MY PERSONAL MIND UN BLOG IN CAMMINO

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

MY Personal MIND ha pochi giorni di vita, dieci per l’appunto, ma si è rivelato vitale e vivo.

Vitale perché apprezzato dal pubblico che abitualmente naviga in rete e dai numerosi follower.

Vivo perché, sin dall’inizio, chi il blog redige si è preposto di apprendere dall’esperienza giorno dopo giorno, imparando dai successi e, soprattutto, dagli errori. Sin dalla fondazione è in atto un intenso lavorio per creare e rafforzare un gruppo di Redazione.

E’ nostra intenzione (d’ora in poi ci esprimeremo come gruppo redazionale) dialogare attivamente ed assiduamente con i lettori che ci seguono dal Regno Unito, Stati Uniti, Olanda, Belgio, Svizzera, Brasile e, naturalmente, Italia.

In veste di Redazione noi siamo esigenti! Chiediamo una forma di lettura attiva perché nessun blog ha lunga vita, si fa leggere, se autoreferenziale. .In questa prospettiva i lettori possono divenire membri attivi del comitato di Redazione semplicemente proponendo argomenti, suggerendo interviste, correggendo parzialità e segnalando errori. In cambio di un piccolo sforzo riceveranno forse il dono più bello: il riconoscimento del proprio ruolo e la condivisione dio una avventura! 

SCINTILLE DI NEON A ORASENZOMBRA

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Orasenzombra riserva sorprese a gettito continuo. Giovedì 21 febbraio, Hotel Admiral Milano Via Domodossola 16 Milano, il numeroso pubblico ha assistito al più classico dei ribaltamenti di ruolo. Daniela Basilico e Fabrizio Canciani, abituali e efficaci conduttori e moderatori, assieme a Tiziano Riverso cartoonist di fama nazionale e internazionale, sono stati intervistati e provocati da Dario Contri.

Non oscuro oggetto del contendere il libro di recente pubblicazione Scintille di neon – Icone pop dipinte senza rancore, Giacomo Morandi Editore. Una raccolta di racconti brevi, innovativa per ideazione, scelta dei testi e grafica, nella quale si parla di Marylin Monroe, Kurt Cobain, Che Guevara, Jim Morrison, sedici complessivamente.

Racconti brevi, suggeriti da episodi che hanno realmente interessato la vita di questi personaggi e segnato un’epoca (la fucilazione del Che, l’autopsia di Marylin), interpretati secondo la sensibilità e le emozioni degli scrittori attuali, non opera di fantasia ma concreta attualizzazione delle emozioni.


Nell’antica Grecia Isocrate ha scritto che la funzione dei ritratti era di celebrare la virtù della persona rappresentata, a scapito della sua individualità. Nel nostro caso le virtù da omaggiare sono in realtà i talenti, sfavillanti o disperati, malinconici o problematici. Ritratti di personaggi che hanno segnato la nostra esistenza e l’immaginario di una epoca.

Ogni personaggio è stato interpretato per come è entrato nella nostra vita” – ha esordito Daniela Basilico – “Per come essi hanno impersonato la cultura Pop ovvero popolare”. “Il problema era” – ha replicato Tiziano Riverso – “la difficoltà di disegnare in modo originale delle icone, proporre una prospettiva nuova. Per farlo sono ricorso tanto al disegno manuale quanto poi alla elaborazione al computer”.

Per esempio ne La rosa nera” – ha proseguito rapida Daniela Basilico – “l’aiutante patologo descrive le emozioni percepite nel vedere, manipolare, sezionare, cucire in malo modo il corpo di Marylin…sino a portare periodicamente sulla sua tomba una rosa nera. Tutti i racconti sono emozionanti (sia pure con sfumature diverse). Per esempio, ho parlato di Grace Kelly in Un vulcano ammantato di neve, un personaggio molto cinematografico, e pensato al fatto di aver dovuto in fin dei conti abbandonare una strada sua personale…per recitare nella Principessa di Montecarlo”.

Il cantautore milanese Icio Caravita ha eseguito poi una intensa Redemption song di Bob Marley, cui Fabrizio Canciani ha dedicato uno dei racconti, L’isola che non c’è. “Noi di questa generazione rivolta ad un futuro di liberazione…Non vuoi aiutarci a eseguire questo canto di libertà” – sono parole che riassumono a fondo l’anelito di una generazione verso un mondo migliore e più libero.

In Appendice sono riportati tre testi divenuti fumetti grazie a Tiziano Riverso” – ha proseguito Dario Contri -” Attendiamo che siano messi in musica?” “Ti contraddico” – ha replicato Daniela Basilico – “Questi testi di Fabrizio hanno già un passato e sono stati già messi in musica. Eravamo abituati a disegnare dei comics da inviare a Grottammare dove si svolgeva un festival”. “Anche se erano a colori e il regolamento prevedeva solo in bianco e nero” – ha esclamato con foga Tiziano Riverso -”, hanno fatto uno strappo alla regola ed abbiamo vinto”.

Luca Maciachini ha poi eseguito Cansun de la cuerensa, in dialetto milanese, un richiamo alla vena di milanesità che attraversa le serate di Orasenzombra.

Dario Contri, con aplomb invidiabile e sottile ironia ha presentato una serie di filmati relativi al Festival per autonomasia. Ad iniziare dal 1967, con l’edizione tragicamente segnata dal suicidio di Luigi Tenco, mostrando la sua partner canora, Dalida. Una edizione (inconsciamente?) rimossa dalla RAI che ha cancellato la cassetta registrata a vantaggio di un… TG.

Una varietà di aneddoti e immagini ha ravvivato la memoria di un evento che in tutti i casi è entrato (suo malgrado) nell’immaginario collettivo di molti italiani. Dal 1972 allorché Rossano Luciano Accoli, ingiustamente dimenticato, ha eseguito una canzone di Roberto Vecchioni che riadattata da questi sarebbe divenuta l’anno successivo la celeberrima Luci a San Siro.

Nomi di artisti e band poi divenuti più o meno famosi, hanno costellato la presentazione di Dario Contri. Donatella Rettore nel 1977, Dora Moroni nel 1978 con una sedicenne Anna Oxa, dal look androgino, ritenuta dalle malelingue un travestito, la vittoria di Toto Cotugno nel 1980, Antonella Ruggero e i Matia Bazar nel 1983. “Penso” – ha concluso Dario Contri – “al fatto che sia passato del tutto inosservato il doppio senso della canzone Per Elisa di Alice che si riferiva all’eroina”. Manie e idiosincrasie del nostro Paese!

Dobbiamo ringraziare l’editore Giacomo Morandi” – ha affermato Daniela Basilico – “che coraggiosamente ha pubblicato Scintille di neon, un genere che farà scuola. Anzi, è pronto il proseguo, una seconda puntata. Abbiamo voluto creare un genere nuovo, differente dalla narrativa tradizionale. Non solo unisce espressioni artistiche differenti, dalla narrativa ai comics. Ma anche espone le nostre emozioni suscitate da questi personaggi che ci hanno cambiato la vita”.

Per questo Icio Caravita ha inteso concludere la serata eseguendo Light my fire di Jim Morrison, Non siamo mai stati sulla luna di Fabrizio Canciani: “Vieni accendiamo la mia luce…tanto ormai puoi solo perdere…tenta di accendere la notte”. Sì, Jim Morrison, hai già accesa una generazione…in attesa della prossima ispirazione letteraria!

FRANCESCA DE MORI: UN CAMMINO DI MUSICA E VITA

Contributo a cura di Roberto Ferro

Intervistare Francesca De Mori, cantante ed esploratrice dell’anima a tempo pieno è comparabile allo spalancare delle verande la mattina presto per far irrompere a fiotti la luce del mattino. Ricordi, desideri, esperienze si rincorrono con tale semplicità ed immediatezza da lasciare piacevolmente sorpresi e incuriositi. Scopro, in pochi minuti, per i lettori di MY Personal MIND, un mondo diametralmente opposto all’immagine che tradizionalmente viene assegnata dai media al mondo della musica e della canzone moderne.

Francesca, quando hai iniziato a incontrare la musica?

Sono nata in provincia di Vicenza da famiglia contadina che certo non navigava nell’oro”. – Il tono di voce è tranquillo e leggermente emozionato – “Già a tre quattro anni mi piaceva canticchiare. La vita che ho condotto nell’infanzia si è rivelata, tuttavia, dura, impegnativa: guidavo il trattore, lavoravo e aiutavo la mia famiglia nella gestione della vita contadina, non c’era molto tempo per ascoltare musica. Anzi non esistevano neppure gli strumenti per ascoltarla, né tanto meno I – Pod…L’unica autoradio era installata sull’auto di un amico di mio padre ed io la ascoltavo volentieri. Poi, a scuola, mi facevano cantare perché avevo una bella voce”. Penso spesso alla mia maestra.

E poi, da adolescente?

Con la mia famiglia il percorso è stato difficile ma ora guardo a quegli anni con compassione, soprattutto per me e per loro. Ho frequentato il liceo scientifico, forse avrei scelto medicina ma non avevo possibilità finanziarie..Amavo Joan Beaz (che ancor oggi adoro), strano a dirsi i Pooh come molti ragazzi di allora… Sottovalutavo, attribuivo poca importanza, alla mia voce. Era come se non mi accorgessi di possedere una risorsa così unica e preziosa”.

La scoperta della tua voce con che scelta è coincisa?

Con quella di andare via di casa. Ma la vita che avevo svolta sino ad allora aveva lasciato irrisolti alcuni nodi. Mi trattenevo dallo scegliere un aiuto, un percorso di vita radicale. Frapponevo molti dubbi: la fatica, il lavoro…Poi, invece, mi sono decisa e ho intrapreso un percorso terapeutico di guarigione: benedirò per sempre questa scelta. E’ stato allora che ho iniziato ad interrogarmi sulle qualità della mia voce più profondamente! Per me, la voce piano piano è divenuto uno strumento di comunicazione del mio animo, delle mie emozioni e del mio corpo. Col senno di poi, posso affermare di avere scoperto una strategia per entrare in vibrazione col mondo mio e quello degli altri. La mia voce mi ha salvata!”

Per te cosa significa possedere una voce armonica?

Significa – ma è una opinione del tutto personale – trasmettere emozioni del profondo, esprimere me stessa lì dove le parole sarebbero state mute. La voce mi sale dal cuore, avverto vibrazioni provenienti dal pubblico e che io gli restituisco arricchite dalla mia interpretazione musicale.”

Come hai iniziato a esibirti?

Alcuni amici insistevano sulla valorizzazione delle mie potenzialità. La via che conduce alle esibizioni musicali non è stata affatto in discesa per me che sono fondamentalmente timida. Un giorno mi hanno chiamata e ho iniziata…con la disco nelle balere. Era una vita durissima: sempre in viaggio come nella canzone di Anna Oxa E’ tutto un attimo,, mangiare di fretta, montare e smontare gli impianti, esibirsi dinanzi ad un pubblico qualsiasi…”

E poi?

Ho cambiato genere musicale iniziando ad esibirmi… nei night. Altra clientela perché ad una certa ora suonavamo e ci esibivamo da soli..Perché i clienti erano occupati con le entraineuse, di tutte le nazionalità e con figli in patria, che odiavano i maschi…Tutte ragazze stupende…Io, da donna, parteggiavo per loro.”

Infine sei arrivata a Milano

Il primo giorno, quando mi sono trovata in Piazza Duomo uscendo dalla Metropolitana, con la nebbia e una leggera pioggerellina fra i capelli, mi sono detta: “Ecco la città per me!” Ho respirato fin da subito questa città e qui ho iniziato a formarmi professionalmente.”

Quando mi parli della tua formazione professionale mi viene in mente un episodio della vita di Andy Warhol immerso nella vita frenetica della Factory. Un giorno questi incontrò Lou Reed che allora si esibiva nella famosa band Velvet Underground. Gli chiese un po’ bruscamente: “Quante canzoni hai composto oggi?” E Lou Reed un po’ imbarazzato: “Nessuna!” E Warhol: “Work, work, work” – e se ne andò!

Questo aneddoto sembra riassumere la serietà del tuo percorso professionale.

La mia formazione – ricordo i corsi con Anna Bakia nel 1992, Jonathan Hart nel 1993, soprattutto quello del 1996 con il jazzista Cheryl Porter, il lavoro svolto presso il CET di Mogol, nel 2002 di canto armonico e nel 2004 di Canto moderno con Paola Milzani presso l’Accademia Musicale Moderna di Milano, ora in Francia….. – ecco, la mia formazione professionale è strettamente correlabile alla mia crescita personale e come donna. Nel senso che i due percorsi si intrecciano all’interno delle occasioni formative. Non può esistere Francesca cantante senza Francesca sensibilmente emotiva ed umana!”

Ritorniamo alla musica. Cosa ha significato per la tua sensibilità artistica l’immersione nel jazz e nella musica gospel, soul e spiritual?

Credo che abbia contato, per lo meno con il jazz, del fatto che questo genere musicale è intriso di creatività liberatrice, che derivi dalla contaminazione di più culture. Ed io mi trovavo quando l’ho conosciuto e studiato, su questa lunghezza d’onda. Poi, forse, spiritual e soul sono generi musicali della gente di colore…Ma conta il fatto che io non mi sono limitata ad interpretare questi generi ma, se così si può dire, è stata la mia anima ad andare loro incontro”.

Tra molte esperienze musicali quale è stata quella che ti ha influenzata maggiormente?

Amo la musica d’autore, la Canzone. Nei miei progetti c’è l’idea di creare uno spettacolo musicale teatrale che si contamini di canzoni e, perché no, anche di inediti. Ciò che mi contamina continuamente è la musica, il darsi con passione a quest’arte con riconoscenza e gratitudine”.

EZIO GUAITAMACCHI: UNO PSYCHO KILLER TUTTO MUSICALE

Contributo a cura di Roberto Ferro

Una presentazione originale quella di Psycho killer Omicidi in Fa Maggiore di Ezio Guaitamacchi, giornalista musicale, autore e conduttore radio e televisivo, Lunedì 17 febbraio, sfidando la pioggia e indicazioni approssimative, un pubblico numeroso e competente ha partecipato alla performance letteraria presso l’associazione di promozione sociale Ohibò Kasba, via Benaco 1 Milano.

Una performance, mi consentano i lettori un paragone ardito, simile a matrioske (noir, musica, pittura) poste in relazione dalle canzoni di Bob Dylan, il menestrello della Beat Generation, che accoglievano programmaticamente il pubblico sin dall’ingresso del locale.

Ha fatto seguito poi la musica vera, eseguita da Ezio Guaitamacchi, eccellente esecutore di chitarrista e autoarper, profondo conoscitore della musica americana e da Brunella Boschetti, una delle voci più interessanti della scena musicale non solo milanese.

Ha presentato Daniela Basilico, con la verve e la spigliatezza che la contraddistinguono, coadiuvata dallo istant artist Carlo Montana alle prese con la raffigurazione di Bob Dylan e, tra il pubblico, particolarmente attivo e dialogante il cantautore Eugenio Finardi.

Questi differenti piani di lettura hanno focalizzato l’attenzione sulla trama complessa e intrigante del romanzo. Si tratta della storia di un serial killer di noti personaggi del mondo musicale (manager, addetti stampa) che utilizza strumentalmente la musica in un gioco a rimpiattino con l’ispettore Marco Molteni, da pochissimi giorni trasferito da Roma a Milano, milanista accanito ed i suoi collaboratori. Protagonisti non secondari della vicenda un giornalista di Radiopopolare, Bobby Crosetti, assieme alle..canzoni di Bob Dylan che marcano le fasi salienti del racconto.

Il noir si discosta da ogni cliché: presenza di relativamente pochi personaggi, assenza di donne fascinose o di commissari superdotati. Malgrado questi apparenti limiti, la trama ordinata ed inconsueta è abilmente intrecciata, lo stile rapido ed incisivo e il lettore si lascia facilmente conquistare.

Il medesimo giorno della tragica morte a Londra di Amy Winehouse, il 23 luglio 2011, a Milano viene rinvenuto il cadavere del più noto e potente responsabile ufficio stampa dello show business. In apparenza si è impiccato nella cucina di casa mentre lo stereo suonava un brano di Iggy Pop. Dopo altre morti di personaggi famosi del medesimo ambiente, è ormai evidente che la loro fine ricorda quello di leggendarie rock star del passato. Sarà compito dell’ispettore Marco Molteni, romano malgrado il cognome, del fidato assistente Carlucci, del medico legale dottor D’Errico e del musicista di strada Sunflower, dipanare la matassa e scoprire l’assassino.

Quale potrà mai essere il filo di Arianna del noir? Bobby Crosetti, giornalista di Radiopopolare, riceve un sibillino messaggio in forma di email firmato L’idiota: “se vuoi sapere perché ho ucciso l’idiota, manda in onda nel tuo programma l’mp3 allegato”. Una voce, si renderà conto, totalmente affettata, canta un brano di Dylan con il semplice accompagnamento della chitarra acustica.

Con Jokerman di Bob Dylan, la voce di Brunella Boschetti, roca e profonda, accompagnato dalla chitarra di Ezio Guaitamacchi, consente di passare dalla narrazione del noir dopotutto un libro, all’emotività della musica. Uno scarto sostanziale che ha rappresentato la novità della serata, nel quale scrittura e musica si sono finalmente incrociate.

Brevi letture, attimi di dialogo con il pubblico, la serata si è avvicinata al clou con l’esecuzione di Time they are changing. L’esecuzione ha lasciato ben poco spazio a divagazioni o dubbi. E’ giunto (quasi) il momento di iniziare la presentazione vera e propria del romanzo.

La performance si è conclusa con Psycho killer dei Talking Heads, da cui ha preso il nome il noir: “ Mi sembra di non riuscire affrontare la realtà, sono teso e nervoso e non riesco a rilassarmi, non riesco a riposare perché dormo sui carboni ardenti. Non toccarmi, sono uno fatto a scomparti, in carne ed ossa”. Poche parole che disegnano la filosofia del giallo e del serial killer.

Il romanzo vive anche una dimensione milanese” – ha introdotto Daniela Basilico -” “In effetti, Milano appare sotto molteplici aspetti,” – ha replicato l’autore – “ ambientali (i Navigli), politici e culturali (Radiopopolare). Anche se il commissario Molteni è nato a Formello, nell’hinterland di Roma, è milanista sfegatato (come lo sono io), della squadra più milanese che ci sia”.

I personaggi sono totalmente di fantasia oppure in parte di realtà” – ha ribattuto Daniela Basilico. “Questa domanda si ricollega” – ha ribattuto Ezio Guaitamacchi -”alla ricerca più ampia volta a migliorare la struttura e la forma del libro. Ho raggiunto un equilibrio tra fantasia e realtà e credo che lo stile ne abbia guadagnato”.

Si è trattato, merito degli organizzatori, di una serata con significative novità. Ha offerto al pubblico l’immagine di un noir strutturato e concepito in forma inusuale, con la musica come elemento conduttore e presentato una cantante, Brunella Boschetti, dalla grande voce.

PAOLA AGUS: VITA INTENSA E PROFONDA DI UNA CHEF

Contributo a cura di Roberto Ferro

Paola Agus, con semplicità ed ironia, ha proposto ai lettori di MY Personal MIND un frammento importante della storia culturale italiana e il vissuto del mondo della cucina d’autore. Ed è con semplicità ed immediatezza che risponde alle mie domande.

Sei nata a Firenze e trasferita a Roma?

La mia famiglia era originaria di Napoli. A Firenze sono nata casualmente, perché mia madre era di passaggio. In realtà mi sento romana con numerosi influssi napoletani“ e cultura internazionale.

Come e quando hai deciso di dedicarti alla cucina d’autore?

Ho lavorato del 1977 al 1989 come Caposervizio della Segreteria generale di una grande azienda, Aeroporti di Roma. – ha esordito Paola Agus con tono di voce sereno e diretto -” Debbo dire che il mio carattere gentile mi ha spalancato sempre molte porte che altrimenti sarebbero rimaste precluse. Poi mi sono licenziata perché avevo un sogno, avere un locale tutto mio. Ero separata con due bambini piccoli, un maschio ed una femmina. Vivevo del mio stipendio e sono riuscita con risparmi a realizzare il mio sogno”.

Aprire un ristorante è stata una scelta indolore?

Per me era una sfida” – replica con gentile fermezza – “Mia madre, invece, era decisamente contraria. Maria Luisa Pisau, mia madre, lavorava nel mondo dello spettacolo, manager di eventi musicali, produceva molti grandi artisti tra i quali Herbert Pagani. Ha organizzato il Festival delle Rose, collaborato a fondare Radio Montecarlo, scoperto tra gli altri Renato Zero, Loredana Berté e Mia Martini. Una donna bellissima e dal carattere napoletanamente forte. E mi ha detto: “Fai qualsiasi scelta ma non aprire un ristorante!” Conosceva moltissimi personaggi della televisione, dello spettacolo e del giornalismo. Avrebbe desiderato sicuramente altro e se non avessi scelto la via della ristorazione mi avrebbe spalancato molte porte!”.

Descrivi la reazione di tua madre il giorno di inaugurazione del ristorante?

Quel giorno c’erano molti invitati illustri, persino la polizia fuori dal locale come scorta. Quando mi ha vista comparire in divisa d’ordinanza da chef si è irrigidita e ha esclamato: “Che ti sei messa in testa di fare!” – ed inquieta ha abbandonato il ristorante. Dopo un po’ è ritornata confessando: “Scusami, è stato più forte di me!” Da allora mi ha aiutato.

Che significato ha assunto per te la famiglia?

Ero giovane, con due bambini da portare grandi, Massimo che ora ha una splendida figlia di 13 anni ed è chef in un importante ristorante di Roma e Romana, regista di videoclip di cantanti famosi, docente di cinematografia. Credo di essermi impegnata per questo. Io avrei desiderato una famiglia molto numerosa e mi sono sposata giovanissima per avere dei bambini. Forse è un limite trasmesso da mia madre ma sono convinta che la famiglia sia una come unico il matrimonio”.

Parlare di famiglia e di figli significa anche parlare di amore. Mi racconti?

Pensa che quando ho conosciuto un altro amore ho scoperto che il secondo, forse, era stato più grande del primo. Eppure, anche dopo la separazione, non ho desiderato né un secondo matrimonio né figli da altri uomini perché i bambini debbono nascere dentro il matrimonio primo, unico. Ho creduto nel matrimonio al punto da aver lasciato quest’uomo tanto amato quando egli mi ha chiesto di sposarlo e di pensare a fare un figlio (Il tono di voce si immalinconisce, i ricordi contano e pesano).

Poi ho ispirato forti sentimenti di dedizione e d’amore anche a personaggi insospettabili. Per esempio, Gilles, il giorno prima di morire mi ha confidato di essere stato follemente innamorato di me anche se per lui era molto difficile amare una donna , “che mi avrebbe scippata a chiunque”, “che mi avrebbe sposata quando avremmo raggiunto la pace dei sensi” Era innamorato pazzo di me!”.

Nella tua vita famiglia e cucina per paradosso sono strettamente collegati.

Le mia vicende personali avevano lasciato il segno così decisi di farmi spiegare da uno psicoanalista terapeuta determinate situazioni. Il terapeuta un giorno mi disse (ma io ero giunta per conto mio alla medesima conclusione) che la mia passione per la cucina era dettata e condizionata dal desiderio di avere una famiglia numerosa, molti figli, che avrei desiderato avere altri figli. Infatti, io ho sempre ricevuto e cucinato per gli amici”. Mentre Paola Agus parla mi ritorna alla mente la filosofia di vita proposta dal famoso film Il pranzo di Babette!

Ti sei diplomata od hai frequentato Scuole di cucina?

No, io sono autodidatta” – mi risponde Paola Agus con orgoglio – “I miei ingredienti di base sono state la gioia e la fantasia (adattate alla cucina). Io ho frequentato da ragazza solo scuole d’arte quale l’Accademia Kofia, dove avevo studiato storia del costume, arte, disegno e moda. Quindi, per divenire chef, ho osservato ed ascoltato molto. Visto che la mia famiglia è d’origine napoletana la mia cucina si richiama prevalentemente a Napoli”.

Quali esperienze lavorative hai avuto?

Il ristorante di Roma rispecchiava la mia sensibilità: servizio di classe, prodotti di base di qualità, collaboratori fidati e prezzi abbordabili. Poi, quando ho chiuso il ristorante di Roma, casualmente ho conosciuto una signora che aveva aperto un locale sulla spiaggia di Fregene, ridente località del litorale laziale a 20 km da Roma, e da undici anni lavoro come chef alla Ondanomala. Sono onorata di aver contribuito assieme a Katia Belmonte, la proprietaria, a rendere grande in qualità e dimensioni questo locale”.

I lettori di MY Private MIND potrebbero chiedersi come lavori.

E’ un mestiere duro e di grande responsabilità. Innanzi tutto per le condizioni ambientali. E’ difficile lavorare con 40°C di temperatura in cucina, A me è stato regalato dal marito di Katia Belmonte un grande atomizzatore d’acqua e per me questo rappresenta un grande sollievo. Gli orari sono variabili: sino a quando tutti i commensali non si sono alzati da tavola io rimango in cucina, fino a ora tarda. La responsabilità è grande!”

Esiste poi il mondo degli chef e della ristorazione d’autore..

Ancora più difficile appare l’ambiente degli chef, impregnato di maschilismo. Per esempio, un maschio è denominato lo chef ed una donna la cuoca. Io non sopporto questa distinzione di genere perché in francese “chef” significa solo capo, coordinatore. Le Federazione Italiana Cuochi potrebbe occuparsene per favorire una rivoluzione culturale”

Quali progetti hai per il futuro?

Innanzitutto entro l’inizio della stagione, ad aprile, mi debbo ristabilire. Mi hanno tamponato, mi sono trascurata, con la sola forza di volontà sul lavoro ho lavorato con i muscoli tumefatti i legamenti e i tendini della spalla sono usciti dalla sede dell’articolazione. Così ho dovuto programmare un intervento chirurgico impegnativo e la riabilitazione che sarà lunga..Ma i tempi sono purtroppo ristretti, il 12 aprile dovrò essere in piena efficienza e lo sarò. Fortunatamente ora ho ottimi collaboratori ad Ondanomala!”

Si conclude l’intervista e mi rimane l’impressione di una donna di grande sensibilità e spessore umano (una volta l’anno accompagna i malati a Lourdes), dalla capacità di creare sintonia e collaborazione e, infine ma non secondario trattandosi di una chef, di creare cibo squisito nutrendosi…parcamente.

I

LUCILIENE ALMEIDA CILENE E IL POTERE DALLA PREGHIERA

Contributo a cura di Roberto Ferro

Il Brasile non è solo Copacabana, Mondiali di calcio e favelas. E’ anche un universo variegato nell’ambito della cristianità. Per secoli il Cattolicesimo è stata religione di Stato ma nel corso degli ultimi decenni è cresciuta una galassia di chiese cristiane evangeliche ormai quasi maggioranza nel Paese.

Si tratta di chiese numericamente di limitate o medie dimensioni, molto spesso gruppi di preghiera presenti sin nella Selva Amazzonica. In tutti i casi sono comunità impegnate attivamente nell’assistenza spirituale e materiale dei milioni di indigenti, nella condivisione e nella fratellanza nei più vari contesti sociali.

Lucilene Almeida Cilene coordina un gruppo di preghiera evangelico, declinato prevalentemente al femminile.

Il potere della preghiera

Ieri sera, qui a casa mia, ho avuto un incontro di preghiera meraviglioso con le sorelle.

Quando parliamo di preghiera pensiamo subito a richieste o suppliche. La preghiera è anche questo, ha questi momenti, ma dobbiamo renderci conto che essa è la maggiore opera spirituale di un cristiano. Vediamo cosa questo momento consente.

Nella preghiera siamo sicuri di essere alla presenza del Padre perché il sangue del Figlio ci ha purificati dai nostri peccati e ci ha riconciliati portandoci alla Sua presenza.

Nella preghiera ci rallegriamo in Sua presenza e colmato il cuore di gioia perché gli stiamo tenendo compagnia.

Nella preghiera abbiamo lasciato le nostre ansie e Lui ci toglie il nostro carico pesante per darci il suo giogo perché è leggero e soave.

Prendiamo in considerazione le persone che conosciamo e anche quelle che non lo sono. Assumiamo la nostra vita vera e restiamo in piedi davanti a Dio come in un sacerdozio reale. Pertanto, tutti i nostri amici, i fratelli e la famiglia potranno sentirsi benedetti, così come noi ieri abbiamo pregato per tutti i ragazzi.

Infine, siamo pieni di gioia per lo Spirito che ci è dato in risposta e ringraziamento per le nostre preghiere.

Lucilene Almeida Cilene

SALUTI DA DUBLINO, ELISABETH & MARK

RAGAZZA IRLANDESE 2

di Graziano Badolato

La luce del giorno attraversa le tende di cotone ricamate a mano, illuminando il viso della ragazza.

Lei aprì gli occhi lentamente.

Verdi, luminosi e profondi, inesplorati come l’oceano Atlantico, color del mare che bagnava la sua terra, l’Irlanda.

Elisabeth si guardò intorno per qualche attimo provando un senso di smarrimento, rendendosi conto di essere sola in quella casa.

Quella mattina, Mark il suo ragazzo, era uscito presto, da qualche ora aveva aperto il laboratorio di ceramiche, a Dublino.

Sul tavolo in cucina, pane nero, marmellata, latte e un biglietto.

Buon giorno dolce amore mio, non ti ho voluta svegliare.

Eri bellissima mentre dormivi.

I tuoi lunghi capelli rossi sembravano un mantello che copriva le lenzuola.

Io ti ho baciata sulle labbra.

Lavoro tutto il giorno, oggi devo consegnare le ceramiche al signor Muller, é un cliente importante, viene dalla Germania.

Arriva alle nove con un volo proveniente da Francoforte e riparte oggi stesso.

Ti aspetto al molo alle quattro, vieni in bici.

A più tardi Fragolina mia”.

E’ un piacevole risveglio.

Leggere frasi tenere e dolci, sapere di essere amata.

Sentire come una persona vive nella luce dei tuoi occhi.

Elisabeth spalma la marmellata, versa il latte nella tazza in terracotta guardando dalla finestra.

All’orizzonte, verdi colline e cielo azzurro trasmettono libertà.

La ragazza comincia a sognare rincorrendo il ricordo dei momenti vissuti, quando insieme correvano liberi e felici.

Spettacolari paesaggi che custodiscono la magia di un antico passato, una musica distante, canzoni popolari tramandate di generazione in generazione.

Due ragazzi insieme verso l’orizzonte.

Lo scorrere delle stagioni trasforma i paesaggi.

Un arcobaleno di colori che si rincorrono tra loro.

Il sole è ormai alto nel cielo, Elisabeth si dirige verso il molo in bicicletta, il vento le accarezza il viso.

In fondo al viale Mark.

L’incontro tra i due senza parole.

Mark, occhi castani, sguardo sincero e profondo, si lascia accarezzare i biondi capelli.

Elisabeth non riesce a controllare l’emozione, gote rosse, mani che tremano, occhi lucidi, un sorriso felice.

Baciami adesso, baciami ancora, come se fosse la prima volta, come se fosse l’ultima volta.

Una passione travolgente supera spazio, tempo e memoria.

Una passione disarmante supera paura, insicurezza e dolore.

Una passione appagante capace di scaldare più del fuoco di un camino.

I ragazzi pedalano, attraversano la città, piazze georgiane, quartieri popolari, edifici moderni e monumenti medioevali, dove passato e presente si fondano tra loro.

In pochi minuti Dublino è alle spalle, solo paesaggi naturali davanti ai loro occhi.

Una cartolina ti voglio dedicare, guarda con attenzione, certo non vedi nulla, allora prova a immaginare.

Due ragazzi in bicicletta tenendosi per mano, vanno verso la verde scogliera, dove il sole rosso fuoco si spegne nel mare verde.

Saluti da Dublino

Elisabeth & Mark