GICOLO PER CASO E BROWNIAN MOVEMENT: FILM CONTRO

 

Contributo a cura di Lisa Corbani

 

A volte succedono fatti curiosi e singolari. In un film si può trovare una domanda e in un altro la risposta.

Non pensate con Gigolo per caso di trovarvi di fronte ad una commedia divertente. Certo, abbiamo uno spassosissimo Allen, ma si ride a denti stretti. Il nostro eroe guardando, infatti, il suo pigmalione gli chiede: “è perché mi conosci fin da bambino che mi vuoi trasformare in una squillo?”

Ma Allen fa di più. Crea un Caronte dagli occhi di braci. Un traghettatore di anime doloranti verso lidi se non gioiosi almeno capaci di ascolto.

Finché un giorno, ed è questa la sua colpa più grande, Caronte vorrebbe essere semplicemente un uomo, dimenticandosi che nella vita ai traghettatori non è concesso.

Cosa passa per la testa di una donna?” – gli viene chiesto.

La risposta la troverete in Brownian movement.

Cosa passa per la testa di un Altro.

Io sono sempre la stessa persona” dice lei e dei perché “penso che non dovrei dirlo a nessuno”.

E’ la vittoria dell’incomunicabilità, l’impossibilità anche solo di fare intuire qualcosa di profondo. Ognuno ha un giardino segreto sempre più grande ed invalicabile dove a nessuno è permesso di entrare.

Buona visione

GIGOLO PER CASO

USA 2013

Genere: Commedia

Durata: 98′

Regia: John Turturro

Interpreti principali: John Turturro, Woody Allen, Sharon Stone

BROWNIAN MOVEMENT

Paesi Bassi 2010

Genere: Drammatico

Durata: 97′

Regia: Nanouk Leopold

Interpreti principali: Sandra Huller, Dragan Bakela, Sabine Timoteo

 

FRANCESCA VACCARO E IL TEATRO MILITANTE

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Tutti possono partecipare al laboratorio perché il teatro è di tutti” – questo motto breve ed efficace descrive l’esperienza internazionale e sfaccettata di Francesca Vaccaro. Più opportuno, comunque, sarebbe parlare di Francesca Vaccaro ed il suo team, attivi presso il profilo facebook “Per un teatro militante”, per riferirsi ad un teatro dinamico e in continuo divenire.

Rappresentare l’esistenza” (la vita) in tutte le sue sfaccettature ha rappresentato l’obiettivo del lungo e faticoso lavoro personale. Una fatica che, tuttavia, ha condotto Francesca Vaccaro a raggiungere spontaneità, immediatezza nei contatti umani, e che si estrinseca in disponibilità a scoprire e valorizzare i talenti (sovente notevoli) degli allievi.

La sua formazione è iniziata presso il CIMES – DAMS di Bologna e proseguita con una esperienza internazionale di pratica teatrale e spettacolo che fa capo al Living Theatre di New York, una collaborazione che prosegue ancor oggi. In altri termini, la sua formazione professionale non si è mai conclusa, seguendo il principio, tanto invocato quanto poco praticato, della formazione in progress, continua. Francesca Vaccaro, mi perdoni il bisticcio di parole, è una seguace della “formazione militante”.

Francesca non ha fondato una “scuola di teatro”, un luogo nel quale è possibile spesso apprende qualche strategia scenica ma non l’anima del teatro, ossia la vita, e sperimentare i talenti individuali. Le occasioni per scoprire e valorizzare le sue potenzialità, o semplicemente per fare esperienza, sono state davvero numerose nel corso della propria “auto – formazione militante”: danza classica nell’infanzia,, il teatro fisico di Grotowski e Barba, il teatro di strada, la danza acrobatica assieme a quella indiana, la Commedia dell’Arte e lo studio del Maestro Stanilawski.

Ora Francesca Vaccaro propone l’esperienza del “teatro militante”, una denominazione forse datata che, tuttavia, garantisce una pluralità di significati. L’artista ed il suo team coinvolgono nel laboratorio quanti desiderino porsi in gioco seguendo un percorso plurisensoriale ed esperienziale.

E’ un laboratorio itinerante, nazionale ed internazionale, presentato indifferentemente tanto ad Agrigento quanto a Parigi e, naturalmente a Palermo. Sarebbe intrigante, in un prossimo futuro, poterla coinvolgere anche a Milano e Roma. Siamo purtroppo spesso abituati a frequentare recitazione e comicità scarsi di contatti fisici e di lavoro sul corpo.

Il laboratorio di Francesca Vaccaro pone invece in risalto la globalità dell’esistenza umana, trasforma lo spettatore in protagonista della personale esperienza scenica, attiva sensorialità, gestualità, memoria, emozioni. Indirizzati dall’intero team non ci si sente mai soli o alla mercé degli eventi, alle prese con un compito impossibile.

Tutti, lo ripetiamo, possono partecipare! Il potere culturale dominante impone una comunicazione fondata prevalentemente per immagini e con pochi contenuti verbali. Francesca Vaccaro ed il suo team rovesciano l’assioma proponendo la partecipazione, previo colloquio di accesso, ad italiani e non, di differenti età, una esperienza che cresce e si misura con la personale interiorità.

Mi auguro di poter presentare a breve, per i lettori di MY Private MIND, informazioni più particolareggiate dei seminari, compresa una intervista a Francesca Vaccaro.

 

GRAZIA FAVATA E IL PUNTO DEL PUNTO ZERO

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Un titolo quantomeno originale, Il punto del punto zero, di Grazia Favata, per un argomento che potrebbe impensierire persino un erudito enciclopedico: é possibile abbracciare la totalità della vita umana, il cordone ombelicale dell’esistenza che offre linfa vitale alla spiritualità, fisicità e quotidianità?

 

Grazia Favata ha il merito di evitare opportunamente il modello moralistico e di facile consultazione proposto da Le opere ed i giorni di Esiodo, il prototipo dei manuali buoni per tutte le stagioni e di filosofia spicciola destinati al conseguimento di una vita indubbiamente “felice”. Le sue parole sono dettate dall’esperienza personale e non pretendono di raggiungere l’univarsalità.

 

La sua scrittura è semplice, non semplicistica, preambolo immediato, concreto e non disarmante: “Parto da me, dal punto più piccolo che possiedo “Il Punto del Punto Zero”. Le considerazioni si trasformano in una sorta di dialogo con sé stessa, sorta di meditazione colloquiale con i lettori.

 

Nell’antropologia personale di Grazia Favata possiamo individuare il frutto di lunghi viaggi, turistici e dell’anima, nella sua città d’elezione, Palermo, e all’estero.

 

Tessendo un sottile filo d’ironia l’autrice espone un metodo di lavoro curioso ed accattivante nel contempo: “E se IO sono IO, in fondo, chi sono IO”. Non dobbiamo partire da quanto ci viene imposto dall’esterno ma da noi stessi. Non è certo facile, oggi come in passato, resistere alla pressione che ci condiziona sin dalla nascita, direttamente o per opera dei nostri genitori . Per crescere e affermarci positivamente “non è importante il mezzo che ci conduce, importante è che sia senza manipolazioni o condizionamenti esterni”.

 

L’affermazione “nel nostro immenso Mondo c’é posto per tutti e per tutto” appare quindi una grande apertura di credito all’Umanità di sé stessa, di ciò che è stata ed ora é, e dei lettori, esistenze sconosciute eppure concretamente presenti nel suo cuore. “Fedeli e infedeli… credenti e miscredenti…tutto è buono se rientra nella mia scelta di buono”.

 

Se dobbiamo prendere decisioni esistenziali importanti “mettiamoci a sedere su una dura pietra e prendiamo in mano la nostra bussola”. Scegliere nell’esistenza non è mai agevole, richiede coraggio, evoca insicurezze intime e la “pietra” rappresenta la metafora efficace ed efficiente della presa di coscienza.

 

Grazia Favata, sin dall’inizio, è dunque chiara, esplicita con i lettori. Se il lettore / la lettrice desidera far proprie le indicazioni di Il punto del Punto zero con onestà di spirito e esiti soddisfacenti, dovranno intraprendere un cammino faticoso e carico di responsabilità, verso sé stessi ed il prossimo. Pur evitando la sofferenza, la comodità concede ben poco alla vera crescita!

 

L’energia (vitale), descritta ripetutamente da Il punto del Punto zero, è il motore primo del cambiamento e della crescita personali. Si tratta di energia che non corrisponde esclusivamente alla forza fisica ed alla potenza psichica e intellettuale, singolarmente considerati. Wilhelm Reich, la cultura orientale, Gustav Jung e altri autori ci soccorrono anche se solo in parte.

 

Nella creatura umana, ed il testo di Grazia Favata lo dimostra con dovizia di particolari, corpo e mente, spirito e materialità si compenetrano ed integrano, senza che nessun elemento si affermi sugli altri. Siamo contenitori non passivi di energia: possiamo sfruttarla al meglio, dissiparla e investirla seguendo un processo vitale universale. L’Umanità è in cammino lungo questo percorso di crescita, ed ogni individuo troverà la propria via!

 

I singoli brevi capitoli del testo sono alleggeriti e resi utilmente malleabili per il lettore da un abile equilibrio di teoria generale e concrete esperienze umane. La vita, in questa prospettiva, è fatta dall’acquisto problematico di tende da sole, di ragazze belle che si percepiscono brutte, di solitudini autoimposte e matrimoni allontanati con orrore.

 

La narrazione si muove agevole tra i due poli senza propendere decisamente per uno o per l’altro. Cosa sarebbe la vita governata esclusivamente dalla teoria se non sterile tecnicismo e come potremmo definire l’esperienza concreta se non la inquadriamo in una prospettiva generale più ampia?

 

Scorrono rapidamente ed efficacemente argomenti particolarmente interessanti e originali, meritevoli di approfondimento: esiste un corpo anemico ed uno astrale che determina lo stato emotivo, l’Aura è il nostro secondo corpo, le esperienze sensoriali ci connettono alla realtà, i chakra ed il potere del Sole, della Luna e dei Pianeti influenzano il nostro corpo e la nostra personalità.

 

In questa prospettiva Grazia Favata si focalizza tra due poli contrapposti. Da un lato la gentilezza come mezzo che conquista, la preoccupazione (nel senso di pre occuparsi, preoccuparsi prima) al fine di raggiungere una vita migliore, Dall’altra il potere negativo esercitato dalla menzogna e gli spiriti maligni generati dai nostri pensieri (per esempio, satanismo, bigottismo, ateismo e stregoneria).

 

Un pendolarismo vitale che possiamo riassumere con le parole dell’Autrice che noi ci sentiamo di sposare. “Mettiamo nello zaino solo l’essenziale e bruciamo concetti che ci chiudono e ci limitano, perché conducono all’ignoranza”. “ Importante approcciarsi ad ogni cosa, osservarla, analizzarla e scartarla, se del caso: magari solo dopo avere preso il meglio, se questo è il percorso del nostro bene”.

 

Questa decisione rassomiglia ad un seme, quasi invisibile. Ma “è un punto, è uno zero, quello che bisogna piantare nell’orto della nostra terra, scaldata dal sole (di Sicilia)”.

 

 

 

 

FIABA CAPOVOLTA

 

Bella era Rana e nello stagno stava

La sera con le stelle

Cantava la canzone

Cercava l’attenzione di un giovane ranocchio

Venuto da lontano col fascino da re.

Così cantava Rana

Ti amo mio ranocchio

Guardami un pochino!”

…ma non pensare a lui”

Dicevano le rane.

Ma a tutti è noto che

L’amore non ascolta

Ma solo i sogni vede.

Così arrivò quel giorno

Che una stupida ragazza, figlia di re,

Lo prese dallo stagno e gli baciò la bocca

E lui

Infedele e ingrato

In un principe umano si è trasformato

Lasciando Rana sola

E andando via da lei.

Marina Favata

 

POMPEI HA ANCORA UN FUTURO NELL’ITALIA DELLA CRISI?

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Ho visitato Pompei ed Ercolano più volte, l’ultima anni or sono. Ero un granello tra lo stuolo innumerevoli di turisti pazientemente avviati alla visita, italiani e stranieri, di ogni nazione e cultura.

Se gli scavi erano in condizioni precarie (intere zone transennate), l’organizzazione e la gestione delle vie di accesso quasi scandalosa. Per giungere alle biglietterie (con biglietti, allora come oggi, dai costi assurdamente bassi) era necessario superare falangi di baracchini di panini e bibite, guide ufficiose, persone intente a chiaccherare del più e del meno che ostruivano il passaggio, auto e bus turistici male parcheggiati.

All’interno degli scavi i cestini dei rifiuti traboccavano, i bagni erano sporchi ed intasati, la tavola calda in condizioni mediocri e il cibo appena passabile. Branchetti di cani senza padrone si aggiravano in cerca di cibo, i custodi erano intenti ad indicare a turisti concupiscenti i bordelli dell’antica Pompei ed i falli sparsi ovunque invece di verificare che i vandali non lordassero e scrivessero sui muri.

Se la Villa dei Misteri era stata restaurata dopo il terremoto, alcune zone erano state riaperte dopo i restauri, persino alcuni peristili erano simili a quelli dell’antichità, stavano ricostruendo sconciamente (non restaurando) il teatro (cemento e dehor stile holywoodiano) mentre le ruspe non rispettavano né muri né turisti. Bei tempi quando nel 1972 i Pink Floyd si erano esibiti a Pompei e la svelarono alla generazione hippy. Ero tra il pubblico (anche senza essere figlio dei fiori) e conobbi la città così, divertendomi!

Dopo la mia ultima visita, gli anni della crisi economica e di valori, come appare la situazione al di là della retorica nazionale ed internazionale? Sì, Pompei è unica, inimitabile e una risorsa per il Paese! Ma per quanto tempo istituzioni e abitanti della Campania, gli Italiani, sapranno preservarla? Le ultime informazioni sono inquietanti. L’ultima, in ordine di tempo, è data dalla costruzione di un grande centro commerciale su parte della Pompei ancora sepolta. Che resti sepolta è auspicabile, se preservata per le future generazioni, ma obliterata per sempre sotto le colate di cemento… E le Istituzioni dormivano forse? Sindaco, Sovrintendente e Ministero erano a conoscenza?

Il nostro Paese, innanzitutto gli abitanti della Campania e dell’Agro Nocerino, desiderano preservare l’area archeologica di Pompei, la prima industria (per di più non inquinante) di un ampio territorio carente di attività produttive? Senza dubbio, come affermava mia nonna, “il medico pietoso rende la piaga cancerosa”. L’epoca dei Commissari straordinari è tramontata per sempre, quanto quella dei convegni buoni solo a pagare i relatori e a dimostrare che “si lavora per salvare Pompei”. Il restauro edilizio e degli affreschi, la storia della città, non riserveranno molte sorprese.

E’ necessario tornare alla gestione ordinaria, semplice e fattiva!

Avanzo brevi proposte sulla base di quanto ho toccato con mano in anni di viaggi, nel Nord come nel Sud Italia ed all’estero, e di lunghe conversazioni con conoscenti ed amici appassionati di arte. Per salvare Pompei sono indispensabili persone competenti, dal punto di vista professionale, entusiaste, e direttive politiche e di sicurezza adeguate.

Si dovrebbe affidare la gestione tecnica e, soprattutto, di immagine ad associazioni notoriamente dedite da moltissimi anni alla valorizzazione disinteressata di siti d’arte e cultura italiani. Penso ad Italia Nostra e al FAI (Fondo Ambiente Italiano) che hanno salvato e resi economicamente produttivi monumenti e luoghi quasi in rovina senza stravolgerne il significato simbolico: villa Balbianello sul Lago di Como, villa Necchi Campiglio a Milano, la Fonte greca di Agrigento, con il coinvolgimento di tecnici ed architetti di alto livello, italiani e stranieri, giovani e non solo, UNESCO, volontari e studenti di tutte le età.

Il Responsabile degli Scavi (volenti o nolenti una figura unica che possa prendere le decisioni importanti come era Fiorelli, il vero scopritore di Pompei, e renderne conto alla comunità scientifica, al governo ed alla comunità nazionale) sarebbe affiancato dal Sovrintendente (in prima persona) e dal Ministro dei Beni Culturali che dovrà visitare per riunioni deliberative Pompei ogni mese. Una commissione di tre o quattro Dirigenti ai massimi livelli tenuti a relazionare sull’andamento dei lavori ogni tre quattro mesi al Presidente del Consiglio ed all’opinione pubblica.

Il Direttore degli scavi, preposto all’organizzazione concreta e materiale della complessa macchina organizzativa, ogni giorno, ad orari imprevedibili, dovrà ispezionare gli scavi verificando la pulizia dei servizi igienici, il decoro dell’area con i cestini per i rifiuti vuoti, la gestione della mensa, con diritto di revoca o licenziamento in caso di inadempienza o disattenzione da parte del personale. Sarebbe già una gran conquista che ciascuno svolgesse al meglio il proprio compito, onorato e impegnato a svolgerlo!

Sarà, soprattutto, necessario spostare i custodi attuali in altri musei della Campania (salvo pochi professionisti eccellenti): troppi privilegi conquistati dai micro – sindacati, eccessive le richieste di vacanze (o l’assenteismo) nei mesi di alta stagione, troppi i custodi radicati su un territorio non privo di condizionamenti opachi. Si ingaggino giovani con ottima conoscenze delle lingue (ho assistito alla scenetta curiosa di un custode “spiegare” ad americani in napoletano verace una informazione pratica ), attenti e riconoscibili dalla divisa e in numero sufficiente.

Poste queste condizioni, sarà ben possibile portare i biglietti a 40 – 50 euro, offrire ad ogni turista una cuffia, con itinerari tematici, per la creazione di percorsi personalizzati, magari cumulando Pompei Ercolano e Stabia in giorni differenti. Le guide ufficiali e diplomate dovrebbero essere le uniche riconosciute e riconoscibili da tesserino e distintivo.

All’Amministrazione comunale di Pompei spetterebbe il compito più ingrato: l’allontanamento dei venditori abusivi di souvenir o cibi cotti, di baracchini inutili, del posteggio dei bus (come pure delle auto degli abitanti locali). Si toccherebbero potenti interessi ma non si tema di perdere il favore della gente. I turisti, specie stranieri, se ben motivati, sono creature resistenti e sobrie, abituate a percorrere molta strada a piedi. Solo, non sopportano la confusione e i suk (a meno di trovarsi in Marocco ed Istambul). Anche scendere dal treno (il mezzo di trasporto più ecologico) richiederebbe un percorso agevole con indicazioni sobrie e chiare.

Le aree archeologiche internazionali greche, quali Olimpia, Delfi, Delo ed Epidauro godono di un’area di rispetto di circa 300 metri accuratamente monitorata dalle Forze dell’ordine (in Grecia, dalla Polizia Turistica severissima con abusi ai danni dei turisti e imbrattatori).

A Pompei sarebbe indispensabile destinare (almeno) una settantina di agenti, in divisa e in borghese, Polizia Carabinieri e Guardia di Finanza per un monitoraggio continuo all’interno ed all’esterno degli scavi. La popolazione dovrebbe comprendere che questa scelta non significherebbe sguarnire altre zone del circondario ma la difesa oculata dell’unica industria creatrice di reddito e non inquinante. La DIA, lo ammettiamo, dovrebbe controllare con grande attenzione il territorio: appalti, scavatori clandestini, tangenti in agguato.

La Francia con Mt San Michel, in Bretagna, ha investito con grande oculatezza sulla cultura. Di tre milioni di visitatori annui solo un milione accede all’abazia ad un costo tale che sono ben pagati gli stipendi del personale, i continui restauri dell’edificio e coperte le spese dei siti statali culturali minori necessariamente in perdita. E Mont St Michel non vale Pompei, Nè per arte e neppure come testimonianza storica.

La parte del leone dovrebbero, in tutti i casi, farla gli abitanti di Pompei (quelli moderni imitando almeno gli antichi gente serissima) dando il buon esempio. Togliendo implacabilmente il voto a quanti dilapidano la loro unica industria e lasciano andare in rovina quel poco (o quel tanto) della città antica che può essere salvata, sospendere i lamenti del tipo “che lo Stato non aiuta”. Lo Stato siamo noi e la classe politica locale e regionale si è rivelata fallimentare. Si inizi a non gettare per terra un banale scontrino od a rifiutare un voto di scambio.

 

AVVENTUROSA ADOZIONE INTERNAZIONALE IN UCRAINA

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Il rischio concreto di guerra tra Russia ed Ucraina ha accresciuto il desiderio di conoscere meglio le vicende di questa coppia di italiani di mezza età, nel loro percorso (coronato da successo) di adozione in Ucraina.

La vicenda ha inizio nel 2003 allorché Paola, maestra d’asilo e Michele, artigiano manutentore (nomi di fantasia), partirono da un paese dell’hinterland milanese alla volta di Kiev. Tutte le autorizzazioni necessarie erano accordate e gli accorgimenti materiali (compreso il formaggio grana per gli ucraini) presi con cura. Ora mi accolgono nella loro abitazione dell’hinterland milanese, sobria e dignitosa.

Mi descrivete il viaggio?

Siamo arrivati a Kiev in aereo” -esclama Paola -” Una città con segni di passata grandezza ma prevalentemente molto ex sovietica con i palazzi un po’ cadenti! Una città così grande e animata di giorno, di sera piombava nella semioscurità. Quasi tutte le luci si spegnevano per assenza di elettricità. Abbiamo incontrato l’assistente sociale, la guida e l’autista…Gentilissimi! Poi è iniziata l’avventura”.

Dovevamo dirigerci a nord di Kiev, inoltrandoci per centinaia di miglia nella pianura delle cosiddette Terre nere (il suolo più fertile del mondo, uno dei granai dell’Umanità, la Terra degli Sciiti di Erodoto, ndr)” – prosegue rapido Michele -” Si viaggiava di notte su pessime strade ma, a parte questo, mi impressionava attraversare villaggi desolati, privi di illuminazione. Completamente immersi nell’oscurità”.

Quando siete arrivati a destinazione che realtà avete scoperto?

Ci siamo trovati di fronte un edificio grande e tetro, con mura scrostate” – prosegue un po’ turbata Paola -” Era l’orfanotrofio (di nostro figlio o figlia non sapevamo ancora) Forse una ex caserma sovietica. Quando siamo entrati l’odore e lo squallore sono stati altrettanti pugni sullo stomaco. Centinaia e centinaia di bambini e bambine di tutte le età ci guardavano stupiti, con sguardi senza speranza. Erano tutti / e figli di madri a loro volta istituzionalizzate, sovente alcoliste e sfatte nel morale e nel corpo, con padri differenti bevitori e violenti”.

Ci chiedevamo quale sarebbe stato il loro futuro, salvo quello dei pochi adottati senza speranze” -prosegue Michele commosso – ”I maschi saranno diventati degli sbandati, quelli che da noi sono chiamati piccoli delinquenti “ucraini, o russi”. Le femmine più carine saranno state scelte dalla mafia russa e avviate ai night, alla prostituzione delle nostre statali. Le altre, come le loro madri, intente a bere ed a farsi uomini diversi e filiare”.

Mi avete detto che, secondo le statistiche più aggiornate, in Russia, Ucraina e Bielorussia vive oltre un milione di bambini e bambini in queste condizioni…

E’ vero” -risponde Michele- “Sono tantissimi! Un solo pasto al giorno perché lo Stato non ha soldi e al tramonto tutti a nanna senza cena ed al buio, a farsi calore uno con l’altro. Manca il cibo e neppure la Chiesa ortodossa porta aiuto concreto”.

Come avete scelto il bambino?

In realtà i bambini che ci hanno scelto sono stati due, un maschio ed una femmina, di cinque e sette anni rispettivamente, Misha e Tanja” – prosegue rapida Paola -”Potevamo, con tutto il cuore, accettare solo loro due: nessuno li voleva perché già grandicelli e, appunto, in due. Subito io e Michele ci siamo guardati negli occhi: avremmo accettato e accolto entrambi!”

Come è andata la visita in ospedale, visita di controllo?

Li hanno portati in ospedale per le visite di routine” – prosegue Michele – “e per noi è stato un trauma. Non a causa dei ragazzi, fortunatamente stavano bene, ma delle condizioni dell’ospedale. Letti arrugginiti con vasi da notte anni ’30, siringhe monouso utilizzate fino a dieci volte, ascensori per i malati rotti da anni e i degenti portati a spalla da un piano all’altro. Fortunatamente sono artigiano manutentore e quindi un paio di porte sono riuscito ad aggiustarle!”

Si è verificato poi un secondo momento toccante. Quale?

Prima di partire con i bambini” – prosegue Paola – “li abbiamo accompagnati dalla madre naturale, una povera donna alcolista sfatta dalle gravidanze e dalla povertà. Si sono guardati, madre e figli, con infinita tristezza…Due destini che non si sarebbero più incrociati!”

Pochi anni dopo la vostra partenza l’Ucraina ha bloccato le adozioni internazionali. Per quale motivo?

Il dittatore appena scacciato da Kiev, Viktor Yanucovich, quello con il WC d’oro, diceva che “mai e poi mai un bambino ucraino sarebbe caduto in mano ai pedofili” ossia adottato da qualche coppia gay americana” – La voce di Michele è indignata e sprezzante -” Come se la vita di un milione di bambini e bambine valesse un pregiudizio. E la medesima scelta è stata adottata da Russia e Bielorussia. Su questa scelta ha soffiato la Chiesa ortodossa, gonfia di privilegi e di nazionalismo”.

Ora come vivono i ragazzi?

Dopo un mese avevano dimenticato il Russo…Poi, dopo un anno l’Ucraino (lo sanno ma non lo parleranno mai più, lo hanno relegato in un angolo del cuore)” – prosegue Paola -” Tanja ha passione per la scuola, studierà al Liceo Artistico”. “Misha è bravo” – conclude Michele – “aveva velleità di fare il calciatore ma il talento…Ora lo porto con me a lavorare..Certo, dei due, è quello che ha sofferto di più!”

L’intervista inaspettatamente non si conclude così! D’improvviso, è ora di pranzo domenicale, Paola e Michele mi fanno accomodare in sala e sulla tavola sobriamente imbandita troneggia una zuppiera di borshch ucraino fumante preparato da Tanja e Misha…Il dono della loro terra a un intervistatore di buona volontà!

 

CHAT EROTICHE

 

Contributo a cura di Grazia Favata

 

Sesso.

Se non c’è amore è altrettanto appagante?

Le donne, magari bigottamente, sono solite affermare che il sesso senza amore sia noioso e una squallida esperienza che si dichiarano contrarie a sperimentare.

I maschi, seppur schivi, desiderano la donna giusta d’amare, compagna di vita, sposa, amante e con la paziente docilità di una madre che li accudisca come figli tra i figli.

Il gioco è sempre quello, antico, anche se subisce il naturale evolversi della specie nella specie.

E, se è vero che i rapporti cambiano, cambiano i gusti e cambiano gli interessi, trasmutare nel virtuale diviene reale, anzi realtà.

La normalità diviene banale e si innalza il desiderio di qualcosa che sia eccitante e trasgressivo.

Che fare, allora?

Sesso in chat.

Da reale, per adeguarsi anche ai tempi, la sessualità diventa virtuale, per continuare a vivere, oltre la noia e oltre la routine.

Il fenomeno è in continua espansione e non riguarda solo uomini assetati di sesso o casalinghe annoiate in cerca del mitico principe azzurro.

Chat hot.

Calde, molto calde e dense di trasgressione.

E il fenomeno non è declinato al maschile, bensì al femminile, ove le donne fanno da padrone e godono di una serie di privilegi.

Prerogativa per single?

I fruitori possono segnalare abusi per un profilo che si è comportato superando i limiti del rispetto e del buon gusto in genere.

In particolare, alle donne è offerta la massima disponibilità. A loro è riservato di potere lasciare un giudizio sulle capacità dell’amante, creando una sorta di selezione e di segnalazione alle amiche del sito, con un vero e proprio passa parola se necessario.

Per proteggere i valori familiari, inoltre, un bottone di STOP interrompe i contatti sgraditi o chat a rischio di intercettazione domestica.

Le motivazioni?

Uomini e donne insoddisfatti dalla routine ed in cerca di allontanare la noia, magari per cercare stimoli atti a rinsaldare un matrimonio spento e logoro.

A sentire le donne, i loro amanti lamentano mogli e compagne molto avare a letto, riluttanti a concedersi completamente.

E dato che gli uomini si rammaricano di non essere curati dalle proprie mogli, dispiaciuti, arrivano colmi di desiderio a voler dare il massimo per fare contenta la “Lei” sconosciuta e riacquistare così la dignità di amante potente e virile.

A sentire gli uomini, invece, le donne che frequentano chat erotiche sono le stesse mogli avare e insoddisfatte che, velate nel virtuale, si concedono senza tabù, alla ricerca dell’orgasmo mai provato e dell’orgasmo perfetto.

Pericoli?

No, se lo scambio si arresta al virtuale, con godimento autogestito. Con il dubbio che si pone, dato che è virtuale, se doverlo considerare tradimento nel comune senso del termine.

Sì, se dal virtuale si passa all’incontro reale.

I rischi: delusione, violenza o, cosa ancora più grave, innamorarsi senza prendere amore.

No, anche per coppie, che vedono sempre le donne come protagoniste, magari accompagnandosi con i rispettivi mariti.

Entrare in una chat erotica è molto semplice.

Per iscriversi occorrono dieci minuti, immettere i dati, accettare un regolamento semplice e pagare, se si desidera comprare il meglio che offre il mercato, altrimenti molti siti sono assolutamente gratuiti con elevato rischio di tentativi di adescamento.

Infedeltà e, dunque, assenza di valori?

Visionando i vari siti, le parole d’ordine sono rispetto e protezione.

Rispetto.

Per trovare piacere con un uomo dietro l’angolo di casa, oppure una dolce amante asiatica in un altro capo del mondo.

Uomini e donne sposati o in coppia avranno l’opportunità di incontrarsi e di relazionarsi con gli infedeli di tutto il mondo.

Iscrivendosi, necessita dichiarare lo stato civile, dato che molti siti vantano di presentare esclusivamente profili reali di uomini e donne sposati, in coppia, o anche single, ponendo l’onestà alla base del loro lavoro.

Uno spazio privilegiato e segreto, ove una donna sposata o un uomo ammogliato possono trovare l’avventura per un incontro extraconiugale, con l’obiettivo comune e da tutelare della massima riservatezza.

Di certo, molto meno rischioso e meno complicato di avere un’amante reale e magari in ufficio!

Protezione.

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