato con il pianista Lorenzo Blardone e la splendida cantante Beatrice Zanolini. Sarà in uscita questo inverno con il progetto Jannacci Friends e vedrà impegnati alcuni tra i più bravi musicisti jazz della scena nazionale come Marco Ricci, Riccardo Bianchi, Marco Brioschi, Marco Detto, Giulio Visibelli, Luca Gusella e tanti altri.

Poi, entro pochi mesi, andrò in sala d’incisione a registrare il mio prossimo cd con il mio quartetto con brani tutti originali e tanti ospiti.

Ma tutto é ancora da scrivere e i gradini sono ancora tanti, spero…

AMO ANCHE SOLO

Recensione a cura di Anna Falco

Mi sento profondamente commossa nel descrivere le sensazioni meravigliose che ho provato nel leggere le poesie di Roberto Ferro.

Queste poesie riescono a trasportarmi nei luoghi dove lui ha vissuto; ne avverto gli odori, i sapori, tocco ancora le mura di una Sicilia pittoresca e affascinante. Piango e rido con lui. Entro nei vicoli con lui. Indosso l’abito da sposa e avverto dentro di me l’angoscia di un futuro di donna sottomessa.

Riesco a toccare i petali di un “Fiore” che invoca aiuto. Mi infreddolisco sotto una nevicata. Assaporo i baci che si imprimono sulle labbra quasi a sigillare un amore sconfinato che durerà per sempre.

Il mio corpo si materializza in un involucro senza vita, inerme contro una forza inarrestabile che mi rende spettatrice impotente.

Roberto Ferro é un poeta e un critico, un teologo e uno studioso dei problemi estetici del nostro tempo. La sua arte poetica é semplice e immediata. Il suo stile é paragonabile a un quadro naif in cui i personaggi sono imprigionati nello spazio senza tempo. I suoi versi a volte molto nostalgici e pieni di malinconia formano un ponte tra un passato che lascia l’amaro in bocca e il miele. Un romantico che lotta per i diritti dei più deboli, in primis per le donne sottomesse e maltrattate.

E’ un poeta che riesce a catturare attraverso gli occhi l’animo umano e le sue sofferenze. Un poeta che non si sofferma all’esteriorità. Le sue poesie sono dense di significati. Il poeta usa un linguaggio che arriva dritto al cuore. Dove uno sguardo riempie lo spazio e il tempo. Dove le mani sono strumenti di piacere. Dove una rondine danza sulle ali dell’amore e un bacio é un ponte tra due cuori.

Il poeta racchiude in una unica armoniosa percezione intellettuale l’universo che i nostri sensi percepiscono come incoerente e contraddittorio, natura e uomo.

Un “fiore” raffigura la vita nella sua delicatezza e la sconvolgente lotta per la sopravvivenza. La sua poesia é delicata come un candido giglio, colmo di odori, sapori e vicoli. In essa un percorso di vita difficile caratterizzato da un tardivo ravvicinamento paterno.

I termini che ricorrono frequentemente nelle sue pagine sono la lontananza, l’amore e il senso critico verso un luogo senza tempo come la Sicilia, terra in cui il poeta é vissuto per diverso tempo. I suoi versi sono sinceri, pieni di dolore e invocazioni impersonate da spose rassegnate e uomini senza futuro.

Un poeta che viaggia nel tempo attraverso sprazzi di memoria fotografica. Un poeta che mette l’amore al primo posto a cui riesce di trarre il meglio. A mio avviso é un artista che nell’arco dell’esistenza terrena é passato oltre l’amore materiale. Un uomo sognatore che vorrebbe cambiare il corso delle cose e la natura dell’uomo, un uomo che si “sposa” per necessità e non per amore.

ROBERTO FERRO

IO AMO ANCHE DA SOLO

Introduzione di Grazia Favata

www.youcanprint.com

Nelle migliori librerie italiane

ANNA TORRES UN FIORE DI SPERANZA

Contributo a cura di Roberto Ferro

Il 12 luglio, alla presenza di artisti e organizzatori, si é inaugurata la collettiva di pittura ArtealSud organizzata da Incanti d’Arte di Torino e con Autori provenienti da tutta Italia .

Sede prestigiosa la Galleria di Villa Niscemi a Palermo. Numerosi i patrocini e qualificati: il Comune di Palermo nella persona del Sindaco Leoluca Orlando e la Lega Italiana Fibrosi Cistica.

In una precedente intervista Anna Torres, la vincitrice, ha descritto le caratteristiche principali della propria arte: luce e colore contro il grigiore della vita, tratto nitido in risposta ad una esistenza nebbiosa.

L’opera premiata rappresenta più e meglio di mille parole le capacità espressive dell’artista: su uno sfondo grigio informe (sembra quasi di rovi aggrovigliati) si affermano in primo piano due fiori nitidi con sfumature arancioni.

Due coppe naturali imbevute di umori, forma nitida in risposta all’informe grigiore. L’Anima dell’artista si staglia in questa dicotomia, nel contempo semplice e pregnante.

Auspichiamo, visto il successo di pubblico e critica, di poter ammirare in altre occasioni, ed in altre città, le opere di Anna Torres.

LA CUCINA FIAMMINGA

 

 

 

A Cura della Redazione di MY Private MIND

 

Un Paese si conosce anche dal cibo che quotidianamente vi si consuma. Se la birra belga é sin troppo nota e richiederebbe pagine e pagine di marche e sottomarche, potremo compiere scoperte interessanti anche semplicemente scorrendo con lo sguardo un elenco di pietanze punto o poco sconosciute.

Il Cuberdon (“Neuzeke”, “Tseokepe” o “Gents neus” per via della curiosa somiglianza con il naso, é un dolce da consumare fresco acquistandolo dai tipici carrettini di strada.

Lo Speculoos è un biscotto di pasta brisé, cotto e da consumare per la festa di San Nicola.

La Mostarda commercializzata esclusivamente dal laboratorio Tierentyenverlen è famosa in tutto il mondo.

I Gamberi grigi fiamminghi “Purus”, lunghi circa un centimetro e dal sapore caratteristico, sono utilizzati come ripieno dei pomodori.

Le Antwerpse handjes “Le mani di Antwer” (Antwer è una cittadina), sono costituite da pasta di mandorle e cioccolato al latte e hanno, appunto, la forma di una mano.

Le comuni Patatine fritte (come in Olanda) hanno due caratteristiche che le rendono di grande morbidezza e bontà: si utilizza la qualità di patata belga Bintjé e sono cotte brevemente due volte.

Lo Stufato fiammingo, di cui l’Imperatore Carlo V era ghiotto, utilizza manzo cotto nella birra (assieme, a volontà, fegato o reni di manzo oppure, il più delle volte, fette di pane speziato con miele).

Lo Stoemp è puré di patate, associato a volte a puré di verdura (indivia, cavolo riccio, cavoletti di Bruxelles, spinaci, rape, carote) con fette di bacon, di solito unito alla salsiccia o in forma di stufato.

Il Waterzooi di Ghent è il classico stufato fiammingo (pesce d’acqua dolce o salata, o di pollo). In tutti i casi si uniscono verdure (carote, porro e patate, erbe) uova, panna e burro.

Il Paling in’t groen è anguilla in salsa verde con prezzemolo, menta, spinaci o acetosella.

L’Indivia (o Insalata belga) fu scoperta accidentalmente da un contadino belga nel 1830. E’ una verdura ad elevato contenuto di minerali e scarsa di sodio (ha solo una caloria per foglia e zero di carboidrati).

Bruxelles Pain à la Greque è un biscotto ideato nel ‘700 dai monaci agostiniani che lo avevano denominato Brood van de gracht (pane di canale) per distribuirlo ai poveri e successivamente perfezionato.

Il Mattentaart è una torta con qualifica IGP in commercio esclusivamente nella cittadina di Garaardsberg (Grammoat).

L’Asparago fiammingo bianco è famoso e richiesto da tutto il mondo, di prezzo elevato a causa del periodo di raccolta breve e la consistenza particolare, andrebbe cotto nel burro fuso e insaporito con salsa olandese.

Il Fromage blanc è un formaggio fresco dal sapore neutro, squisito con le ricette salate e come dolce (anche solo con lo zucchero).

Dal sapore vagamente simile a quello del quartirolo è la Mimolette.

L’EXPO di Milano del 2015 rappresenterà una occasione irripetibile per scoprire queste pietanze che rendono le Fiandre terra di confine (tra cucina francese e germanica), di buongustai e sostanzialmente sana (malgrado tutti gli ingredienti elencati godano mediocre fama tra i fautori della dieta mediterranea, abbiamo sempre digerito perfettamente, con o senza birra).

Lo stile di vita sobrio rende di conseguenza immediata anche la cucina. Una cucina (anche nei dolci) certamente caratterizzata da preparazioni e sapori differenti da quella mediterranea. Da sperimentare senza pregiudizi o confronti. I ragazzi, poi, impazziranno per le varietà di pane e biscotti come è giusto che sia!

 

L’ARTE E YPRES

 

 

Schocha Calling Doon the Line

 

Contributo a cura della Redazione di MY Private MIND

 

Cinema, letteratura (non specialistica) e musica si sono interessati ripetutamente al dramma di Ypres. Senza avere la pretesa di essere esaustivi, elencheremo film, libri e canzoni che hanno trattato l’argomento.

I primi film sulla Grande Guerra sono stati girati addirittura nel 1915 ed hanno visto come attori i feriti (veri) che sarebbero di lì a poco stati inviati al fronte (attori in articulo mortis). Altri, bellissimi, risalgono agli anni ’20 e ’30, furono vietati dalle dittature. Poi l’interesse si affievolì alla pari dell’interesse per la Grande Guerra.

Rimangono fruibili per lo spettatore odierno un patrimonio fotografico immenso e la musica in forma di ballate, tipiche della cultura anglosassone. Si tratta di una produzione di qualità e continua, tanto a livello di scrittura di testi quanto di esecutori.

JOYEUX NOEL – UNA VERITA’ DIMENTICATA DALLA STORIA

Regia Christian Carion

Nazione Francia

Attori Diane Kruger Benno Fumann Guillaume Carvet Dany Boon

Durata 115 minuti

Trama

Natale 1914, Ypres. I due eserciti stremati si scambiano messaggi di pace, doni e una partita a pallone nella terra di nessuno. Gli Alti Comandi non saranno d’accordo.

GALLIPOLI – ANNI SPEZZATI

Regia Peter Weir

Nazione Australia

Attori Met Gibson Mark Lee Bill Kerr Bill Hunter Robert Grubb

Durata 110 minuti

Trama

Il contingente australiano, destinato a Ypres, sarà dirottato a Gallipoli dove subirà gravissime perdite. I sogni di un futuro campione di corsa saranno spezzati da una mitragliatrice turca..e dall’insensatezza di Churchill.

LA FIGLIA DI RYAN

Regia: David Lean

Nazione: Gran Bretagna

Attori: Robert Mitchum John Mills Trevor Howard Sarah Milies Christopher H Jones

Durata 176 minuti

Trama

Storia d’amore e disperazione tra una ragazza sposata infelice con un insegnante con un ufficiale britannico. Il film è ambientato nel 1916 ed ha vinto due premi Oscar

ALL’OVEST NIENTE DI NUOVO

Regia: Lewis Milestone

Anno 1930

Nazione Stati Uniti

Attori: Louis Wolheim Lew Eyres John Wray Arnold Lucy Ben Alexander

Durata 105 minuti

Trama

Classico film pacifista tratto dall’ononimo libro di Remarque, distribuito in Italia solo nel 1956 Vincitore di due premi Oscar, per migliore film e migliore regia.

Film replicato nel 1979 in Francia.

PASSCHENDAELE

Regia: Paul Grass

Anno: 2008

Nazione Canada

Attori: Gill Bellows Landon Liboiran Caroline Chaverasw Michael Greyyes Adam Harmington

Trama

Ai canadesi spettò l’arduo compito di scacciare i tedeschi dalle posizioni di Passchendaele. Una strage che tuttavia (in Canada e in Inghilterra) non é stata dimenticata. Una splendida colonna sonora di Sarah Slean.

ERNST JUNGER

NELLE TEMPESTE D’ACCIAIO

GUANDA EDITORE

ERICH M REMARQUE

NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE

 

IN FLONDERS FIELDS

 

In Flonders fields the poppies blow

Berween the crosses, row on row

That mark our place and in the sky

The larks still bravely singing fly

Scarce heard amid the gun below.

We are the Dead. Short days agosto

We lived felt down, saw sunset glow.

Loved and were loved, and now we lie

In Flonders fields.

Take up our quarrel with the foe

To you from failing hands we throw

The torch be yours to hold in high

If we break faith with us who die.

We shall not sleep, though poppies grow

In Flonders fields.

John McCrae

Guelph (Canada) 30 novembre 1872 – Ypres 28 gennaio 1918

 

DAGMAR SIGBERS: MUSICA IN UN VIAGGIO TRA GERMANIA E ITALIA

 

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Dagmar Sigbers mi incontra con un semplice sorriso in uno strano tardo pomeriggio milanese. Il quartiere Isola Garibaldi é appena riemerso dall’esondazione del Seveso ma l’intervista a questa simpatica artista, in un attimo, ristabilisce luminosità e serenità.

Da quale Paese provieni?

Sono nata in Germania” – risponde Dagmar – “a Papenburg un villaggio della Renania settentrionale, al confine tra Germania ed Olanda. In tutti i casi, nella fredda Germania del Nord a una ora d’auto da Brema. Sono figlia di madre tedesca e padre olandese.”.

Quando hai iniziato a cantare in pubblico?

Ho iniziato prima nel coro della scuola, poi molto giovane con varie band. Inizialmente non ho legato molto con il mondo della musica anche se mi ero fatto un nome esibendomi in veste da solista. Quel tipo di concerti, tuttavia, non mi soddisfaceva molto,; li sentivo dissonanti con la mia sensibilità. Le cose sono bruscamente cambiate solo quando Marck Coles, un baritono, dopo avermi casualmente ascoltata, mi ha detto: “Non devi imitare ma sentire ciò che canti e interpretarlo di conseguenza!” Questa osservazione si é rivelata decisiva per la mia vita”.

Nella tua vita la musica era, per così dire, già scritta nelle stelle..

E’ vero” – risponde sopra pensiero Dagmar – “Anche se l’ho conosciuto solo a venti anni, mio padre era DJ. E in famiglia tutti, chi più chi meno, siamo interessati alla musica. Mio padre conservava i cassetti stracolmi di CD e dischi in vinile, con lui ho scoperto che esisteva il jazz…Questi sono i fondamenti della mia musica! ”

Perché sei venuta in Italia?

Adoro vivere in Italia! Ci vivo ormai da lungo tempo e qui ho vissuto i miei amori. Ho un lavoro di responsabilità, impegnativo, in una multinazionale. Soprattutto, da otto anni sono ripartita con la musica, da autodidatta e con lezioni di canto con la mia insegnante Luigina Bertuzzi, che mi hanno educato la voce. In Italia mi sono esibita con musicisti di grande talento tra cui Michele Fazio, Emilio Foglio, Andrea Zuppini, Nerio “Papik” Poggi”.

Mi ha piacevolmente sorpreso la tua dizione (quasi) perfetta in italiano e inglese..

Per la verità” – mi risponde sorridendo -” parlo (non troppo bene) anche il veneto e il napoletano (la sorella di mia madre ha sposato un napoletano)”.

Nel corso degli anni hai frequentato molti generi musicali (soul, blues, pop e rock) per soffermarti ora sul jazz. Quali le caratteristiche di questo percorso?

Ho frequentato i generi musicali che hai nominato. E’ anche vero che un genere “puro” mi sta stretto. Un’anima esclusivamente jazz limiterebbe la mia musicalità interiore. La mia è commistione, fusione, jazz contaminato con il pop, il soul e altri generi ancora. La mia gestualità “naturale” raccoglie e integra tutto ciò”.

La tua voce (o, per meglio dire, il tuo naturale strumento vocale) è fine, delicata e, pur tuttavia, in grado di raggiungere notevole estensione vocale. Concordi?

Hai ragione! Non suono altri strumenti musicali se non, appunto, la…voce. La mia voce é descritta da una frase che mi fu detta dall’insegnante di canto: “Perché non utilizzi la tua timidezza come occasione di affermazione vocale?”” La timidezza inoltre ha un effetto anche sul suo rapporto diretto con gli spettatori. Dagmar ha la preziosa capacità di tramutare il palcoscenico in home music, di creare intimità, salotto musicale, senza ricorrere a gestualità seducenti o accattivanti.

Plasmi brani musicali, noti e meno noti, rispettandone l’anima. Potresti specificare?

E’ vero” – risponde sorridendo “Già la mia é una musica essenziale che elimina l’elettronica. Io prediligo canzoni nelle quali “sentirmi” emotivamente e esprimere l’anima. Per rendere al meglio ho bisogno di capire cosa provo, di suoni nitidi e semplici, dove melodia e voce si incontrano”. Anche se può sembrare paradossale, nei concerti talvolta ho bisogno che i musicisti mi “aiutino” nell’interpretazione. Per questo motivo mi atteggio in fiducioso dialogo con loro (ed il pubblico questo percepisce immediatamente)”.

Quale significato assume per te l’interpretazione di brano musicale?

Innanzitutto non dobbiamo stravolgere il loro significato intimo, profondo. Per esempio, mi riferisco a brani che ho eseguito, “Sunny” di Bobby Hebb è stata composta il medesimo giorno della morte del fratello e della morte di John F. Kennedy e non mi sembra opportuno escludere questo significato esistenziale. Lo stesso è vero con “Tears in Heaven” di Eric Clapton composta in ricordo del suo bambino morto tragicamente. In altre occasioni, come con “Coyote” di Joni Mitchell, rispetto la struttura. Sono i format a imporre cover poco rispettose richiamando l’attenzione esclusivamente sull’esecuzione e l’imitazione!”

 

IL CUORE DI YPRES; IL MENIN GATE MEMORIAL

 

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Dalla piazza del Mercato imbocco per alcune centinaia di metri un’ampia via fiancheggiata da eleganti sobri esercizi commerciali (eleganza italiana e francese a prezzi ragionevoli inferiori a quelli di Milano). Man mano si rende visibile il Menin Gate Memorial, il luogo della memoria che riassume la vicenda storica bellica della città.

Convergono verso il memoriale i visitatori provenienti da Inghilterra, Canada, Australia, Sud Africa (l’intero Commonwealth britannico insomma), i discendenti dei caduti e dei reduci, i turisti (Ypres è oggetto di un vivace turismo culturale internazionale) e i giovani che in gran numero, a classi intere, giungono dalla vicina Inghilterra in gita d’istruzione . Questo pellegrinaggio ha luogo ogni giorno dell’anno, pioggia e sole neve e nebbia!

Ogni sera alle 20,00, ad iniziare dall’inaugurazione il 2 luglio 1925, con l’eccezione dell’occupazione nazista del Belgio, si svolge la cerimonia dell’ammainabandiera, Quattro trombettieri appartenenti al Corpo dei Vigili del Fuoco cittadini eseguono “The last Post” (Silenzio fuori ordinanza).

Il nome Menin Gate indica l’esistenza della porta secentesca che da Menin, in direzione di Lille, a Occidente, conduceva a Ypres.  Distrutta dalla Grande Guerra è stata ricostruita (a mio parere pessimamente) in pietra bianca estranea alla tradizione locale e coperta in anni recenti con una orrenda e scomoda semicupola di plexigas che, mentre non ripara del tutto dalla pioggia quanti vi sostano, rende cupa l’atmosfera simile a quella di una serra da fiorista persino con il bel tempo e molta luce.

E’ forse un bene che il Menin Gate Memorial sia poco fotogenico! E’ bene concentrarsi sul significato del luogo. Questa antiestetica costruzione rappresenta un esempio unico in Europa di pietà e riconoscenza a quanti la porta hanno varcato per dirigersi in battaglia e non sono mai tornati, vivi oppure con una tomba, polverizzati o ancora sepolti nelle trincee interrate o nella no man land. L’elenco è lunghissimo, sono 54806, ogni tanto un nome viene tolto se i resti sono scoperti e identificati. A volte è inciso: Generale ….. quasi sempre soldier.

Lo sguardo mi cade su un tappeto di piccole croci di legno con un papavero rosso posto al centro, adagiate sulle scalinate laterali. Non realizzo immediatamente il significato della croce con il papavero (rosso) al centro, resa famosa da La guerra di Piero di Fabrizio De André. Solo in seguito ho letto la commovente poesia In Flonders Fields del canadese John McCrae. Poesia recitata in mia presenza da un ragazzo il cui nonno era morto qui, ad Ypres, missing. Commozione e meditazione nel silenzio più assoluto della folla.

Il Menin Gate Memorial mi diede l’impressione (ben più di una impressione) di un memoriale in continuo divenire. Non è la scalinata di Redipuglia, ascesa intimorente verso il Cielo, ritmata dalla parola PRESENTE, neppure il “missile” immobile di Verdun che non rende conto del dramma vissuto in quei boschi cupi e angoscianti. Il Memoriale è luogo di incontro, di vita, di recita di preghiere, non estraneo alla vita ma attraversato dalla quotidianità.

Ho trascorso del tempo ad accarezzare con lo sguardo le colonne di nomi, consapevole di un fatto sconvolgente: tutto attorno ad Ypres ogni villaggio, fattoria, avvallamento di terreno sono caratterizzati da cimiteri militari grandi e piccoli, tutti curati ed accuditi, amati dalla popolazione locale. Si tratta, tuttavia, della punto di un iceberg con al centro simbolico il Menin Gate Memorial e un immenso cimitero ufficioso, sottostante prati verdissimi, dove pascolano mucche e cavalli e si raccolgono i famosi asparagi bianchi famosi in Europa.

 

ANNA SPISSU: QUANDO IL FANTASY ABBRACCIA LA POESIA

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Le intense poesie Anna Spissu ci hanno abituati ad una profonda intimità! Lunedì 30 giugno, l’Autrice ha presentato presso il Circolo Liberazione, via Lomellina 14, Milano, “Lowelly il mago”(Betelgeuse Editore), romanzo di genere fantasy.

Sebbene il genere fantasy sia letto a tutte le età” – ha introdotto Anna Spissu – “ e abbia ispirato serie letterarie e film di grande successo quale “Il Signore degli anelli” di John Tolkien, esiste un tenace pregiudizio avverso. Per esempio, nessun autore di questo genere ha vinto il premio Nobel per la Letteratura (Tolkien fu solo proposto”.

Si è trattata di una necessaria puntualizzazione e di un discostarsi parziale dalla immagine già affermata di Anna Spissu poetessa, per dedicarsi alla scrittura narrativa.

Entriamo nel vivo dell’azione del fantasy “Lowelly il mago”!

Il Regno di Roccianera, pacifico e prospero, governato dal saggio re André, era minacciato da un nemico mortale, il feroce Ondo, Signore delle Terre Fredde. Il conflitto che sembrava destinato a travolgere il Regno di Roccianera, fu vinto (e Ondo ucciso) da Ultimo, un giovane contadino che aveva rinvenuto in un bosco un pezzo di legno con su incisa una parola sconosciuta e misteriosa.

Tra colpi di scena, Ultimo si rivelerà un mago potente e immortale, Mago Lowelly, e il Regno di André di Roccianera e dei suoi discendenti un Regno felice. Un Regno celato al mondo degli uomini ma governato dalla Magia. Un potere, quello di Lowelly, che egli pagherà a caro prezzo: sarà eternamente giovane ma non conoscerà l’amore perché nessuna donna possiederà tale dono.

Tutto sembra procedere (eternamente) per il meglio allorché…un giorno qualcosa di misterioso, una nube a forma di drago, minaccia il Regno di Roccianera costringendo Lowelly a tornare indietro in un tempo dimenticato e scomparso, Per farlo dovrà affrontare mistero, destino e amore.

Su questi eventi fondamentali si dipartono, alla stregua di mille sentieri, avventure, scene di battaglia, assieme alla dimensioni più propriamente fantasy del romanzo. Senza perdersi in trame barocche, il romanzo “prende per mano il lettore” e lo conduce in un mondo nel quale emozioni intime ed universali sono trasfuse in vicende immaginarie. Ogni lettore e lettrice, leggendo “Lowelly il mago”, potrà identificare in sé i due Regni, la potenza della propria immaginazione se ben indirizzata, il desiderio (più o memo riconosciuto) di non invecchiare mai.

Malgrado Anna Spissu abbia distinto in qualche modo la propria produzione poetica dal romanzo fantasy “Lowelly il mago”, dissentiamo garbatamente da questa sua affermazione.

La prosa di Anna Spissu é filtrata dalla poesia, sempre che si accetti l’idea che questo genere letterario non richieda necessariamente versi per esprimersi. Nel contempo, i componimenti poetici di Anna Spissu si avvicinano sovente alle vicende di quotidiana discorsività. I due generi letterari si abbracciano, quindi, nell’esperienza di vita dell’Autrice.

 

ANNA TORRES: QUANDO UNA ARTISTA SPOSA IL COLORE

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

La varietà e la qualità delle proposte artistiche e culturali provenienti da Palermo stupisce ed incuriosisce.

Anna Torres, palermitana, una vita intensa percorsa con coraggio e abnegazione, scopre la passione di dipingere su vetro, ceramica e, infine, tela. Approfondisce la tecnica della pittura ad olio con il pittore afro – americano Bilé e l’architetto Marco Romano, appassionato d’arte.

Partecipa al concorso nazionale “L’arte contro l’omofobia” organizzata in occasione del Gay Pride palermitano in collaborazione con l’AGEDO, inaugurata il 15 maggio 2010. Ottiene, inoltre, nel volgere di pochi anni, numerosi riconoscimenti e premi grazie ad alla riconosciuta maestria nell’utilizzo del colore e al tratto netto e preciso.

Anna Torres il 19 luglio parteciperà a Palermo ad una collettiva “Arte contro l’omofobia” presso Villa Niscemi a Palermo, che la vede vincitrice

Forza, speranza e energia sono tutte racchiuse nel colore che definisce spazi e figure dai contorni netti (anche se talvolta surreali). Così l’aquila si libra in volo, l’angioletto riposa sereno sul mare che rappresenta simbolicamente la madre, dal viso di una donna dall’incarnato grigio, erompe un fiotto di fiori multicolori.

E’ evidente un ben specifico dualismo nel quale grigio e colore si confrontano e contrappongono in un dialogo continuo che talvolta si fa scontro, conflitto e opposizione, a definire l’esperienza di vita dell’artista.

L’intervista ad Anna Torres tiene conto della sua naturale riservatezza. Le risposte sono tuttavia sufficienti a delineare una personalità ed un’opera fuori dal comune.

Quando e come ti sei avvicinata alla pittura?

La pittura é entrata dentro di me, nella mia vita, per salvarmi dal baratro di sentimenti ed emozioni che tendevano a depotenziare tutta la mia esistenza. Ed io sono entrata in essa aggrappandomi alla forza che ha saputo darmi con tanta generosità”.

Quale significato assume per la te la pittura?

La mia pittura dipinge il mio mondo interiore e io con essa esprimo tutta la forza dell’animo umano e le sfumature del bene e del male che lo governano e tormentano”.

Mi descrivi il significato che le tue opere assumono per lo spettatore?

I miei dipinti esprimono emozioni che appartengono all’umanità intera ed é per questo che entrano in totale simbiosi con l’animo dello spettatore”.

Puoi specificare?

Dipingo per entrare nello stato d’animo di chi li osserva, che è anche stato d’animo comune che travalica le individualità. Dipingo per trarre linfa di scambio descrivendo sulla tela sentimenti ed emozioni. La tela diviene un mezzo per comunicare con le anime del prossimo, del mio prossimo, del mio simile che vi approccia lo sguardo per trarne solidarietà e confort”.

L’arte di Anna Torres si colora, quindi, di spiritualità. E’ una pittura dell’anima, non della competenza tecnica fine a sé stessa. Ed é significativo che un messaggio tanto importante giunga ai lettori di MY Private MIND da Palermo.

 

FINO AL CALARE DEL SOLE: AVVENTURE QUOTIDIANE A YPRES

 

 

Il Corpo di spedizione Australiano diretto a Ypres fu dirottato a Gallipoli, Turchia

 

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Ypres è una cittadina medievale sospesa tra terraferma, piccoli specchi d’acqua e limpidi ruscelli. Dopo aver percorso poche centinaia di metri dalla piazza del Mercato, mi incammino per silenziosi spalti secenteschi sino ad imbattermi in un frammento di natura e storia.

Un specchio d’acqua limpida, circondato da alberi e prati, fa bella mostra di sé, invita a percorrere le rive. Un lindo e ben curato cimiterino di guerra (il Remparts Cemetry Lille Gate), lapidi bianche e erba rasa, all’inglese appunto, si estende sulle rive del laghetto. Mi assale la curiosità di leggere i nomi incisi sulle lapidi: medico, infermiera, cappellano militare, obiettore di coscienza, UNKNOWN EXCEPT TO GOD, croce e stella di Davide. Probabilmente qui sorgeva un ospedale da campo mediocremente riparato dall’artiglieria nemica.

Ogni tanto, accanto alla lapide bianca, scorgo una piccola croce di legno con al centro un papavero rosso, deposto di fresco. Sarà venuto in visita qualche parente oppure un abitante di Ypres avrà scelto una tomba a caso, tra le tante.

Questo luogo, nel contempo intimo e naturale, descrive alla perfezione Ypres e lo spirito del luogo. Mi accomodo su una panchina e socchiudo gli occhi: il rombo degli scoppi, le urla dei feriti e dei medici, lo scrosciare dello shrapnell tedeschi, forse la cornamusa lontana di un reggimento scozzese diretto in battaglia. Eppure, le scene di battaglia non cancellano una realtà incontrovertibile: in questo luogo, ora di pace, verrei volentieri con la fidanzata sicuro di non dissacrare nulla e nessuno con un bacio o una carezza!

Mi sento osservato, apro gli occhi e inizio a guardarmi attorno. Un airone cinerino, lo sguardo enigmatico e di vago disprezzo per gli umani che disturbano la quiete, mi osserva immobile dalla riva del laghetto. La Natura ha riacquistato rapidamente il proprio spazio, qui nei Flonders Fields!

Mi incammino per stradine di periferia (ma in questa cittadina la distinzione tra centro e periferia ha poco senso). Villette unifamiliari, linde, ciascuna con giardino ben curato le siepi divisorie basse, stendibiancheria a portata di sguardo in questa regione dal tempo mutevole. Le Fiandre, una delle regioni prospere d’Europa, duro lavoro quotidiano, buon vivere, eleganza e sobrietà.

Tra le villette si apre un altro cimitero militare, reso ormai affollato di croci a causa delle scoperte che quotidianamente hanno luogo nei campi, nei cantieri edili e stradali. Tra le villette ed il cimitero è evidente un rapporto stretto, quasi di comunione vitale. La siepe divisoria è bassa, il cimitero è un prolungamento dei giardini. L’erba (all’inglese) é un comodo tappeto verde, avverto quasi il timore di svegliare quanti dormono il riposo dei Giusti. Fucilieri dello Yorkshire e genieri, qualche frase scolpita su indicazione della famiglia, qua e là piccole croci di legno con un papavero al centro (anche i pochi caduti tedeschi scoperti dopo la guerra riposano assieme ai vincitori). Per un attimo immagino un dialogo quotidiano.

Come va Tommy?” – esclama la mattina presto la signora De Groot mentre rastrella il giardino dalle foglie secche. “Bene, siamo in molti qui” – replica Tommy -”un po’ umido ma dopo tanti anni sono abituato. E lei, signora De Groot?” “Gli anni passano, i figli sono indipendenti, ma il lavoro a casa e in negozio è sempre tanto”. “Alla prossima, allora” – conclude Tommy.

Per chi non lo sapesse Tommy è il nomignolo attribuito ai soldati inglesi della Prima Guerra Mondiale (Fritz in tedesco, Ivan in russo, Bepi in italiano). Migliaia di Tommies popolano ancora insepolti questa terra verdeggiante e civile (tra Inglesi e Tedeschi 500000 – 600000 vi lasciarono la vita).

Senza dubbio il destino dei Tommies si è rivelato un omaggio luminoso: lapidi bianche, erba verde (all’Inglese) e poppies (papaveri) come simbolo. Ai Fritz, invece, lapidi scure, incassate nel terreno, scritte in gotico di difficile interpretazione, complessivamente poco visitati. Che amarezza la sorte dei vinti!

 

MARISA RAMPIN A ORASENZOMBRA: ARTISTA EMOZIONANTE

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Giovedì 27 giugno, per l’ultima serata prima della pausa estiva, Orasenzombra ha ospitato Marisa Rampin con il sorridente, arguto coordinamento di Daniela Basilico e di Dario Contri. Un evento che ha si é svolto presso l’Hotel Admiral Milano, Via Domodossola 16.

 

Marisa Rampin si é rivelata cantante dalla voce classica, cabarettista briosa e testimone della vita musicale internazionale e culturale milanese. Daniela Basilico e Dario Contri non hanno avuto, quindi, che l’imbarazzo della scelta nel presentarla al numeroso pubblico convenuto!

 

L’artista, originaria di Padova, ha affrontato ben presto situazioni persino insolite per una cantante italiana degli anni ’60. Non era affatto facile passare dall’educazione religiosissima della madre alla società borghese del Medio Oriente e farsi forza per superare banali dicerie popolari. Invitata ad esibirsi a Beirut, per esempio, Marisa Rampin era tormentata della “tratta delle bianche”, il pericolo di essere rapita e finire in un harem. Si comportava, quindi, con estrema circospezione quando le fu offerto un… pranzo magnifico! Ancor più del racconto, esilarante ed arguta si é rivelata la mimica.

 

Alessandra, amica di Marisa Rampin, bella voce e recentemente ospite di Orasenzombra, ha eseguito “Io che ho avuto solo te” di Sergio Endrigo, una delle più belle canzoni d’autore degli anni ’70.

 

Marisa ha descritto con ironia ed humor la propria esperienza presso il Derby, storico locale del cabaret milanese. Al patron Bongiovanni non garbava avere donne (il cabaret a quei tempi era affare esclusivamente maschile). Malgrado questi pregiudizi, e pur entrando di straforo nel cast grazie alle raccomandazioni del capo cameriere, si esibì dal 1980 al 1986, affrontando tutte le sere “il pubblico più esigente e difficile, quello del cabaret”.

 

Marisa ha poi eseguito “Los Hermanos” di Mercedes Sosa: “Yo tiengo tantos hermanos / Que no los puedo contar” “Ho tanti fratelli / che non posso contare”. Un testo che si addice bene alla sua voce, limpida forte ed estesa nello stesso tempo. Non sono molti, dopotutto, gli artisti in grado di cantare in inglese, francese e spagnolo!

 

Dopo la fugace apparizione di un video clip di Marisa Rampin in “Je taime ma non plus” cantato in bolognese assieme a tale Alceste, ha fatto irruzione sulla scena la comicità irruente di Dado Tedeschi. Con le infinite declinazioni dei “fanculo” che, a suo dire, “tanto bene fanno al vivere civile”. Con un pensiero rivolto “a quanti postano su fb foto di cani con il cappottino o di gatti in tutte le pose possibili”. “Verrà il giorno in cui” – ha concluso profetico ed ispirato Dado -” sarà rimasto in vita un unico essere umano e cani e gatti si riuniranno per decidere cosa fare di lui!”.

 

Una sorpresa il coro Ahi Shirà, “coro di Lev Chadash” diretto dal M° Uri Chameides, composto da ebrei progressisti e cristiani, fondato a ricordo degli ebrei morti durante la shoah. Una formazione che vede, naturalmente, la partecipazione attiva e trascinante di Marisa Rampin!

 

Dario Contri ha poi presentato una selezione di video clip relativi al Festivalbar versione RAI. Anche il telecomando per una volta ha collaborato alla buona riuscita della proiezione. Così abbiamo ammirato storiche immagini relative a Caterina Caselli, vincitrice nel 1966 con “Perdono”; Gianni Bella con “Non si può morire dentro” del 1976; Kate Bush nel 1978 all’Arena di Verona con una scenografia artigianale; Gianni Togni con “Luna” nel 1980 a, infine, l’indimenticabile Giuni Russo nel 1982.

 

Marisa Rampin, si é rivelata artista completa, con una spiccata avversione per i ruoli prestabiliti e “il politically correct”. Becaud, Piaf e Aznavour sono i suoi cantanti preferiti, “La vie en rose” la canzone del secolo. Forse, tuttavia, prendersela con gli artisti italiani che si esibiscono (anche) in inglese é un po’ eccessivo: non male per un’artista che, a suo dire, aveva iniziato con il jazz e quindi, necessariamente, esibendosi in inglese,

 

Orasenzombra chiude momentaneamente i battenti con un velo di tristezza provocata dalla morte di Fabrizio Canciani. Con riconoscenza lo ricordo assieme a quanti hanno proseguito la sua opera: l’infaticabile e ironica Daniela Basilico, Dario Contri prezioso nella conduzione musicale e non solo nella lotta con il telecomando, Dado Tedeschi irruento e dalla comicità pungente, Paolo Manacorda che con i suoi servizi fotografici ha offerto visibilità assieme a Pia Strafella per le riprese video.

 

Orasenzombra vive soprattutto grazie a questa grande equipe capitanata da Daniela Basilico, agli ospiti e al pubblico che, con la loro presenza hanno “costruito” gli eventi. Arrivederci a settembre!

YPRES: LE RAGIONI DI UNA SCELTA

 

Eric Bogle The green fields of France

Contributo a cura della Redazione di MY Private MIND

La Redazione di MY Private MIND ha ricevuto alcune lettere che hanno posto una domanda solo in apparenza banale. Perché avete scelto Ypres, una cittadina delle Fiandre, a noi italiani, come simbolo della Prima Guerra mondiale? Avete tralasciato la causa scatenante, l’attentato di Sarajevo? In realtà questo interrogativo ne cela altri ai quali solo in parte è possibile offrire una risposta.

La Prima Guerra Mondiale è iniziata il 28 luglio 1914 e si è conclusa l’11 novembre 1918. L’Italia ha dichiarato guerra all’Austria Ungheria (non alla Germania) il 24 maggio 1915. Il nostro Paese ha, quindi, avuto a disposizione un anno intero per verificare la cruda realtà della guerra moderna (trincee, mitragliatrici, cecchini, stasi delle operazioni) optando, infine per una belligeranza poco o punto opportuna.

Ypres non è stata probabilmente la battaglia più sanguinosa della Prima Guerra Mondiale, non rientra tra le date da tenere a mente per superare l’Esame di maturità. La Somme e Verdun hanno tristi contabilità persino superiori. Sono state, in tutti i casi, battaglie confinate nel tempo, mesi, non l’intera durata dell’immane conflitto, quasi dal primo giorno all’ultimo Ypres si è imposta come cardine delle operazioni militari del fronte occidentale per l’intera durata del conflitto, dal 1914 al 1918, senza un attimo di pausa.

Per gli appassionati di storia e dell’arte bellica (e noi non sono tra questi), Ypres e gli immediati dintorni sono particolarmente istruttivi: l’utilizzo diffuso del gas da parte dei tedeschi (l’Iprite), lo scoppio delle mine più potenti (la loro deflagrazione simultanea fu percepita persino a Londra). I risultati di questi strumenti di distruzione di massa, non furono pari alle aspettative (salvo il fatto, decisivo, che il Corpo di spedizione inglese non fu costretto al reimbarco e l’Intesa non perse la guerra).

Ypres è, invece, dopo un secolo, un esempio unico di integrazione tra vivi e morti, tra storia e memoria. A Verdun, la Somme, lo Chamin Des Dames, Redipuglia una visita richiede una sorta di viaggio, breve o lungo; la necessità di deviare dalle grandi arterie di comunicazione. Persino a Verdun, l’apice della sofferenza per il popolo francese, per salire all’ossario ed all’immenso cimitero all’aperto è necessario allontanarsi dalla città che si stende a fondo valle e attraversare cupi malinconici angoscianti boschi senza abitazioni o villaggi.

Ypres si offre invece al visitatore nella propria quotidianità industriosa. La città è stata completamente ricostruita, grandi edifici medievali trasformati in visitati musei della pace, i cimiteri militari si stendono tra le abitazioni civili senza cesure, esiste un flusso continuo di visitatori dall’Inghilterra, dalla Francia, dal Commonwealth. Ypres è una cittadina prospera e produttiva, ha imparato a convivere con la Grande Guerra e, soprattutto, non vive di ricordi ma con (non di) i ricordi.

Ypres ha generato grande poesia con In the Flonders Fields di John McCrae, l’ufficiale canadese che in queste trincee ha composto i versi ed è caduto (l’archetipo poetico dei papaveri rossi de La guerra di Piero di Fabrizio De Andrè trae origine da questa poesia), ispirato libri quale Nelle tempeste d’acciaio di Ernst Junger e suggerito film di successo.

Ci siamo imbattuti in molta musica, in particolare sotto forma di ballata. Musica commovente, poetica, soprattutto recente. Segno che il ricordo di questa tragica avventura e dei mille drammi paralleli (si pensi alla grande rivolta irlandese scoppiata nel 1917) che fanno corona a Ypres ed al significato simbolico che essa racchiude, è ancora, anche dal punto di vista dell’ispirazione artistica, un fatto vivo e palpitante.

Il nostro non è stato un viaggio nel de ja vù. Abbiamo invece scelto la vita quotidiana: apprezzato la squisita cucina fiamminga, scoperto la semplice cortesia della gente, camminato tra le lapidi bianche dei cimiteri militari sparsi per la città, assistito alla commovente cerimonia presso il Menin Gate Memorial e in silenzio riflettuto sugli orrori della guerra per evitarla pensando alla vita.

Molte domande sono rimaste purtroppo senza risposta. Per esempio, un appassionato di fotografia avrebbe apprezzato la semplice serenità dei cimiteri se comparata alla retorica ed alla freddezza di quelli italiani. Un poeta (noi avremmo preferito una poetessa in rappresentanza di madri, compagne, sorelle) avrebbe potuto brevemente riflettere sulla lirica di John McCrae.

A nostro avviso, solo in una prospettiva di vita e di accettazione del passato, la cerimonia che il 26 giugno richiamerà ad Ypres Capi di stato e Autorità risulterà, alla fin fine, utile alle nuove generazioni. Evitare la retorica e imparare a convivere con i resti di quanti in tale dramma hanno perso la vita, significa esorcizzare i fantasmi delle rivendicazioni, allontanare i cattivi maestri che sembrano risorgere maleficamente anche nell’Europa del 2014.

La Storia ha concesso al nostro Paese, nel 1914 come nel 2014, un anno per riacquistare intimità con quanti non tornarono, quasi si fosse temuto nel corso degli ultimi decenni, visitandoli e sostando in silenzio per un attimo accanto ai loro resti, di apparire guerrafondai, difensori delle forze politiche che condussero all’intervento oppure (è capitato) persone incapaci di ribellarsi al Potere.

 

LIA SEDDIO: IL CAMMINO DI UNA MUSICISTA CHE AMA LA VITA

 

 

Contributo a cura di di Roberto Ferro

 

Lia Seddio é una giovane cantante, concreta intraprendente, indaffarata, tenace nelle avversità e, sicuramente, innamorata della musica. Grazie ad una splendida e fresca voce si é affermata in Svizzera e Italia. La intervistiamo a distanza di alcuni mesi e mi accorgo di come la sua vita d’artista scorra rapida.

Hai conosciuto Mogol?

Non ho mai frequentato la scuola di Mogol”- risponde Lia riprendendo il filo del discorso interrotto nella precedente intervista -”Ho invece partecipato ad un concorso, il “Tour Music Fest”, dove ho potuto fare dei corsi alla sua scuola. Assieme a Marco Monti siamo arrivati in finale a Roma con Mogol che sedeva in giuria”.

Dopo la scorsa intervista quali esperienze hai avuto?

L’esperienza con Mogol ci ha molto arricchiti e abbiamo continuato a tenere concerti possedendo un bagaglio artistico più ampio. Attualmente siamo iscritti ad un altro concorso per cantautori, il “Premio Note d’Autore”. Il 19 giugno abbiamo partecipato a Milano alla prima audizione e siamo stati scelti per la semifinale che si terrà a settembre” La concorrenza é agguerrita, i suoi talenti musicali e professionali degni di nota.

Hai composto canzoni o prodotto videoclip?

Per ora ho prodotto solo il videoclip “Cammina”, anche se durante il 2015 dovrei uscire con un altro singolo che anticiperà l’album. Sto organizzando proprio in questi giorni le sessioni di registrazioni che avranno luogo nell’autunno del 2014”.

Quali sperimentazione musicale hai portato avanti in questi mesi?

Il genere che suoniamo lo abbiamo gradualmente definito. E’ il pop contaminato, in quanto ogni brano é associato a generi diversi dal pop tradizionale. Ho cominciato da bambina con la musica classica, celtica e pop, per poi di recente esplorare altri generi quali jazz, funky e latino. Questo grazie anche alla collaborazione con Marco Monti (coautore e chitarrista) e diversi altri artisti”. Una caratteristica di Lia é infatti la sua capacità umana di coinvolgere il pubblico e altri musicisti in una proposta musicale sicuramente interessante.

Sei / siete una band “transfrontaliera”

In questo periodo abbiamo suonato molto in Svizzera (a Locarno, per esempio)! Tuttavia ci stiamo orientando verso l’Italia. Il 3 maggio eravamo a Milano al padiglione svizzero di presentazione di Expo 2015 (giro del gusto). Eravamo un quartetto perché, purtroppo il quinto elemento della band non é potuto venire. Di seguito ci siamo esibiti al Salone internazionale del libro di Torino in diretta televisiva (RSI) e radiofonica (Rete 2). Su Youtube é possibile seguire i video di quattro brani di quella esibizione”.

Quale é allora il tuo (il vostro) progetto attuale?

Il progetto su cui sto (stiamo) lavorando é la registrazione del mio primo album per poi organizzare una turnee di presentazione”.

Quali obiettivi si propone la tua musica?

Desidero semplicemente arrivare alla gente attraverso la musica, strappare qualche sorriso, nutrire emozioni e magari trasmettere messaggi che chi vorrà coglierà”. Chissà se, grazie alla sua intraprendenza ed alla curiosità del pubblico, potremo applaudirla presto a Milano!

 

LETTI DI NOTTE 2014: L’ESTATE INIZIA IN LIBRERIA

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Sabato 21 giugno, si é svolta la manifestazione “Letti di notte 2014”, il D Day della letteratura estiva milanese. Per quanto riguarda l’appuntamento di via Albertini (zona Paolo Sarpi), organizzatrici infaticabili ed efficaci Sabina Visintin, direttrice della libreria 6Rosso e Daniela Basilico, anima e conduttrice di Orasenzombra che insieme a Luca Covri ha presentato con invidiabile serenità la lunga serata.

Letti di notte 2014” ha valorizzato l’attività sovente misconosciuta dai mass media, comunque sempre preziosa, delle piccole librerie, veri e propri capisaldi della vita culturale dei quartieri. “6Rosso” rappresenta, nel cuore della Chinatown milanese, un esempio notevole di proposte culturali e sociali.

Altrettanto importanti si é rivelata la piccola editoria che é andate acquisendo via via un ruolo crescente nel panorama culturale nazionale. I suoi punti di forza sono: intreprendenza culturale, lungimiranza e coraggio nel pubblicare autori ed opere poco o punto conosciuti. Pochissimi giorni or sono l’Editrice Mondadori ha riconosciuto in quella “minore” “l’ancora di salvezza dell’editoria italiana”.

Vista dalla parte del pubblico, non deve essere stato certo facile per Luca Crovi e Daniela Basilico coordinare la trentina di scrittrici e scrittore, tutti con empatia, narrazione delle personali esperienze letterarie ed opere tanto difformi. In tutti i casi, scrittrici e scrittori accomunati dalla passione per la scrittura e il genere noire.

La serata ha offerto al folto e variegato pubblico presente un panorama esauriente della letteratura noire lombarda, la comicità provocatoria e irriverente di Dado Tedeschi e la musica estremamente accattivante della Jazzeria, la voce profonda di Francesca De Mori e Tony Rucco alle prese con la presentazione dell’ultima fatica, “Gialli in Fa diesis”.

Pronti a ripartire con “Letti di notte 2015”!

 

UNA VIRGOLA IN UN MONDO DIFFICILE E ORASENZOMBRA

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Spesso i guai hanno origine da particolari apparentemente secondari” – con questo slogan Daniela Basilico, solare ed arguta, e Dado Tedeschi, multiruolo, hanno presentato l’ultimo lavoro di Massimo Milone a Orasenzombra, giovedì 18 giugno presso l’Hotel Admiral Milano, Via Domodossola 16.

Un mondo difficile”, Happy Hour Edizioni, appartiene a pieno titolo alla “letteratura di intrattenimento”, attenta a quanto avviene nella società e nel contempo di semplice lettura. Protagonista del racconto un manager, Luca Massala, professionista decisamente mediocre, superficiale anche se non inetto, marito infedele di una moglie di rappresentanza.

Il libro trae spunto” -ha precisato l’autore – “da “Una vita difficile” di Alberto Sordi. Anzi, Massala, oltre a ricordare nel nome il cattivo di Ben Hur (Valerio Messala), é modellato sul prototipo umano di Alberto Sordi”. Il racconto riceve ispirazione da numerose citazioni letterarie senza apparire né datato e neppure “colto”.

Le disavventure di Luca Massala traggono origine da una virgola spostata, una inezia in un grafico che, tuttavia, cela una realtà amara: la riduzione del personale non di 2,5 dipendenti ma 25 in un ufficio che ne conta un numero ben inferiore. Questa figuraccia in occasione di una riunione importante (il protagonista non ha vigilato sull’operato dei collaboratori perché piacevolmente impegnato) sarà rovinosa per le sue sorti Egli perderà nel giro di pochi giorni impiego, benefit, immagine sociale e matrimonio (da sciupa femmine a quasi cornuto), si troverà ad affrontare l’ignoto al quale, tuttavia, nella sua piattezza é ben attrezzato.

L’amica giornalista Nadia Pertinace assume un ruolo decisivo nella vicenda” – ha proseguito Massimo Milone. Si tratta di una donna della medesima vacuità umana del protagonista. Nasconde con abilità professionale le ragioni del licenziamento di Luca Massala, facendo propria una precisa filosofia di vita: “la verità non serve a nulla ma é valido solo quello che scrivono i media”.

Il secondo protagonista appartenente al mondo dei media é Tommy Ruscio, conoscente della giornalista, conduttore in un talk show di successo frequentato da casi umani apparentemente pietosi. Si tratta del corrispettivo maschile e “caciarone” (per dirla alla romanesca) della giornalista Nadia Pertinace. Entrambi “figli di un Dio vacuo e banale”!

Luca Massala finirà per essere arruolato dalla politica, in un partito di estrema sinistra, dove continuerà a dispensare piattezza e vacuità.

Da par suo, Dado Tedeschi ha rivestito con leggerezza e incisività differenti ruoli: cabarettista con una declinazione arguta dei desideri (umani), cantante con la parodia di Down Town di Petula Clark accompagnato dal pubblico e, infine, presentatore assieme a Daniela Basilico.

““Un mondo difficile” ha avuto una gestione lunga” – ha proseguito Massimo Milone -”ho iniziato nel 2003 ed infatti numerosi particolari tecnici (per esempio, la presentazione del famoso lucido con la virgola sbagliata) risalgono a quell’epoca. Il fatto di conoscere molto bene quel mondo dal punto di vista professionale, mi ha sicuramente aiutato”.

In un mondo di apparenze, non poteva mancare una simpatica consulente vendite, Alessandra Carla Brambilla, convincente nell’incrementare gli acquisti e nello scacciare i perdigiorno curiosi.

Mirko Angelucci, cabarettista, ha letto alcuni buffi, eppur reali, codicilli legali americani. Nel Nebraska, per esempio, é vietato cacciare balene (il legislatore si é dimenticato che lo Stato non é bagnato dall’acqua salata). Nel Vermont, invece, é fatto divieto fornire alcolici ai minorenni (giusto!) e…anche offrirlo agli alci. In Alaska, infine é fatto divieto lanciare dall’aereo gli alci, vivi o morti non importa.

La serata di Orasenzombra ha offerto una piccola provocazione al pubblico presente: nel lavoro come nel cabaret spesso é tutta una questione di virgole e di particolari apparentemente secondari.

 

BLACKWATER

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Cristopher Owen scompare con le figlie gemelle di sette anni, Eleonor e Evelyn, una mattina durante il tragitto per portarle a scuola. La loro auto viene ritrovata nel fiume Blackwater, nel sud dell’Irlanda.

Iniziano le ricerche, si ipotizza un rapimento, poi un suicidio: in realtà, le indagini si arenano in breve tempo. Helen Baker, la moglie, non si arrende, non vuole che il caso venga archiviato, ma sviluppi che si sovrappongono fra loro, le danno la giusta percezione che, se ambisce a giungere alla verità sull’accaduto, deve agire personalmente.

Grazie a Connor Doyle, un amico poliziotto che la indirizza ad alcuni professionisti di grande esperienza nello spionaggio e missioni militari, la donna incontra Marcus Cox. L’uomo é un mercenario a capo di una squadra di individui forgiati per uccidere: la “Kidon”.

Una figura entrerà in azione nel bel mezzo delle indagini: Lexi Allen, una donna caparbia e dotata di grande intuito per l’investigazione. Questa entrerà in azione solo per caso. Sta lavorando per un magnate statunitense: Liam Miller. Il figlio di questi é stato ucciso da due signori della droga colombiani: Ricardo Blanco e Hector Varela.

Marcus, che si trasferisce in Colombia seguendo una pista su Owen, per il quale sembra profilarsi un quadro misterioso ed oscuro che implicherebbe una doppia vita, incontra Lexi, sua vecchia conoscenza sul campo ed ex fidanzata. I due hanno un trascorso sentimentale caratterizzato da una passione infuocata e ricca di passione. Proprio per l’intreccio delle due missioni collegate ai due magnati del narcotraffico, si ritrovano faccia a faccia.

Molta azione, lotte all’ultimo sangue, colpi di scena e suspance, condurranno ad un epilogo imprevedibile, con personaggi efferati e senza scrupoli. La tenacia di tutta la “Kidon”, la volontà di Helen, il sostegno imprevisto di Liam Miller, che si unirà alle ricerche per ritrovare gli Owen, saranno gli ingredienti fondamentali per un finale dirompente. Ogni attimo, ogni passo, ogni strategia, daranno alla storia un ritmo incalzante.

Lisa Adler, vive in Toscana dove scrive i suoi romanzi gialli e d’avventura.

Blackwater è disponibile in formato cartaceo e on line (Amazon e Feltrinelli), Codice ISBN 8891142301 nelle migliori librerie.

Il link per l’acquisto corrisponde a quello del blog http://adlereds.blogspot.it/p/blacwater.htlm

A pagamento

Schegge

Giulia

Hymir

Gratuiti

L’alba

L’alba sospesa

Senza volto

Fuoco e oro

 

SPIRIT OF MARATHON II: YLENIA ANELLI PODISTA DA MARTE

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

Se verrai ad assistere alla proiezione di “The spirit of marathon” comprenderai le motivazioni della mia scelta”- con semplicità mi ha salutato Ylenia Anelli alla conclusione dell’intervista. Mai parole furono tanto profetiche e vere.

Spirit of the marathon II”, regia di John Durham, narra la storia della maratona olimpica e di sette atleti che hanno partecipato alla maratona di Roma del 2012. Sono donne e uomini di tutte le età, di Nazioni differenti. Due di essi (una ragazza africana ed un ucraino) sono atleti professionisti, altri anziani o di mezza età (chi ha corso tutte le edizioni della Maratona di Roma e altri per reagire alla morte per overdose del figlio). Due giovani donne, infine, con (una americana intenzionata a correre 52 maratone in 52 settimane per sensibilizzare la lotta contro il cancro al pancreas e Ylenia Anelli).

L’attenzione del registra si concentra sullo “spirito” della Maratona (quello che unisce quanti si impegnano nella durissima gara). Una gara, tuttavia, che per quasi tutti i nostri protagonisti non implica record da battere ma “la possibilità di portare a compimento la Maratona, di farcela malgrado i limiti”. La ragazza americana afferma: “si corre con minore fatica, si arriva alla fine se ci divertiamo”. Anche se, lo ammetto, correre per 42 km col caldo torrido di questa sera di giugno é impresa che supera ogni immaginazione.

John Durham alterna vicende personali e brevi interviste a grandi maratoneti: Stefano Baldini, Paula Radcliffe (campionessa del mondo di maratona nel 2005 nonché primatista mondiale della specialità) e Orlando Pizzolato. Commoventi i filmati relativi a Abele Bikila alle Olimpiadi di Roma e Rolando Petri a quelle di Londra.

Per quali ragioni Ylenia Anelli ha deciso di partecipare alla Maratona di Roma? Che sia una donna che ama lo sport (alla pari di marito e figli) é evidente. Ma non é tutto!

Ylenia é una “Podista da Marte”. I “Podisti da Marte” sono una associazione atipica, una critical mass podistica i cui membri sono soliti correre in centro a Milano offrendo fiori ai passanti. Corrono per beneficenza e pensano di poter cambiare la città. Questa fu l’insolita occasione di conoscenza con Ylenia, un fiore offerto per la strada durante la Maratona di Milano dal presidente Fabrizio Cosi. ! I “Podisti da Marte” collaborano anche con City Marathon di Milano per il fundrising a favore di altri gruppi e associazioni no profit.

Ylenia mi accoglie sorridente ed energica nella sua abitazione di Bareggio, una villetta immersa nel verde, animata da due splendidi bambini. Già sulla soglia d’ingresso mi interrogo: quale desiderio l’avrà spinta a partecipare alla Maratona di Roma e, soprattutto, a recitare con tanta naturalezza nel film di John Durham?

Mi racconti qualche aspetto della tua vita?

Ho iniziato a lavorare a 19 anni, per un’azienda orafa italiana attiva prevalentemente all’estero. Ero molto apprezzata perché avevo studiato lingue (ne parlavo fluentemente tre) e ci sapevo fare con i clienti. Per lavoro ero spesso all’estero per le Fiere. Stavo bene economicamente, tuttavia quando decisi di formare una famiglia ed avere dei bambini, lavoro ed affetti iniziarono a divergere, pertanto mi licenziai e mi trovai un altro lavoro”.

Poi, nel 2012 la situazione peggiorò

Nel 2012 la situazione lavorativa peggiorò bruscamente e dopo che la mia ditta aveva dilazionato gli stipendi decisi di licenziarmi anche da qui. Anni prima mi ero sposata e mio marito, era allora istruttore di nuoto. L’avevo conosciuto quando frequentavo la piscina per ristabilirmi da un infortunio al ginocchio. Purtroppo, a causa di una broncopatia ostruttiva cronica é stato costretto ad abbandonare l’attività di istruttore. Nel 2010, assieme a lui, ho deciso di aprire un negozio di running e triathlon. Si é trattata di una grande avventura che ancora non sappiamo se sarà vinta. In tutti i casi, queste preoccupazioni erano col trascorrere dei mesi divenute difficili da reggere”.

Poi cosa é accaduto?

Sentivo di aver bisogno di una scossa, di una svolta forte. Desideravo (io ho sempre praticato sport, in particolare la corsa) gareggiare e, gradualmente, si é affermata in me l’idea della maratona. Nel febbraio 2012 mi hanno parlato di un regista americano che cercava una donna con determinate caratteristiche familiari e biografiche che potesse partecipare ad una maratona. Le candidate erano numerose ed io non avrei mai pensato che mi chiamasse. Invece, non solo la telefonata é arrivata… Mi ha incontrata in Stazione Centrale, gli ho raccontato le mie vicende e la storia e…sono rimasta in attesa.”.

La vita ha preso una brusca svolta, mi pare

Il giorno successivo avrei dovuto iniziare a lavorare presso una nuova ditta. Mi hanno telefonato da Roma e, con mia grande sorpresa, mi dicono: “Sei stata scelta!”.. Avrei corso sotto l’egida di Podisti da Marte.. L’allenatore mi raccomandava di iniziare gradualmente, e io, con tenacia, ho tenuto duro. Posso ben dire, ora, di aver vinto la scommessa”.

Come hai vissuto il rapporto con il regista e la macchina da presa?

John Durhan ha abilmente condiviso la vita quotidiana mia e dei miei figli con l’ esigenza di girare con le riprese qui in casa. Ha collegato la mia vita precedente, la maratona di Roma, a Bareggio, i preparativi, la partenza, per Roma. Con ironia ha colto la mia piccola impresa, il mio sorriso, la fatica, gli applausi dei miei figli e di mio marito all’arrivo”.

Che emozioni avvertivi nel corso della gara?

Per tutti i 42 km di gara non sono mai stata sopraffatta dallo sconforto, forse perché l’ho presa come un gioco non come la ricerca esasperata di un record o primato da battere. Avevo scommesso con mio figlio che sarei arrivata e sono stata di parola. Desideravo provare sensazioni forti perché ho bisogno di molto coraggio per superare le difficoltà della vita. La mia maratona é stata un po’ come la gravidanza dei miei figli. Come tutte le madri, prima ho sofferto, lottato ma, dopo il dolore, é arrivata la gioia.! Questo è lo Spirito della maratona.”

 

DALL’ANIMA ALLE SVALBARD: TUTTO PROVIENE DA LUI

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Leggere “Dall’anima alle Svalbard Tutto proviene da Lui”, opera prima di Sebastiano Armenise, comporta una scelta di campo. Non si tratta, infatti, di una meditazione sulla vita umana e la spiritualità ma di un vero e proprio trattato di teologia dogmatica e sistematica, sia pur breve e semplificato.

Il breve trattato descrive il rapporto esistente tra fede e scienza, quindi della relazione tra un dono assolutamente gratuito di Dio all’essere umano (la fede) e gli sforzi degli esseri umani di comprendere le leggi che governano il Creato (per il credente opera di Dio). L’autore fa propria e rende assiomatica l’impostazione adottata da Giovanni Paolo II, un papa che sovente ha abbracciato (e imposto) l’ortodossia cattolica più intransigente.

Questa impostazione cattolica ortodossa non é certamente l’unica che é possibile prendere in considerazione! Le posizioni sono differenziate in ambito cattolico (basti pensare alla distanza teologica tra Giovanni Paolo II e il Cardinale Martini) , protestante, ebraico, mussulmano, buddista. Esistono poi agnostici e atei.

Il breve trattato, dalla scrittura semplice e efficace, raccoglie cinquanta sintetici enunciati, ciascuno delle quali corredato da un utile (a volte sin troppo breve) glossario teologico che descrive i termini “tecnici”.

L’affermazione secondo la quale “non si può leggere il Vangelo senza avvertire la presenza reale di Gesù” non è esente da possibili critiche. I Vangeli sono testi teologici relativi al messaggio cristiano, non biografie della vita di Gesù. Basti pensare all’annuncio della Risurrezione rivolto alle donne nel Vangelo di Marco e l’affermarsi di ben altra prospettiva in quello di Giovanni. E’ evidente tra i Vangeli una pluralità di significati, propria dell’intera Bibbia,

Il Libro di Genesi descrive, per esempio, non una ma due Creazioni in rapida successione, la seconda delle quali (molto breve) è sicuramente più antica. L’immagine potente “di un vapore che saliva dalla terra e bagnava tutta la superficie del suolo. Dio il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente” (Gn, 2, 6 – 7) ci fa apparire un Dio di gran lunga meno consequenziale (sul piano dell’umana comprensione) rispetto alla descrizione tradizionale della Creazione. Uomo donna creature viventi sono generati a partire dalla Terra che riceve la pioggia: non si parla di tempi (i tempi di Dio, tra l’altro, non corrispondono a quelli umani).

La grande importanza assegnata da Sebastiano Armenise a Satana potrebbe dare adito a qualche perplessità. Il Male esiste quanto il Bene, entrambi ammessi da Dio e il Diavolo agisce per dividere il Bene divino, per definizione perfetto, dalle inevitabili imperfezioni umane. Dio ne é perfettamente consapevole! Per il credente, Dio giudicherà e salverà l’essere umano malgrado il Male e Satana. E’ il tema affascinante delle teodicee: perché Dio ha ammesso il Male se onnipotente? Pensiamo alla Shoah. La teologia ebraica compie una sintesi mirabile da questo punto di vista: l’uomo è incapace di salvarsi da solo, Dio lo fa al 99% e del restante 1% Lui agirà per lo 0,9%, tanta é la nostra fragilità rende quel 0,01 persino eccessivo.

Gesù, come ogni maschio ebreo, era un ottimo esegeta della Torah (ha ripetutamente commentato il sabato). L’attenzione della sua predicazione (come dell’intera Bibbia) era concentrata sull’estraneo, sul povero, sulla donna e sull’orfano non sulla divisioni in categorie del genere umano. Dio giudicherà la nostra capacità di accogliere ed amare l’altro. Questo si é verificato (e si verifica) in ogni chiamata: con Abramo, Mosé, gli Apostoli, Paolo, credenti e non credenti.

Profondamente toccante, invece, adogmatico, é quanto Sebastiano Armenise denomina “angolo dell’Aldilà”, il contatto tangibile con i trapassati. “Nell’agosto 2002” – scrive – “mi trovavo in camera con mia madre. Ero sveglio ed una forza mi bloccò per tutto il corpo, mi impediva di muovermi. Una mano si posò sulla spalla destra, un’altra mano mi spostò dolcemente la testa verso la spalla sinistra ed ebbi un bacio sulla parte laterale destra del collo (il bacio che percepivo di mio padre defunto)”.

Una esperienza simile mi ha toccato da vicino. Venticinque anni fa mio padre morì improvvisamente per infarto cerebrale. Per molto tempo lo percepii vicino. Era una sorta di vicinanza “incombente”, come un essere consapevoli che una persona cara lontana ci pensa. Mentre lavoravo in silenzio nello studio mi aspettavo che aprisse la porta. In momenti critici mi sentii appoggiare silenziosamente una mano sulla spalla. Ciascuno popola, evidentemente, il rapporto con i cari defunti di immagini, o per dirla scientificamente, di “immagini ipnagogiche”.

L’autore mi trova radicalmente in disaccordo relativamente alla “dichiarazione di fine vita” o “testamento biologico”. Quando lo sottoscrissi avevo presente mio padre, con il corpo tenuto in vita per oltre un mese dalle macchine senza speranza di salvezza. A farmi propendere per la sottoscrizione non fu il terrore del dolore ma la fiducia nella bontà di Dio. Cosa avrebbe significato per Dio una mia sofferenza ulteriore? Persino la Croce é senza corpo di Gesù, perché Risorto. Fondamentale é non cercare la morte: correndo in auto, consumando sostanze e alcolici, sfruttando al massimo il tempo che Dio ci concede per fare il bene del prossimo e far fruttare i nostri talenti personali.

Il deposito di semi delle Isole Svalbard, la terra inospitale dove conservare per le future generazioni il patrimonio genetico del Creato, rappresenta a mio avviso una metafora della ricchezza di significati della Bibbia e delle enormi potenzialità implicite in ogni incontro umano. Ciascuno di noi potrebbe collocarvi esperienze, emozioni, aspirazioni, individuali e collettive. Indipendentemente da disquisizioni teologiche e dottrinali, perché, a dirla con l’apostolo Paolo, “la pazzia di Dio é più grande della pazzia degli uomini”. Spetta a noi prestare attenzione alla Sua pazzia.

 

ESISTEVA UNA TERRA

 

Esisteva una terra che non conosceva nessuno.

Per questo aveva porte d’oro

e ci abitavano ogni sapienza

e animali grandissimi

che mangiavano solo le foglie degli alberi

senza che mai, neppure una volta,

scorresse una goccia di sangue

o ci fosse un nemico,

qualcosa di funesto da riportare sui giornali.

Adesso che scrivo su questi fogli

dirai che la perfezione

é come la bellezza, si incontra di rado,

e non é destinata a durare.

Ma io c’ero e ho visto con i miei occhi

l’ombra veloce delle navi all’orizzonte, le unghie ritratte dei predatori

e pesci volanti sfrecciare sopra la testa

oltre le nuvole di ogni bufera

e uomini e donne arrivare abbracciati

nell’alba senza alcun spavento.

Io c’ero, te lo assicuro.

Non fosse per il pudore

potrei mostrarmi nuda

e vedresti che ho il corpo

tatuato dai sogni.

Anna Spissu

da “Lettere da Atlantide”

 

LA VOCE DEL CUORE DONA LA SPERANZA ALLA TERRA DEI FUOCHI

 

Contributo a cura della Redazione di MY Private MIND con suggerimento originale di Anna Falco

 

Dopo il successo di “La notte dei musei” a Villa Pignatelli, evento conosciuto in tutto il mondo, prosegue la lunga ascesa di “La Pentatisque”, un gruppo musicale composto da cinque giovani che ci consentono di riscoprire la buona musica per tramite di strumenti quali l’arpa e il flauto.

A dare vita alla serata, domenica 1 giugno 2014, ai Colli Aminei, gli artisti di “Le Pentatisque”, i quali hanno eseguito uno splendido concerto svolto nella chiesa dei Padri Rogazionisti in occasione della dedicazione della parrocchia ai “Santi Antonio di Padova e Annibale Maria di Francia”, con la partecipazione del Cardinale Sepe. Protagonisti gli artisti di “Le Pentatisque”, la Prof Cira Ronano, il Maestro Gaetano Perrone, la Dottoressa Amalia Sabino, il Dott Matteo Campagnoli e i Maestri Olga De Maio e Luca Lupoli.

Sono giovani promesse del panorama artistico e musicale Partenopeo provenienti dal Conservatorio e dal teatro San Carlo di Napoli, con, tuttavia, già alle spalle numerosi riconoscimenti. Rappresentanti degni di una città, Napoli, che deesidera esportare nel mondo il suo tesoro più importante, la cultura della bella musica che non dovrebbe mai tramontare in quest’era di plastica e di video games.

Prima dell’inizio del concerto ho avuto l’onore di chiedere ai protagonisti, a nome del gruppo, delle informazioni su come fosse nata “Le Pentatisque”. Il Tenore Luca Rupoli e la Soprano Olga Di Maio si sono prestati con garbo e gentilezza.

Il nome deriva da una sintesi fra “cinque” e “fantastici”. Invece di chiamare le “fantastique”, gli abbiamo dato il nome “Pentastisque” che deriva anche dai cinque Tempi della celebre sinfonia di Berlioz, composta da cinque Movimenti ed é una sinfonia a soggetto che fa rivivere una storia d’amore non corrisposto con una attrice”.

Questa composizione ha cinque movimenti: quattro con due voci; due strumentali e la quinta con voce recitante che fa da filo conduttore alle differenti parti del programma.”

Sono state eseguiti brani famosi (per esempio, il Gabriel’s Oboe di Ennio Morricone per Arpa e flauto; l’Ave Maria di Schubert. L’Arlesienne di Bizet, Sogno d’Amor di Listz).

Ogni singolo brano musicale é stato preceduto dalla voce recitante di Amalia Sabino che con eleganza e maestria ha dato vita a poesie di grandi autori quali Alda Merini, Saffo e Catullo.

Chiedo quali obiettivi si propongano con la loro attività. Risponde la Dottoressa Olga De Maio: “Speriamo di arrivare lontano, perché avendo anche l’Associazione a disposizione abbiamo la possibilità di aprirci ai teatri, alle sale di concerto, anche per creare un nuovo affiatamento, un programma diverso”. Prosegue Luca Lupoli: “Il teatro che esce dal teatro!”

Quale messaggio intendete dare alla “terra dei fuochi”. Risponde Luca Ripoli: “Un messaggio sociale, anche perché l’Associazione che rappresentiamo e di cui sono il Presidente e la dottoressa Olga De Maio, vicepresidente di “Noi per Napoli”, hanno già realizzato “un festival canoro”, un concerto di Natale e il “Maggio dei monumenti”. Essa agisce anche nel sociale con la diffusione della musica e della cultura tra i cittadini, di tutte le età e di ogni ceto sociale, proponendo un messaggio positivo.

La figura di donna nel panorama musicale contemporaneo e in questo momento storico così critico, é raccontata da Olga De Maio, la voce soprano del gruppo, il suo essere donna e musicista in due ruoli inscindibili, due figure, quella di donna e di musicista, sono inscindibili. “Indubbiamente, il nostro messaggio é quello di arrivare direttamente ai cuori con la musica e in automatico se gli altri aprono il loro cuore potranno sicuramente trarre piacere da questo messaggio bellissimo. Quello della musica che spiritualmente può elevare tutti.”

Il loro impegno proseguirà il 22 giugno con una serata a Salotto Culturale per presentare l’Associazione al quartiere, con in programma qualche momento dedicato alle varie arti, poesie, musica, pittura in una saletta messa a disposizione dalla circoscrizione in Via Nucolardi Napoli.

La Redazione di MY Private MIND presenta parte di lungo articolo di Anna Falco, una coraggiosa e combattiva giornalista che quotidianamente si confronta con la malavita, il degrado sociale e l’inquinamento mortifero de “la terra dei fuochi”.

 

MONICA BONOMI: VITA AGRODOLCE DI UNA ATTRICE TEATRALE

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Monica Bonomi mi risponde con sorprendente gentilezza e una disponibilità rara tra la gente di spettacolo. Anni di lavoro sul palcoscenico, di regia e insegnamento l’hanno resa depositaria di memorie ed esperienze uniche, a saperle e volerle dipanare con discrezione e sensibilità.

Milanese di nascita, Monica ha ereditato la passione per il teatro dalla nonna che la faceva recitare e che le mostrava la magia delle ombre cinesi e del buio. Sempre recitando sul palcoscenico della vita, si è diplomata al Liceo classico.

Quando ti sei innamorata del teatro?

Ho inizialmente lavorato nel Teatro ragazzi (con Quellidigrock e Teatro studio 75)” – mi risponde Monica -” Due anni più tardi ho tentato le selezioni per accedere alla Scuola di Strehler. O, meglio, dopo un anno di provini e test, all’ultima esame mi hanno bocciata. Si è trattato di uno smacco molto pesante per me. Malgrado tutto, ho recuperato e mi sono diplomata nel 1993 presso il Corso attori della Civica scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano”.

A quel punto che carriera hai intrapreso?

Mi sono dedicata al cabaret. Ho messo in scena una piece che ho scritto io e ha partecipato a una rassegna teatrale organizzata da Dario Fo e Franca Rame, “Un palcoscenico per le donne”. Ho iniziato a insegnare recitazione teatro appena uscita dalla Paolo Grassi e questo mi é sempre piaciuto moltissimo”.

Per quanto ne so, hai lavorato molto nel sociale e sul territorio

Certo!” – mi risponde decisa Monica -”Ho lavorato nei Centri Sociali del Comune seguendo la Parte Teatrale come animatrice Socioculturale. E’ stato lì che ho iniziato a insegnare, era interessante (ero così giovane ed alle prime armi) e, in tutti i casi, avevo ancora bisogno di imparare. (Diciamo che per 28 anni ho recitato e per 10 insegnato)”. Fa onore a Monica che, da attrice tanto esperta, utilizzi costantemente la definizione “fare esperienza”.

E poi quali altre attività hai svolto?

Sono stata insegnante di Scuole private di recitazione come CTA (Centro Teatro Attivo), Teatri Possibili, Quellidigrock, ma una delle esperienze teatrali più importanti è stato lo spettacolo “La via di una scimmia”, regia di Gaetano Sansone. Gaetano é stato un grande amico e un grande conoscitore di teatro, con la sua regia mi ha regalato molto, assieme alla moglie Luciana Melis che ne curò la parte fisica. E’ un monologo che svela in un mondo kafkiano, la parabola al contrario della metamorfosi, e che cerco di portare in scena appena posso. Inoltre, il mio lavoro oggi é spesso condiviso con Andrea Parazzoli, musicista del Teka – P, che accompagna nella parte musicale dei miei monologhi. Un connubio artistico di lunga data. Ora ho appena concluso la rappresentazione di “Affabulazione” di Pier Paolo Pasolini presso l’Out Off, regia di Lorenzo Loris.

Dal 2009 seguo, infine, la rassegna di teatro sperimentale presso il Circolo ARCI Cicco Simonetta: Off Cicco Simonetta Teatro ravvicinato del lunedì. Una minuscola vetrina teatrale che nel piccolissimo ha permesso di valorizzare il lavoro di molti bravi artisti”.

Non “solo” questo, a quanto pare

Ho recentemente pubblicato un e – book “Io non so fare niente” che è possibile acquistare in tutte le principali librerie tradizionali e on line. E’ la storia (non autobiografica, ma in parte certamente presa in prestito da esperienze dirette) di una attrice e descrive la ricerca di realizzazione lavorativa e affettiva, che nel romanzo sembrano andare di pari passo, un problema umano”. Una trama che sintetizza l’anima agrodolce e un po’ malinconica di Monica .

Quali emozioni avverti prima di andare in scena?

Prima di ogni rappresentazione mi sento molto emozionata. In scena percepisco molto il pubblico, trattengo il respiro…Forse lo sento persino troppo. Vorrei trovarmi più spesso in una bolla, ma a volte é difficile non avvertire il respiro del pubblico”.

Hai recitato per anni nel cabaret: cosa pensi della situazione attuale?

Io ho fatto cabaret negli anni ’90. Ho fatto un piccolo ingresso in uno spettacolo di Antonio Albanese, quando era ancora agli albori della sua splendida carriera ed all’epoca ho anche collaborato con lui per la stesura di alcuni testi. Non ti ricordi lo sketch “Psicofarmaco” ed Epifanio? Ebbene, io interpretavo la sua fidanzata! Come ti ho accennato in precedenza ho scritto un pezzo per Dario Fo e Franca Rame. Era decisamente un’altra epoca! C’erano più locali e questo creava concorrenza sana e possibilità di alimentare il circuito cabarettistico con varietà di linguaggi e comicità. Poi è arrivata la televisione ed allora il cabaret ha iniziato a vivere di tormentoni e gag di tre minuti, comunque con tempi serrati: a mio modesto avviso il suicidio del cabaret”

Monica ama recitare e insegnare (“Io non recito più davanti ai bambini da anni e non insegno solo ai ragazzi ma agli adulti, in particolar modo”). Tuttavia, per i bambini ha riscritto con originalità la favola de “La cicala e la formica”. In tutti i casi é attrice nel senso migliore del termine, quello dell’anima e della passione!

Potrete ottenere informazioni attendibili e aggiornate sulla sua attività visitando lo

www.monicabonomi.com

Monica Bonomi, con la passione che la contraddistingue, sarà lieta di offrire informazioni, non solo tecniche, per avvicinarvi alle magie del teatro, del cabaret e dei suoi corsi.

 

ALESSANDRA: UNA SIGNORA DELLA MUSICA D’AUTORE ITALIANA A ORASENZOMBRA

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Per una sera, e con vivo piacere, Daniela Basilico e Orasenzombra hanno accantonato la letteratura noir per presentare la splendida voce di Alessandra. L’evento si è svolto giovedì 6 giugno presso l’Hotel Admiral Milano, via Domodossola 16.

Si è trattata di una serata piacevole, grazie anche al miracoloso intervento sull’impianto di amplificazione di un tecnico d’eccezione, Dario Contri che insieme a Daniela Basilico ha animato la serata. La presenza scenica di Alessandra ha trasformato la sala un po’ anodina dell’hotel in un caldo riservato salotto musicale.

Alessandra (Ale per gli amici), nel corso della carriera ha visitato numerosi generi musicali, blues pop soul e canzone popolare, con una propensione per il bel canto all’italiana, al punto che all’inizio della sua carriera ricevette il grande onore di un invito, rivolto dallo Scià di Persia Reza Pahlavi, per esibirsi a corte come “vedette internazionale”.

Numerose sono state, inoltre, nel corso degli anni le canzoni di Alessandra, spesso colonne sonore come “Vinci e torna presto” del film “Le 24 ore di Le Mans”, e famose sigle televisive come quella del programma “M’ama non m’ama” e di tante trasmissioni condotte da Paolo Limiti.

In realtà Alessandra è un nome d’arte, quello vero è Anna Ferrari” – ha introdotto la serata Dario Contri. “Ho lavorato sin da molto giovane con Peppino Gagliardi e Mario Merola (immaginate voi l’emozione di una ragazzina del Nord Italia cantare in ambiente napoletano)” – ha proseguito l’artista dando prova di un aspetto fisico e di una verve decisamente invidiabili.

Rispondendo ad una domanda, affatto scontata, di Daniela Basilico (“quali i criteri di scelta delle cover”) la replica di Alessandra è stata lapidaria: ”Per le mie cover ho sempre scelto le canzoni meno scontate, spesso il lato B, (che poi hanno testi bellissimi)! Mina, inoltre, in più occasioni mi ha fatto dono delle basi”. Perché Alessandra ha fatto parte (anche se il termine é decisamente desueto) della “scuderia” della “tigre di Cremona”.*

Sono come tu mi vuoi”, uno delle canzoni più famose di Mina, ha avvicinato i fan accorsi numerosi alle numerose sorprese della serata. Alessandra non ha imitato la voce di Mina ma affermato la propria, calda ritmata e morbida.

Come amavo gli occhi tuoi, quando non mi amavi tu, quando tu proprio non mi vedevi..” di “Schiavi”, composta per Alessandra da Paolo Limiti, ha offerto una piccola perla della musica leggera d’autore italiana, ricercata nel testo e, nelle composizioni meglio riuscite come questa, orecchiabile e popolare ad un tempo.

Dado Tedeschi, traendo spunto dal titolo della canzone “Schiavi”, con il suo humor tagliente, ha aiutato il pubblico a riscoprire la fauna umana del famoso locale “Cà Bianca” appena riaperto, tra industriali un po’ in disarmo e anziane signore siliconate e dall’eterna giovinezza. Bello essere “schiavi” del ricordo di un locale mitico!

Luciano Tallarini, Art Director di grandi artisti (ha disegnato le copertine più famose degli album di Mina, Ornella Vanoni, Patty Pravo, Loredana Berté etc), ha raccontato con simpatica ironia episodi della propria vita professionale. Mina, per esempio, la grande insuperabile Mina, era tanto indolente da resistere ad ogni coinvolgimento nella realizzazione dei propri dischi. “Guarda che dobbiamo consegnare il lavoro finito alla Casa discografica entro due giorni e manca la copertina!” – le telefonava Tallerini affannato. “Vedi tu” – la laconica risposta della “tigre di Cremona”.

Il venait d’avoir 18 ans, Il etait beau comme un enfant… Con l’estate mi incendiò, ed io guardandolo contai i miei autunni..” , “18 anni” la splendida canzone di Dalida ha consentito ad Alessandra di esprimere al meglio voce, incantevole, spontaneità nel declinare senza sforzo apparente francese e italiano con passione. Una capacità, la sua, in grado di rendere al meglio, nell’anima e nella melodia, la sottile impalpabile malinconia di Dalida.

Una vicinanza, tra Dalida e Alessandra scritta nelle stelle, di sensibilità artistica e femminile. Somiglianza confermata dal fratello di Dalida che incontrandola esclamò: “Lei è Dalidà”. “Me la sento vicina anche quando eseguo le sue canzoni” – ha proseguito Alessandra -”Lei che era perfettamente a cavallo tra la musica d’autore italiana e quella francese”

Dario Contri, dopo aver domato il telecomando e l’impianto audio, ha dato ancora una volta prova della sua infinita cultura musicale e della sua grande preparazione in merito, presentando la discografia completa di Alessandra (con pezzi rarissimi) e video clip relativi alla sexy music italiana. Ad iniziare da Mina con il video di “Importante è finire”, ripetutamente censurato dalla RAI sin quasi a renderlo irriconoscibile. Ricordiamo Marina Occhiena, Rosanna Fratello (sì quella di “Sono una donna non sono una santa” finita poi su Playboy), Iva Zanicchi (da “La riva bianca la riva nera” ad “Ardente”), Amanda Lear, Marcella Bella e, non dulcis in fundo, Alessandra Mussolini.

Finché tramonta il sole, finché la terra va, tu dona o mio Signore, a chi ti chiederà”, con questa splendida e accorata canzone Alessandra ha inteso salutare il pubblico e, nello stesso tempo, ricordare la grande Mimi, meravigliosa interprete dal carattere fragile anche se sensibile e soffuso di poesia.

 

CHI SONO?

 

Chi sono? Spesso mi dicono

che esco dalla mia cella

sciolto e sereno e saldo

come un signore dal suo castello.

Chi sono? Spesso mi dicono

che parlo con i miei sorveglianti

libero e cordiale e franco

come se avessi da comandare.

Chi sono? Mi dicono anche

che i giorni porto della malasorte

imperturbabile, sorridente e fiero

come chi é uso alle vittorie.

Davvero sono quello che altri di me dicono?

O sono soltanto ciò che io stesso di me so?

Irrequieto, nostalgico, malato, come un uccello in gabbia,

boccheggiante per un soffio di vita, come se mi strozzassero,

affamato di fiori, di colori, cinguettii,

assetato di buone parole, di calore umano,

fremente d’ira per l’arbitrio e la minima offesa,

tormentato dall’attesa di grandi cose,

invano trepidante per amici a distanza infinita,

stanco e troppo vuoto per pensare, per fare,

fiacco e pronto a dire addio a tutto?

Chi sono? Questo o quello?

Sono forse oggi questo e domani un altro?

Sono entrambi al contempo? Dinanzi agli uomini un ipocrita

e per me stesso un debole piagnucoloso, degno di disprezzo?

O forse ciò che * ancora in me assomiglia all’esercito in rotta

che arretra, confuso, dinanzi a vittorie già ottenute?

Chi sono? Solitario porsi domande si fa beffa di me.

Chiunque io sia Tu mi conosci, Tuo sono, o Dio!

Dietrich Bonhoeffer

Breslavia 4 febbraio 1906 – Lager di Flossenburg 9 aprile 1945

 

IL FASCINO (IN)DISCRETO DELLA BORGHESIA MILANESE

 

A cura della Redazione di MY Private MIND

 

Ci hanno sorpreso le lamentele dei cittadini che risiedono in Foro Bonaparte e Piazza Castello (per i non milanesi, potrebbero equivalere ai residenti di Piazza del Duomo a Firenze o Piazza Navona a Roma).

Riportiamo alcune delle veementi proteste ampiamente pubblicizzate da blog e stampa: “l’isola pedonale da poco istituita si è trasformata in un suk”, “tavolini all’aperto e salamelle appestano l’aria con baccano sino ad ora tarda e puzza”, “il traffico, nell’unica via rimasta percorribile in zona, è caotico”.

A farla breve, leggendo tra le righe, la pedonalizzazione di Piazza Castello e di Largo Cairoli non piace né all’udito e neppure all’olfatto sensibilissimi dei residenti.

Pochi milanesi si sono resi conto dell’importanza della scelta! Mai (salvo nel corso della Seconda Guerra Mondiale) Piazza Castello è rimasta interdetta al traffico automobilistico. Largo Cairoli si era trasformato sino allo scorso anno in un luogo di sosta disordinato e pessimamente gestito dei bus delle linee autostradali (senza che i residenti trovassero nulla a che ridire). Importante avere accesso all’abitazione con l’auto.

L’attraversamento del viale antistante il Castello, ampio e con lieve curvatura, invogliava, specie nelle sere estive, a correre. Attraversarlo sulle strisce pedonali e con semaforo favorevole era problematico per i pedoni, specie se anziani e un po’ malfermi sulle gambe.

Le proteste non si spiegano neppure con l’assenza di trasporti pubblici. Esistono, infatti, ben due linee della metropolitana (Linea Rossa 1 e Verde 2) con tre stazioni (nel raggio di duecento metri), numerose linee tranviarie e su gomma e, infine, la Stazione Cadorna delle Nord sorge a duecento metri. Non esistono a Milano quartieri tanto ben serviti!

Ora spuntano esteti e sofisti in nome della bellezza del Castello e della prospettiva che da Via Dante focalizza lo sguardo sulla Torre del Filarete. Eppure, negli ultimi anni, Milano ha dovuto subire sfregi dell’arte, dell’ambiente urbano e della salute pubblica ben più gravi.

In difesa di Piazza San Ambrogio, il cuore religioso della città, si erano mobilitati Comitati di residenti, Italia Nostra, il FAI ma non ci fu nulla da fare! Le Giunte Albertini e quella Moratti, entrambe di centro destra, risposero inesorabilmente che “erano necessari nuovi parcheggi sotterranei”, che “si erano già impegnate con gli appalti”, “che si sarebbe dovuta pagare salatissime penali..” Come se scavare un autosilo di fronte, quasi sotto,la millenaria Basilica, ponendo in pericolo la torre campanaria, sconvolgendo un cimitero paleocristiano, non dovesse inibire una idea tanto insana.

Lo stesso si verificò con il cosiddetto “Bosco di via Melchiorre Gioia”, tre o quattrocento alberi semplicemente da attrezzare con vialetti e panchine, piazzati nel cuore dell’Isola Garibaldi a due passi dall’attuale Torre Unicredit. Anche in questo caso si mobilitarono Associazioni, Comitati di cittadini con centinaia se non addirittura migliaia di aderenti, furono presentate petizioni. La Regione Lombardia e il Comune di Milano rimasero insensibili. Gli alberi andavano abbattuti in nome del progresso: era necessario erigere un mostro di oltre venti piani con tanto di eliporto (inutilizzato), scomodo per chi ci lavora e con il Pirellone restaurato a carissimo prezzo quasi vuoto nelle immediate vicinanze.

Ci siamo interrogati non solo sulle motivazioni di quelle scelte sconsiderate: ancor più, su come fossero intervenuti in questi frangenti blogger e giornalisti che ora si scagliano con veemenza contro l’Isola Pedonale di Piazza Castello. Allora la Rete tacque! Di fronte ad un Potere sordo se non sordido (da questo punto di vista) e degli interessi di parte, presero mai posizione? E i cittadini che ora protestano per la pedonalizzazione dell’area circostante il Castello, allora mossero dito?

Non è facile amministrare incidendo su abitudini quasi secolari! Domenica un anziano, in Piazza Castello, ci chiese se potevamo aiutarlo ad attraversare il viale in direzione della fontana. Si trattava di un signore distinto e quando gli spiegammo che non era più necessario, che il traffico era stato eliminato, ci guardò con un abbozzo di sorriso. Tanto radicata è ancora l’abitudine al traffico, di parcheggiare a piacimento, di vedere piazzati i bus di turisti di fronte alla Torre del Filarete.

E’ giunto il momento di rendere l’inquinamento dell’aria e la qualità della vita un fatto riconosciuto dalla politica di entrambi gli schieramenti, maggioranza e opposizione. In questo caso Milano ha riconquistato ampi spazi destinati alla vita sociale strappandoli alle auto. La gestione di tali spazi possono divenire punto di incontro (critica se possibile costruttiva) tra Amministrazione Comunale (di qualsiasi colore) e cittadinanza, con idee, suggerimenti e coinvolgimento.

Abbiamo scelto un titolo provocatorio “Il fascino (in)discreto della borghesia milanese” ad indicare una verità incontrovertibile. Se ad inizio ‘900 il fior fiore della borghesia illuminata milanese si impegnava ad istruire i lavoratori ed i proletari (si fondò allora l’Umanitaria), se nel secondo Dopoguerra la Comune Lombardini di Cinisello Balsamo indicò la strada per una socialità ed una cultura diffusa (fondamento delle famose 35 ore per gli operai e gli immigrati dal Sud), ora (duole dirlo) si è giunti a dividersi persino sulla qualità dell’aria e l’invadenza delle scatole di lamiera dette automobili.

 

STEFANO FERRI A ORASENZOMBRA: UN INCONTRO SCRITTO NELLE STELLE

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Con un evento astrale unico, Stefano Ferri, Daniela Basilico, Dario Contri e Dado Tedeschi, hanno offerto una serata di cultura, ironia e musica al numeroso pubblico intervenuto. Orasenzombra (giovedì 28 maggio presso l’Hotel Admiral Milano, via Domodossola 16) ci ha ormai abituati a godere di belle occasioni di cultura.

Stefano Ferri, giornalista e pubblicitario, al primo romanzo, in tubino attillato nero, ha presentato “Seppellitemi in cielo”(Robin Editori), incalzato da Daniela Basilico.

Il racconto inizia con il suicidio programmato di una giovane, bella e ricca, Patrizia Mondelli. L’auto con il corpo è rinvenuta “in un viottolo della pianura lombarda che, fiancheggiato da cipressi, si perde nel nulla”. Accanto al cadavere sarà ritrovato un bigliettino con una frase misteriosa: “Seppellitemi in cielo”.

L’ispettore Giorgio Bonomi tenterà di decifrare l’enigmatico messaggio. Emergerà un po’ alla volta che, nel corso degli ultimi mesi di vita, Patrizia, appassionata di astrofisica, aveva dimostrato vivo interesse per una singolare agenzia di Huston (Texas).

Sono le idee ad inseguire gli scrittori, o gli aspiranti tali.” – ha esordito con modestia e ironia Stefano Ferri – “Il 24 ottobre 1996, mentre guardavo la televisione, avevano trasmesso una notizia che mi sembrava incredibile: a Huston esisteva un’agenzia per spedire nello spazio le ceneri di quanti, pagando, lo avessero desiderato. Un triste evento che ha interessato la mia famiglia (il mistero è d’obbligo), collegando quella notizia quanto meno originale al mio mondo personale ed ispirato il romanzo”.

Certo, come ha fatto notare Daniela Basilico, l’unica figura femminile del romanzo è Patrizia (Mondelli)! “E’ vero che, salvo la defunta, tutti i personaggi sono maschili”. – ha replicato con prontezza l’Autore – “In realtà l’esistenza di Patrizia pervade l’intero romanzo, dal primo capitolo all’ultimo. Tutti i personaggi possiedono di lei un frammento diverso e spetta al lettore riuscire a ricostruire una sua immagine quanto meno integra”.

Seppellitemi in cielo” è un romanzo particolare, non solo per la preminenza assoluta di figure maschili (senza escludere, come abbiamo visto, affatto quella femminile) ma anche per la lunghezza della sua stesura. Stefano Ferri ha, infatti, scritto di getto i primi capitoli, per poi rimuovere quasi dalla propria vita il manoscritto nel corso dei lunghi anni del cambiamento interiore, per poi riesumarlo e concluderlo solo nel 2013.

Approfittando della sospensione nella composizione del romanzo, Dado Tedeschi, con finezza e sensibilità di comico, ha presentato infinite mai banali declinazioni di “uomini con le gonne”, con notevole divertimento dell’autore.

Seppellitemi in cielo”, nella parte seconda compie un balzo di trent’anni. Se il suicidio di Patrizia (Molteni) è avvenuto nel 1977, ritroviamo i protagonisti (maschili) alle prese con una realtà completamente nuova nel 2007. A parere di Stefano Ferri “più squallida”, certamente problematica.

Evitando con cura di cadere nell’erudizione, il romanzo recupera numerose nozioni di astronomia, “quelle stesse (o per lo meno alcune) che io ho scoperto nel primo libro consultato ad otto anni, un manuale di astrologia. Questo particolare rivela la sostanza profonda dell’opera: non narrazione fine a sé stessa ma continuo dipanarsi di autoanalisi, recupero della memoria e presente.

Dario Contri si è cimentato, con successo, nell’impresa di presentare videoclip e canzoni con le parole del titolo “Seppellitemi in cielo”. Il pubblico ha così scoperto l’esistenza di un video clip con due dei tre fratelli Gibb, David Bowie e Ringo Starr, riferito a Death, la morte: malgrado tanti nomi altisonanti il video, della durata di circa trenta muti, ebbe scarso successo di vendite.

Particolarmente ammirata l’esecuzione a Canzonissima del 1966 della splendida “Il cielo in una stanza” da parte di una Mina dalla pettinatura monumentale (invidiata dal pubblico femminile presente alla serata). Correndo rapidi con i ricordi, “Il cielo” di Lucio Dalla, un clip risalente al 1978; “Il cielo”di Renato Zero censurato dalla RAI nella parola “spermatozoi”; “Il cielo é sempre più blu” di Giusy Ferreri. Per planare, infine, sui bassifondi delle classifiche e del buon gusto con “Cieli azzurri” di Pupo a Sanremo del 1983 e il “Cielo a metà” di una Anna Oxa decisamente sovrappeso.

Nel corso degli anni di stasi la interruzione della scrittura la mia vita era decisamente cambiata” – ha affermato con confidenziale semplicità Stefano Ferri -” La scrittura, per me, assume sempre un valore terapeutico! Così mi sono sentito libero di tornare a scrivere quando ho deciso di indossare abiti femminili. Questa è stata la mia liberazione! Negli ultimi capitoli io parlo di Luca e Davide, prima ragazzi ora uomini, con un vuoto interiore infinito. Anch’io ho perso l’adolescenza.. e il cambio d’abito e la scrittura mi hanno consentito di ricucire infanzia e maturità!”.

L’amore ha uno stretto legame con la tragedia. L’amore più a lungo dura più risulterà tragico..E’ una prova che non ci lascia mai tranquilli, in pace, come nel rapporto tra i miei genitori e tra me e mia moglie. E’ di una tale complessità lo stare assieme da risultare quasi impossibile”. Parole agrodolci e profondamente umane che concludono la serata.

Certo, tra breve sarà pubblicato il secondo romanzo di Stefano Ferri e, se il buon giorno si vede dal mattino, sarà un piacere incontrarlo a Orasenzombra (sempre in tubino attillato nero).

 

M J THE LYRICS BAND: QUANDO LA MUSICA DIVIENE VIAGGIO

 

 

 

 

 

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Mary Jo Macchia mi incontra e saluta con spontaneità, il sorriso sottile tanto inatteso in un’artista da molti ritenuta una cantante dalla voce “esplosiva” ed “espansiva”. Per poterle porre domande non banali mi sono concesso (con piacere) il lusso di due concerti.

L’occasione opportuna per questa intervista è il backstage in corso presso l’Alter Ego Cafè di Milano mentre l’attenzione generale è concentrata sulla finale di Coppa dei Campioni Atletico Madrid – Real Madrid.

Quando hai scoperto questa grande passione per la musica?

Sono nata a Lecce” – mi risponde sorridendo -” e mia mamma era una appassionata di musica operistica e classica. Da Lecce ho spiccato il grande balzo artistico, non direttamente come musicista”.

Dove sei approdata in questa ricerca?

Inizialmente, ho avuto un rapporto indiretto con la musica, paragonabile alla luce del sole riflessa dalla luna. Ho studiato in Accademia Teatrale a Firenze e, durante una improvvisazione, ho eseguito una canzone. Era casualmente presente un pianista del Maggio Musicale Fiorentino che mi ha detto: “Dovresti fare il Conservatorio!” Detto fatto…”

A quanto pare hai iniziato a viaggiare davvero da allora, in te e nel mondo

A Lecce ho iniziato a frequentare il Conservatorio. Lì, veramente, a contatto con la musica, ho scoperto una nuova dimensione, la luce del sole. Certo, la lirica prevede un ordine d’esecuzione e rappresentazione scenica ferrea e non mi sentivo veramente felice mentre mi sottoponevo “ad una vita di rinunce da militare”. Allora, con grande entusiasmo e freschezza d’esecuzione ero soprano di coloritura, per dire da Mozart a Bellini a Donizzetti (repertorio belcantistico)”. Mary Jo è un’artista completa e, d’altronde, la voce le consente escursioni e visitazioni di grande interesse.

Quando è stato il punto di svolta che ti ha condotto ad abbracciare un altro genere musicale?

Dai 22 ai 28 anni mi sono esibita come cantante lirica” – mi risponde Mary Jane sorridendo con spontaneità -”Quell’anno ho incontrato Daniele (bassista) con cui ho fondato la band ed è coautore dei pezzi. L’incontro con lui mi ha aperto veramente gli occhi e il mio viaggio ha preso la giusta direzione”.

Quali generi musicali hai frequentato da allora?

Ma… io viaggiando tanto grazie alla musica lirica, sono riuscita ad ascoltare (nei luoghi d’origine) diversi generi musicali, come il neo gospel, un genere poco conosciuto in Italia ma ben noto e praticato negli stati Uniti. E’ un genere musicale che associa grinta e gospel, la tecnica del rock e le scale vocali e musicali del blues. Da lì, comunque, mi affascina tutta la black music, dal reggae al funk, al blues, al soul fino ad approdare al neo soul (ovvero un mix di tutti questi generi)”.

Esibendoti, hai viaggiato mi pare…

Certo, Giappone, tutta Europa, Israele e California”. Mentre mi parla di questi viaggi a Mary Jane inizia a brillare lo sguardo. Poi arrivano improvvise le sorprese sotto forma di un mazzo di tre rose rosse, omaggio di un ammiratore presente al concerto di Genova lo scorso sabato.

Potresti dirmi quali pezzi ti piacciono particolarmente, della band o di altri artisti?

Delle cover che eseguo la mia preferita é What’s Going On, un classico dei Motown (che adoro)”.

Le esperienze professionali e di vita hanno condizionato la scelta dei componenti la band?

L’anno scorso ho fondato la band selezionando i collaboratori soprattutto per umanità e bravura. Anche le nostre canzoni parlano delle piccole grandi cose della vita: l’Amore, raccontano momenti di vita comune, emozioni semplici e quotidiane, gioie, delusioni, esperienze che sono parte integrante della vita!”

Partecipare, tuttavia, ai concerti di MJ & Lyric Band significa fare esperienza diretta della sua musica! La sua voce e il disporsi scenico evocano sensazioni ed emozioni profonde.

Parlando della musica la metafora preferita di Mary Jane descriveva la luce della luna e la ricerca, lunga e difficile, di intravvedere quella del sole. Ebbene, sin dalla prima nota, voce, persona, capacità espressiva si trasformano radicalmente, acquisendo altra personalità La compostezza lascia il posto alla danza ed a una gestualità vivace, “verticale”, ponendo in relazione la tecnica musicale alle emozioni. L’artista sorride abbracciando idealmente il pubblico, si intrattiene con i musicisti, scambia battute con quanti iniziano a ballare.

Mary Jane plasma con voce forte e vibrante anche pezzi non suoi (per esempio, di Amy Winehouse) come mani la creta ancora umida, sempre pronta a rincominciare ad un nuovo concerto, con nuovo pubblico e nuove emozioni.

 

PASSI

 

Silenzio” – e mi stringesti al seno.

Solo un pretesto!

Chi salirà mai le scale

a quest’ora della notte?” –

mi rapisce la timidezza.

Forse i vicini” – proseguo.

Shh!” – replichi in un soffio.

Le mie labbra,

reclinando,

abbracciano le tue.

Roberto Ferro

 

UNO PSYCHO KILLER SI AGGIRA PER ORASENZOMBRA

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Uno Psycho Killer minaccioso si aggirava giovedì 22 maggio per le sale dell’Hotel Admiral International Milano, Via Domodossola 16 .

Era uno Psycho Killer descritto nei minimi particolari dall’autore, Ezio Guaitamacchi, una delle firme più prestigiose del giornalismo musicale italiano, Brunella Boschettii, cantante dallo straordinario timbro blues, Carlo Montana istant writer d’eccezione e Daniela Basilico che ha presentato la serata con le consuete ironia e verve.

Il libro prende il nome dalla canzone Psycho Killer dei Tolkin Heads e la serata è vissuta principalmente della passione che lega Ezio Guaitamacchi e Brunella Boschetti alla musica americana, in particolare a Bob Dylan e da un thriller originale.

Nel medesimo giorno della morte a Londra della povera Emy Winehouse, a Milano la polizia rinviene il corpo senza vita del più potente ufficio stampa dello show business, impiccato mentre dal suo stereo risuonano le note di Iggy Pop, Dopo di lui saranno uccisi in modo cruento altri personaggi del mondo della musica milanese.

A rendere avvincente il thriller, dopo ogni omicidio una mano anonima invia a Bobby Crosetti, giornalista di Radio Popolare un file mp 3 con una cover di Bob Dylan che, secondo la mente contorta di chi lo invia, dovrebbe suggerire il movente degli assassinii.

L’intricato caso è affidato all’ispettore Marco Molteni, gran lavoratore, da pochi giorni a Milano, un romano originario di Fornello (dove ha sede il centro sportivo della Lazio), tifosissimo del Milan malgrado l’accento romanesco, donnaiolo. Il simpatico ispettore tifoso si troverà a dipanare una trama complessa con l’aiuto dell’assistente Carluccio, del medico legale dottor D’Errico e dal musicista di strada Sunflower.

Se questi sono i protagonisti, nel frattempo la scia di sangue si allunga “dipanandosi” – secondo le efficaci parole di Daniela Basilico – “per una Milano ormai scomparsa oppure resa marginale dal business imperante”. Pensiamo al locale Santa Tecla frequentato da Enzo Jannacci e da Giorgio Gaber, ai Bar Jamaica (visitato occasionalmente nel primo dopoguerra da Benito Mussolini perché uno dei pochi locali di zona con il telefono a gettone)

La voce dal timbro forte inconfondibile e vibrante di Brunella Boschetti ha annodato l’intervista di Daniela Basilico e la presentazione vera e propria di Psycho Killer al pubblico. I brani di Bob Dylan, richiamati dal grande artista americano ad opera di Carlo Montana, The times are changing, Jokerman infine, tra altri, appunto, Psycho Killer dei Tolking Heads.

Psycho Killer conduce il lettore nel mondo della musica, i protagonisti del racconto sono persone reali sia pure sotto mentite spoglie, i dettagli apparentemente secondari sono ripresi dalla vita quotidiana, lavorativa e sportiva, di Ezio Guaitamacchi, che della musica,suonata e commentata, ha fatto ragione di vita.

Si è trattato di una serata densa di contenuti e, fortunatamente, nessuno dei presenti, è rimasto vittima dello Psycho Killer. Ringrazio la sempre sorridente Daniela Basilico, la bravura di Paolo Manacorda, eccellente fotografo, e l’impeccabile professionalità di Ezio Guaitamacchi e Brunella Boschetti per averci donato una occasione piacevole di ottima musica.

Desidero in tutti i casi chiedere ai due protagonisti se oltre a Psycho Triller non sia possibile per loro cimentarsi con altre opere letterarie associandole alla musica americana, blues o country che sia. Per esempio, un qualche frammento di Jack Karuac, l’anima nobile e vagabonda dell’America, potrebbe donare brividi inaspettati!

 

I (POVERI) DIAVOLI DELLA ZISA

 

Contributo A cura di Roberto Ferro

La dedizione degli attori diventa narrazione che coinvolge e conduce ad assaporare una Sicilia amata intensamente”. La passione, umana e letteraria, della scrittrice Grazia Favata, la bravura e l’intensità espressiva degli attori. Titti Giambrone, Iaia Corcione, Giuseppe Giambrone e dell’attore regista Carlo D’Aubert, sono rivolte ad una città, Palermo, in grado di suscitare improvvise attrazioni e subitanei rigetti.

Ho avuto la fortuna di assaporare ed ascoltare il “romanzo”, non di leggerlo, apprezzando così la commistione semplice ed efficace di italiano e dialetto (palermitano), i dialoghi privi di (eccessive) trivialità. Sono corso immediatamente con la memoria memoria ad altri lidi lingua e autore, Creuza do mar di Fabrizio De André.

Grazia Favata prende sotto braccio il lettore e lo conduce nei vicoli maleodoranti e poveri di una Palermo assolutamente sconosciuta ai turisti. Non concordo, tuttavia, sul termine “romanzo” attribuito all’opera! I diavoli della Zisa (il casino di delizie degli Emiri arabi di Palermo che io ho ammirato isolato e restaurato, circondato dal popolare quartiere de La Noce) purtroppo non inventa nulla, fatto salvi i nomi dei protagonisti e l’incastro dei singoli episodi.

Il racconto si snoda, stretto ed aspro come i vicoli della Vucciria, descrivendo le vite di povera gente, donne prevalentemente. La donna che, in Sicilia, per atavico destino, si carica dei fardelli della vita: maschi sfatti o violenti, figli già fragili appena venuti al mondo, una prigione di pregiudizi e incultura, l’assenza di futuro.

I diavoli della Zisa è un racconto declinato prevalentemente al femminile. E’ l’avventura umana, sin troppo umana, di Rosa e della sua bimba Gilda (un nome assegnatole dalla madre dopo che questa aveva visto, neppure completo o compreso, un film), che vediamo irrompere prossima al parto a bordo di un Apino al Pronto Soccorso. Quasi una fuga da due fratelli papponi da quattro soldi e da clienti poco esigenti (ignoto resterà persino il padre della piccola Gilda).

Si tratta di un Reparto di Ostetricia sui generis, naturalmente. La Dottoressa Margherita D’Amato, fuggita da Roma per non avvallare un grave errore dei medici, Giuseppina infermiera pettegola e la signora Maria, “due seni enormi, così abbondanti da partire dalle ascelle e arrivare alle reni, dietro senza natiche…Che si piaceva sempre quando faceva del bene” colorano ambienti di solito destinmati a restare anonimi.

E’ anche la storia, tragica e commovente nel contempo, di Daniela, giovane e bellissima, ingravidata da un delinquente mafioso che l’ha accoltellata sino a lesionare in maniera irreparabile il feto, ora in carcere all’Ucciardone. Sarà accusata di drogarsi, prostituirsi e, in definitiva, di volersi ribellare al mondo di soprusi nel quale vive la povera umanità femminile di Palermo. E pagherà con la vita, le faranno una overdose “di schifezze”.

Questi scarni particolari, non desidero rovinare ascolto e lettura approfondendo la trama, mi hanno fatto apprezzare un racconto apparentemente semplice: i protagonisti, tratteggiati con semplicità, sono alle prese, tutti, con eventi di vita e di morte, gioie e dolori.

Grazia Favata ci accompagna, con l’aiuto degli attori e del regista, in questo mondo, crudo e tenero nello stesso tempo, con un utilizzo sapiente della musica, .

La scelta di adottare un profilo multimediale, particolarmente indovinata, crea un paesaggio descrittivo efficace, dove musica di sottofondo recitazione e narrazione si fondono. Grazia Favata pone lo spettatore al centro dell’interesse del racconto. Conta, ai suoi fini, immedesimarsi nella vita quotidiana palermitana, senza citazioni dotte, o colte.

Così “camurrie” si rende bene con “guai”, “picciridda” “con “piccola” (vezzeggiativo). Un mondo disperato e disperante dove italiano “malamente incollato” della “cugina provolona” di Rosa con i denti in fuori alla frase terribile di Angelina nel porgere a Rosa una confezione di trucchi già aperta: “Tanto tutti lo sanno che fai la puttana a pagamento”.

Immediatamente comprensibile anche al milanese doc è la frase oscena pronunciata dal compagno mafioso di Daniela alla notizia dei suoi manifesti incollati a coprire le ingiurie: “Così mi vuole proprio sputtanare quella arrusa”.

Un mondo femminile impregnato di magiche diaboliche visioni. Così la madre di Daniela, pure essa donna disperata, alla vista delle sventure della figlia “Chiama a raccolta tutti i Diavoli della Zisa…Li farò scendere da tutti gli angoli della Penisola..Se tutti i siciliani del mondo si svegliassero…” Un vaticinio da antica tragedia greca più che da donna contemporanea, come se fosse possibile richiamare in vita un barlume di potere degli antichi dominatori Arabi.

 

LA CIVETTUOLA

 

La civettuola, eccola, che non molla dal far giocare

la sua indole asprigna contro la mia dolce indole.

Com’è slanciata nel suo muovere, col rametto di salice che le dà grazia,

ma nel muovere è più flessuosa con la duna di sabbia.

Quando persiste nel non darmi bardo, né inclina

al trepidare che unisce, persisto io nel voler unire.

E mi dico forse al disdegno seguirà almeno uno sguardo

e quanta mai verzura crebbe dopo lo sterile secco.

O tu che annullasti il mio sonno e il mio sangue versasti

che il nodo scorsoio stringesti dicendo “sì” alla mia morte.

Con il tuo raggiante occhio volutamente m’hai messo a morte

e non c’è nemmeno taglione per chi d’occhi uccide.

Ibn Hamdis

Poeta arabo di Sicilia X° secolo

Versione di Andrea Zanzotto

 

Pelle

Interno poesia

skin

La pelle è questo sasso levigato dalla pioggia
terra impastata alla sua guerra
arma silenziosa che ci sfianca.

Sarebbe dolce chiedere di non partire
portare a termine la propria fine
tenersi per mano prima di franare.

Scrivere da capo la metafora
di questo corpo dissanguato
tradurre il suo silenzio
in un verso libero

intestare le ultime parole
all’uomo timido che non ho mai amato
invocare lo sguardo buono di mio padre
riunire tutta la famiglia
come non è mai stato.

La pelle è quest’annuvolarsi
sopra la mia testa
un’ossessione che mi cavalca
terra impastata alla sua guerra
arma silenziosa che mi sfianca.

© Inediti

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COME FOSSERO ALBERI DI MELE

 

Scusa se non sono stata attenta,

stavo sognando un prodigio.

Non ci riesco più amico mio

a pensare a me stessa come

quella donna che vive

per assolvere i suoi doveri.

Meglio smettere di pensare

di essere insostituibile,

accettare di vivere senza paura

qualunque cosa ti capiti.

Essere inutili

a volte è un privilegio.

Non c’è niente di più urtante

che parlare con quelle persone

che hanno sempre un problema

più grande del tuo.

Se gli racconti che sei stato all’inferno

che stavi per morire bruciato dalle fiamme,

ti rispondono che non è niente

in confronto ai loro tormenti.

Scusa se non ti ascolto mentre parli

ma io voglio diventare contadina,

coltivare prodigi come se fossero

alberi di mele,

innaffiarli con la luce del mattino,

sedersi vicino alle radici

ad aspettare la fioritura

bianca e profumata,

cogliere i frutti ad uno ad uno,

darli ai bambini che non ho avuto

e che pure erano miei.

Scusa amico mio

ma sto facendo un lavoro

piuttosto impegnativo

e ho appena cominciato.

Sto sognando prodigi

forti e resistenti come mattoni

e con quelli costruirò casa mia.

Mura che non si abbattono.

ANNA SPISSU

da “La vita trasparente”

http://www.annaspissu.com

 

MIKE BONGIORNO RISCHIATUTTO A ORASENZOMBRA

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Se scrivere da soli un racconto è affare (relativamente) complicato, farlo a sei mani, potrebbe rivelarsi impresa disperata o disperante, a seconda dei punti di vista. L’impresa è, invece, riuscita, a Riccardo Besola Andrea Ferrara e Francesco Gallone con “Operazione Rischiatutto”.

Non potrebbe esistere luogo migliore di Orasenzombra (giovedì 15 maggio, presso l’Hotel Admiral Milano Via Domodossola 16) per presentare un racconto ambientato negli anni ’70, l’epoca d’oro di telequiz, Mike Bongiorno, vallette più o meno ossequienti e sigle televisive.

Ha presentato la serata, con efficacia ed ironia, Daniela Basilico, di Orasenzombra, anche se ricordo presenze più o meno silenziose quali Paolo Manacorda per le foto e Drario Contri.

Operazione Rischiatutto” descrive le vicende di tre maldestri delinquenti di piccolo calibro, Osvaldo Lorenzo e Angelo, reduci dal racconto precedente denominato Operazione Madonnina, avventura fallita di impossessarsi della patina dorata della Madonnina del Duomo.

Nel secondo tentativo i tre maldestri compari tenteranno di rapire addirittura Mike Buongiorno, all’auge della popolarità con il telequiz Rischiatutto. Procediamo con calma!

Dopo aver descritto in via approssimativa e creativa come i tre autori si fossero conosciuti e avessero deciso di collaborare, Daniela Basilico ha posto loro la domanda della vita: “Dove avete lavorato visto che svolgete mestieri disparati e variegati?”

Visto che siamo scrittori improbabili e nessuno ci prenderebbe sul serio” – hanno risposto collettivamente e con ironia – “abbiamo scelto di incontrarci due o tre volte la settimana in un bar…la sera. E quando il titolare del locale iniziava a dare segni di impazienza data l’ora tarda, mentre la saracinesca si abbassava inesorabile, traslocavamo presso una vicina pizzeria… con analoghi risultati”. Si è trattato, insomma, di un lavoro “dinamico” e creativo sotto tutti i punti di vista.

Quale cantante più di Charles Aznavour può rappresentare gli anni ’70 dal punto di vista musicale? Soprattutto se ad eseguire uno delle sue canzoni più note, “Io sono un istrione”, è Marisa Rampin, auto ironica e dalla battuta sempre pronta a cimentarsi su “come tenersi vicino fedele un marito malgrado gli anni siano passati inesorabili, tenendo le carte di credito a portata di mano”. Un’attrice di talento che ha iniziato la carriera a Mazara del Vallo, alle prese con l’impresario Nino Drago. Una base di partenza originale per poi spiccare il volo per Beirut e Theran ed atterrare infine a Milano.

Ancora non avete risposto sul motivo di scrivere in tre?” – ha insistito caparbiamente e sorridente Daniela Basilico “E come siete ricorsi al dialetto? Dopotutto alcuni personaggi del racconto sono napoletani…”.

Pesola Ferrara e Gallone si sono certamente trovati sulla medesima lunghezza d’onda; il piacere di scrivere e le espressioni dialettali erano parte del gioco. “Alla fin fine abbiamo trovato una coerenza interna ricorrendo ad un dizionario standard di napoletano, un napoletano medio”. Sicuramente la simpatia di questi giovani autori è accattivante e ben dispone a leggere il noire (se tale si può definire)!

Dario Contri ha offerto un contributo decisivo alla serata ricorrendo ad un aspetto sovente poco considerato dal pubblico e dei critici, la qualità delle sigle musicali tanto della RAI quanto della TV commerciale. In questo caso, sappiamo berne che Mike Bongiorno, protagonista della televisione popolare italiana, ha scelto in prima persona (o approvato) molte di queste canzoni, quindi esplorarle equivale a comprendere la sua estetica affatto banale .

Certo, l’animazione del Cavallino Michele e la canzone “Come ti amo”, del 1976, ha provocato il divorzio artistico tra Lady Cotognato e le Figlie del Vento. Si è proseguito con “Scommettiamo” e un ancora sconosciuto Toto Cotugno “Donna” per concludere (alla RAI) con Mina, Ragazza mia a Lascia e raddoppia.

Quando Mike Bongiorno dalla RAI è passato alla TV commerciale, inizialmente Telemilano e poi Mediaset, il livello delle canzoni e dei cantanti non si è certo elevato: Orietta Berti (incinta) disco music, gli onnipresenti Mino Reitano e Toto Cotugno, con eccezioni di qualità (per esempio Baldan Bembo in “Amico è”) e l’ultima canzone di Mina in TV “Ancora ancora ancora”.

Stefano Ferri, giornalista, ha raccontato un curioso e divertente episodio narrato da Tullio Ortolani, sceneggiatore di fiducia di Mike Buongiorno. Secondo Ortolani “ Rischiatutto si sarebbe dovuto chiamare Repentaglio e tale appariva sul palinsesto ufficioso sino a pochi giorni dalla prima puntata. Fu Mike a bocciare l’orribile nome (“privando Blob di innumerevoli puntate” – a parere di Dario Contri) e, dopo un paio di giorni, a ideare un titolo di sicuro e grande successo Rischiatutto”.

Resta in sospeso, spettatori in questa serata di Orasenzombra, un interrogativo: cosa sarebbe capitato ai nostri tre maldestri marioli se fossero riusciti nell’impresa di rapire realmente Mike Bongiorno? Sarebbe stato lui, forse, uomo severo che non ammetteva contraddittori, ad interrogarli sui proverbi napoletani magari barattando la propria liberazione con un sonoro “Lascia o raddoppia”?

 

POVERTA’ E ONLUS SOLIDALE: E’ VERA GLORIA OPPURE MARKETING DEL DOLORE?

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Molto spesso hanno fatto credere che la solidarietà sia qualcosa di completamente altruistico” – con questa affermazione Francesco Petrone ha presentato nel 2012 alcune considerazioni relative al “marketing della povertà” e del dolore.

L’autore, non un giornalista in cerca di scoop ad effetto ma un giovane ricercatore con competenze in cinque lingue. Le ONLUS presentano a suo dire alcune caratteristiche strutturali inquietanti, in particolare si servirebbero “del marketing spietato e selvaggio di molti giovani disoccupati che hanno bisogno di lavorare, per generare ricchezza alle spalle di chi soffre”.

Francesco Perrone si è laureato in Storia e Filosofia a Napoli e Scienze Politiche a Bruxelles, lavorato in veste di Visiting Research Follow presso il Ralph Bunche Institute for International Studies della CUNY (New York) ed attualmente collabora con la Universidad de Barcelona. Ha all’attivo due pubblicazioni e pubblica in diverse riviste spagnole e cilene.

Per quanto riguarda il nostro Paese, faremo riferimento allo e book “Confessioni di un venditore di povertà. Solidarietà e aiuti umanitari al tempo della crisi” e a un articolo apparso il 13 luglio 2012 sul Corriere della Sera a firma Maria Serena Natale “30 anni: da precario a venditore di povertà”.

La sua è dunque una prospettiva ampia, documentata e, come vedremo, testimonianza diretta dei meccanismi di gestione delle ONLUS.

Nel 2008, all’età di 26 anni, Francesco, dopo aver trascorso un lungo periodo di formazione e studio all’estero, decide di rientrare in Italia: nostalgia o desiderio di porre finalmente radici, poco importa. “Il contatto con il luogo natio, a dispetto della globalizzazione che ci vuole “flessibili” e pronti a muoverci ovunque nel mondo, era diventato quasi indispensabile”. E’ un desiderio che molti tra i nostri giovani emigrati per lavoro all’estero avvertono ed esprimono.

All’inizio caricato da un forte ottimismo, ho mandato curricula ovunque…In giro per Roma, città caotica e spesso selvaggia, ne ho visto di tutti i colori….Non mi aspettavo di trovare una buona sistemazione ma dopo tutti quei colloqui ho scoperto quante cose si possono vendere: riviste di caccia, aspirapolvere, libri, spazi pubblicitari e…povertà!” Si chiariscono con il trascorrere dei mesi gli aspetti fondamentali del piccolo dramma personale: ottimismo iniziale, frustrazione progressiva e marketing indifferenziato! Sono, a mio avviso, caratteristiche che possono facilitare nel cosiddetto “marketing della povertà”.

Inizialmente, quando sono stato chiamato al colloquio per una grande ONLUS per i diritti dei bambini, pensavo che l’attività di marketing fosse normale e che le ONLUS avessero bisogno del supporto da parte di queste imprese per portare a termine i progetti che hanno. In corso”. La verità, tuttavia, emerse nitidamente ed esplicitamente. Cosa si celava dietro alla ricerca ed al fund raising della ONLUS? Ovviamente la sua filantropia è entrata profondamente in crisi.

Dobbiamo tuttavia tenere presente che il meccanismo di marketing descritto da Francesco non corrisponde ad un sistema di malversazione dei finanziamenti raccolti. E’ una realtà più grave e, a dirla tutta, inquietante nella sua “normalità”.

Il lavoro si svolgeva nell’ambito di un sistema piramidale, gerarchico, non collaborazione tra pari ma strutturazione verticistica aziendale, influenzato da elementi tipici del capitalismo (competizione della speranza tra lavoratori e accumulo delle risorse tra pochi dirigenti e manager).

Questa realtà si applica paradossalmente all’attività di fund raising a favore dei bimbi gravemente in difficoltà “In un’epoca in cui esistono una precarietà strutturale, una disoccupazione dilagante e delle aspettative continuamente frustrate, far presa sulla voglia di riscatto della nostra generazione è semplice”. L’anello debole del sistema non è più (esclusivamente) rappresentato dal fruitore finale (i bambini da aiutare) ma divengono i giovani disoccupati e sottoccupati.

L’impresa che nel libro ho chiamato “Serpente marketing” ha una struttura piramidale in cui “chi sta su” guadagna percentuali sugli altri (arrivando a cifre stratosferiche), mentre “chi sta giù” lotta in continuazione, mettendo in pratica tecniche di vendita affilatissime che vengono insegnate, come in una setta, alla Serpente” La “benzina” che muove le persone è quindi rappresentata dalla speranza di poter arrivare un giorno nelle posizioni alte e guadagnare, di conseguenza stipendi elevati.

Dopo due anni a Roma, con una tale esperienza sulle spalle, il mio ottimismo scomparso da tempo e in una crisi ormai costante, sono ritornato in Spagna”, dove evidentemente queste situazioni sono assenti o di gran lunga meno frequenti. Amaro ritorno anche se non privo di preziose indicazioni per Francesco e i suoi lettori.

E’ inutile esporre un giudizio moralistico relativo alla triste esperienza di Francesco! Il mondo, anche quello delle ONLUS, non può rivelarsi dicotomico, bianco nero. Ma alcune brevi considerazioni sono sicuramente possibili.

Un gradino appena più giù del “marketing del dolore” si pongono le ONLUS che investono la maggior parte del proprio budget in stipendi per personale amministrativo e dirigenziale risiedente nel nostro Paese. Sono organizzazioni che si auto alimentano.

Altre iniziative, ben più stagionate d’anni e organizzativamente complesse, hanno modificato profondamente lo spirito dei fondatori. Penso alla Compagnia delle Opere per il versante religioso cattolico e la Lega delle Cooperative per l’area culturale di sinistra e progressista. Entrambe sono sorte per aiutare i lavoratori o le persone svantaggiate, trovandosi oggi a gestire le imprese con pieno spirito capitalistico, in grado di condizionare la politica e le pubbliche istituzioni.

Queste situazioni esercitano un effetto negativo sul vero capitale umano sociale, l’unico collante interclassista ed interculturale, la “speranza di aiutare chi è in difficoltà percependo uno stipendio dignitoso”.

 

QUANDO VIDI L’AMORE CONTAGIATO

 

Quando vidi l’amore contagiato

dalla passione, allora ti nascosi

quanto dolore viene dall’amore.

Ti avevo custodito dentro la mia pupilla

ma quando l’occhio pianse volli metterti

vicino a Dio, nel cuore del mio cuore.

Se solo mi dicessi di non bere,

io non andrei alla fonte, non desidererei

l’acqua dolce, freschissima.

Ma tu, perché mi sfuggi, mi resisti,

ti unisci a me, con tutto il desiderio,

soltanto nelle righe delle lettere?

ABD AL – AZIZ AL – BALLANUBI

Versione di Valerio Magrelli

in POETI ARABI DI SICILIA

Arnoldo Mondadori Editore

 

IL FASCINO DISCRETO DELLA CURIOSITA’

 

Contributo a cura della Redazione di MY Private MIND

 

Curiosi si nasce o si diventa? Dipende! E di quale curiosità stiamo parlando? Non certo dei gossip o di messaggi infarciti di pettegolezzi. Non ci riferiamo neppure al volgere distratto dello sguardo verso fatti eclatanti di costume: la cantante barbuta, qualche bella ragazza che mostra, per protesta, il lato G. Questa è curiosità appresa socialmente, Mozart non me ne voglia, “perché così fan tutti / e”.

Ci riferiamo alla curiosità che supera l’apparenza, quanto é già dato per scontato dall’ufficialità. Per paradosso, essa è simile a quella del bimbo piccolo che si impratichisce toccando e esplorando ogni oggetto con tutti i sensi, trionfante quando acquista la completa padronanza.

Solo che, da adulti e per di più giornalisti sia pure di un modesto blog, la nostra gioia è tutta racchiusa nello scrivere e nel condividere con i lettori le nostre scoperte. Esploriamo con questo criterio gli eventi di Milano, Napoli, Palermo anche se il Capoluogo lombardo merita (non potrebbe essere altrimenti) un occhio di riguardo. Il nostro habitat naturale è preferibilmente una libreria non troppo conosciuta, un locale dove si ascolta buona musica, non importa se Centro Sociale o di Aggregazione Giovanile.

Si tratta di una strategia che inevitabilmente comporta rischi e chiama in causa il buon senso, l’intuito la perseveranza e, talvolta, la frustrazione. Sovente ci auto invitiamo (a pagamento naturalmente) ad un concerto, oppure contattiamo scrittori od artisti, lo invitiamo a rispondere ad una intervista e speriamo nella buona sorte. Può andare buca (la proposta si è rivelata poco interessante) oppure meritevole di ulteriore approfondimento.

Abbiamo partecipato poche settimane or sono all’esibizione di una grande (per voce tecnica musicale e cultura di fondo) cantante italiana, Frida Neri. Ha all’attivo, pur giovane, alcuni CD, moltissimi concerti, esecuzioni pregevoli persino nelle Grotte di Frasassi, una maturazione artistica originale: dal grunge al fado.

In una domenica milanese assolata di fine marzo, con la Stramilano appena conclusa, un’artista applaudita a Parigi e persino, da italiana, a Lisbona (come dire per il blues e lo spiritual a St Louis o New Orleans) si é esibita dinanzi ad un pubblico esiguo. Tanti i fattori all’origine del buco nell’acqua: una pubblicità veicolata esclusivamente su fb, il tardo pomeriggio, generi musicali inconsueti, il fatto di non essere del giro milanese. Malgrado tutto, da egoisti, ci siamo gustati un magnifico concerto quasi ad personam, l’artista deve avere sofferto le pene dell’inferno (e noi con lei).

Anche con l’editoria cosiddetta auto prodotta, indubbiamente secondaria rispetto alle grandi case editrici ed a quelle di dimensioni medio e piccole ufficiali, è possibile scoprire opere ed autori decisamente significativi. I consulenti preposti alla valutazione dei libri tradizionalmente incorrono in errori anche macroscopici (basti pensare alla stroncatura di Primo Levi da parte di Cesare Pavese). Fortunatamente non siamo né valutatori di professione e neppure critici letterari, solo umili lettori alla ricerca di novità, quindi con poca ansia da prestazione.

Irrequieta di sera” di Jenny Corallo è emblematica a tale proposito. La cosiddetta “industria culturale” milanese, rifiutando il manoscritto, ha fallito l’obiettivo primario: scoprire un buon libro, venderlo ricorrendo a strategie semplici e aprire nuovi orizzonti al dibattito sociale e culturale. Nel volgere di pochi mesi è stato pubblicato un reportage di successo su MY Private MIND, sono state vendute alcune migliaia di copie senza presentazioni ufficiali e quindi a costo quasi zero, si è doppiata agevolmente la fatidica prima ristampa e tra breve sarà portato in scena un monologo che una grande attrice napoletana presenterà a Palermo.

Così facendo, divertendoci e lavorando duramente, abbiamo conquistato Amici ed Amiche, conosciuto persone teoricamente ritenute inavvicinabili, richiamata l’attenzione su problemi significativi eppure sovente trascurati. L’artista, il musicista sanno bene che dal nostro lavoro potranno ricavare moderata pubblicità, non certo un successo di vendite! La curiosità ed il desiderio di scoprire, tuttavia, possono davvero molto!