PASSI

 

Silenzio” – e mi stringesti al seno.

Solo un pretesto!

Chi salirà mai le scale

a quest’ora della notte?” –

mi rapisce la timidezza.

Forse i vicini” – proseguo.

Shh!” – replichi in un soffio.

Le mie labbra,

reclinando,

abbracciano le tue.

Roberto Ferro

 

UNO PSYCHO KILLER SI AGGIRA PER ORASENZOMBRA

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Uno Psycho Killer minaccioso si aggirava giovedì 22 maggio per le sale dell’Hotel Admiral International Milano, Via Domodossola 16 .

Era uno Psycho Killer descritto nei minimi particolari dall’autore, Ezio Guaitamacchi, una delle firme più prestigiose del giornalismo musicale italiano, Brunella Boschettii, cantante dallo straordinario timbro blues, Carlo Montana istant writer d’eccezione e Daniela Basilico che ha presentato la serata con le consuete ironia e verve.

Il libro prende il nome dalla canzone Psycho Killer dei Tolkin Heads e la serata è vissuta principalmente della passione che lega Ezio Guaitamacchi e Brunella Boschetti alla musica americana, in particolare a Bob Dylan e da un thriller originale.

Nel medesimo giorno della morte a Londra della povera Emy Winehouse, a Milano la polizia rinviene il corpo senza vita del più potente ufficio stampa dello show business, impiccato mentre dal suo stereo risuonano le note di Iggy Pop, Dopo di lui saranno uccisi in modo cruento altri personaggi del mondo della musica milanese.

A rendere avvincente il thriller, dopo ogni omicidio una mano anonima invia a Bobby Crosetti, giornalista di Radio Popolare un file mp 3 con una cover di Bob Dylan che, secondo la mente contorta di chi lo invia, dovrebbe suggerire il movente degli assassinii.

L’intricato caso è affidato all’ispettore Marco Molteni, gran lavoratore, da pochi giorni a Milano, un romano originario di Fornello (dove ha sede il centro sportivo della Lazio), tifosissimo del Milan malgrado l’accento romanesco, donnaiolo. Il simpatico ispettore tifoso si troverà a dipanare una trama complessa con l’aiuto dell’assistente Carluccio, del medico legale dottor D’Errico e dal musicista di strada Sunflower.

Se questi sono i protagonisti, nel frattempo la scia di sangue si allunga “dipanandosi” – secondo le efficaci parole di Daniela Basilico – “per una Milano ormai scomparsa oppure resa marginale dal business imperante”. Pensiamo al locale Santa Tecla frequentato da Enzo Jannacci e da Giorgio Gaber, ai Bar Jamaica (visitato occasionalmente nel primo dopoguerra da Benito Mussolini perché uno dei pochi locali di zona con il telefono a gettone)

La voce dal timbro forte inconfondibile e vibrante di Brunella Boschetti ha annodato l’intervista di Daniela Basilico e la presentazione vera e propria di Psycho Killer al pubblico. I brani di Bob Dylan, richiamati dal grande artista americano ad opera di Carlo Montana, The times are changing, Jokerman infine, tra altri, appunto, Psycho Killer dei Tolking Heads.

Psycho Killer conduce il lettore nel mondo della musica, i protagonisti del racconto sono persone reali sia pure sotto mentite spoglie, i dettagli apparentemente secondari sono ripresi dalla vita quotidiana, lavorativa e sportiva, di Ezio Guaitamacchi, che della musica,suonata e commentata, ha fatto ragione di vita.

Si è trattato di una serata densa di contenuti e, fortunatamente, nessuno dei presenti, è rimasto vittima dello Psycho Killer. Ringrazio la sempre sorridente Daniela Basilico, la bravura di Paolo Manacorda, eccellente fotografo, e l’impeccabile professionalità di Ezio Guaitamacchi e Brunella Boschetti per averci donato una occasione piacevole di ottima musica.

Desidero in tutti i casi chiedere ai due protagonisti se oltre a Psycho Triller non sia possibile per loro cimentarsi con altre opere letterarie associandole alla musica americana, blues o country che sia. Per esempio, un qualche frammento di Jack Karuac, l’anima nobile e vagabonda dell’America, potrebbe donare brividi inaspettati!

 

I (POVERI) DIAVOLI DELLA ZISA

 

Contributo A cura di Roberto Ferro

La dedizione degli attori diventa narrazione che coinvolge e conduce ad assaporare una Sicilia amata intensamente”. La passione, umana e letteraria, della scrittrice Grazia Favata, la bravura e l’intensità espressiva degli attori. Titti Giambrone, Iaia Corcione, Giuseppe Giambrone e dell’attore regista Carlo D’Aubert, sono rivolte ad una città, Palermo, in grado di suscitare improvvise attrazioni e subitanei rigetti.

Ho avuto la fortuna di assaporare ed ascoltare il “romanzo”, non di leggerlo, apprezzando così la commistione semplice ed efficace di italiano e dialetto (palermitano), i dialoghi privi di (eccessive) trivialità. Sono corso immediatamente con la memoria memoria ad altri lidi lingua e autore, Creuza do mar di Fabrizio De André.

Grazia Favata prende sotto braccio il lettore e lo conduce nei vicoli maleodoranti e poveri di una Palermo assolutamente sconosciuta ai turisti. Non concordo, tuttavia, sul termine “romanzo” attribuito all’opera! I diavoli della Zisa (il casino di delizie degli Emiri arabi di Palermo che io ho ammirato isolato e restaurato, circondato dal popolare quartiere de La Noce) purtroppo non inventa nulla, fatto salvi i nomi dei protagonisti e l’incastro dei singoli episodi.

Il racconto si snoda, stretto ed aspro come i vicoli della Vucciria, descrivendo le vite di povera gente, donne prevalentemente. La donna che, in Sicilia, per atavico destino, si carica dei fardelli della vita: maschi sfatti o violenti, figli già fragili appena venuti al mondo, una prigione di pregiudizi e incultura, l’assenza di futuro.

I diavoli della Zisa è un racconto declinato prevalentemente al femminile. E’ l’avventura umana, sin troppo umana, di Rosa e della sua bimba Gilda (un nome assegnatole dalla madre dopo che questa aveva visto, neppure completo o compreso, un film), che vediamo irrompere prossima al parto a bordo di un Apino al Pronto Soccorso. Quasi una fuga da due fratelli papponi da quattro soldi e da clienti poco esigenti (ignoto resterà persino il padre della piccola Gilda).

Si tratta di un Reparto di Ostetricia sui generis, naturalmente. La Dottoressa Margherita D’Amato, fuggita da Roma per non avvallare un grave errore dei medici, Giuseppina infermiera pettegola e la signora Maria, “due seni enormi, così abbondanti da partire dalle ascelle e arrivare alle reni, dietro senza natiche…Che si piaceva sempre quando faceva del bene” colorano ambienti di solito destinmati a restare anonimi.

E’ anche la storia, tragica e commovente nel contempo, di Daniela, giovane e bellissima, ingravidata da un delinquente mafioso che l’ha accoltellata sino a lesionare in maniera irreparabile il feto, ora in carcere all’Ucciardone. Sarà accusata di drogarsi, prostituirsi e, in definitiva, di volersi ribellare al mondo di soprusi nel quale vive la povera umanità femminile di Palermo. E pagherà con la vita, le faranno una overdose “di schifezze”.

Questi scarni particolari, non desidero rovinare ascolto e lettura approfondendo la trama, mi hanno fatto apprezzare un racconto apparentemente semplice: i protagonisti, tratteggiati con semplicità, sono alle prese, tutti, con eventi di vita e di morte, gioie e dolori.

Grazia Favata ci accompagna, con l’aiuto degli attori e del regista, in questo mondo, crudo e tenero nello stesso tempo, con un utilizzo sapiente della musica, .

La scelta di adottare un profilo multimediale, particolarmente indovinata, crea un paesaggio descrittivo efficace, dove musica di sottofondo recitazione e narrazione si fondono. Grazia Favata pone lo spettatore al centro dell’interesse del racconto. Conta, ai suoi fini, immedesimarsi nella vita quotidiana palermitana, senza citazioni dotte, o colte.

Così “camurrie” si rende bene con “guai”, “picciridda” “con “piccola” (vezzeggiativo). Un mondo disperato e disperante dove italiano “malamente incollato” della “cugina provolona” di Rosa con i denti in fuori alla frase terribile di Angelina nel porgere a Rosa una confezione di trucchi già aperta: “Tanto tutti lo sanno che fai la puttana a pagamento”.

Immediatamente comprensibile anche al milanese doc è la frase oscena pronunciata dal compagno mafioso di Daniela alla notizia dei suoi manifesti incollati a coprire le ingiurie: “Così mi vuole proprio sputtanare quella arrusa”.

Un mondo femminile impregnato di magiche diaboliche visioni. Così la madre di Daniela, pure essa donna disperata, alla vista delle sventure della figlia “Chiama a raccolta tutti i Diavoli della Zisa…Li farò scendere da tutti gli angoli della Penisola..Se tutti i siciliani del mondo si svegliassero…” Un vaticinio da antica tragedia greca più che da donna contemporanea, come se fosse possibile richiamare in vita un barlume di potere degli antichi dominatori Arabi.

 

LA CIVETTUOLA

 

La civettuola, eccola, che non molla dal far giocare

la sua indole asprigna contro la mia dolce indole.

Com’è slanciata nel suo muovere, col rametto di salice che le dà grazia,

ma nel muovere è più flessuosa con la duna di sabbia.

Quando persiste nel non darmi bardo, né inclina

al trepidare che unisce, persisto io nel voler unire.

E mi dico forse al disdegno seguirà almeno uno sguardo

e quanta mai verzura crebbe dopo lo sterile secco.

O tu che annullasti il mio sonno e il mio sangue versasti

che il nodo scorsoio stringesti dicendo “sì” alla mia morte.

Con il tuo raggiante occhio volutamente m’hai messo a morte

e non c’è nemmeno taglione per chi d’occhi uccide.

Ibn Hamdis

Poeta arabo di Sicilia X° secolo

Versione di Andrea Zanzotto

 

Pelle

Interno poesia

skin

La pelle è questo sasso levigato dalla pioggia
terra impastata alla sua guerra
arma silenziosa che ci sfianca.

Sarebbe dolce chiedere di non partire
portare a termine la propria fine
tenersi per mano prima di franare.

Scrivere da capo la metafora
di questo corpo dissanguato
tradurre il suo silenzio
in un verso libero

intestare le ultime parole
all’uomo timido che non ho mai amato
invocare lo sguardo buono di mio padre
riunire tutta la famiglia
come non è mai stato.

La pelle è quest’annuvolarsi
sopra la mia testa
un’ossessione che mi cavalca
terra impastata alla sua guerra
arma silenziosa che mi sfianca.

© Inediti

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COME FOSSERO ALBERI DI MELE

 

Scusa se non sono stata attenta,

stavo sognando un prodigio.

Non ci riesco più amico mio

a pensare a me stessa come

quella donna che vive

per assolvere i suoi doveri.

Meglio smettere di pensare

di essere insostituibile,

accettare di vivere senza paura

qualunque cosa ti capiti.

Essere inutili

a volte è un privilegio.

Non c’è niente di più urtante

che parlare con quelle persone

che hanno sempre un problema

più grande del tuo.

Se gli racconti che sei stato all’inferno

che stavi per morire bruciato dalle fiamme,

ti rispondono che non è niente

in confronto ai loro tormenti.

Scusa se non ti ascolto mentre parli

ma io voglio diventare contadina,

coltivare prodigi come se fossero

alberi di mele,

innaffiarli con la luce del mattino,

sedersi vicino alle radici

ad aspettare la fioritura

bianca e profumata,

cogliere i frutti ad uno ad uno,

darli ai bambini che non ho avuto

e che pure erano miei.

Scusa amico mio

ma sto facendo un lavoro

piuttosto impegnativo

e ho appena cominciato.

Sto sognando prodigi

forti e resistenti come mattoni

e con quelli costruirò casa mia.

Mura che non si abbattono.

ANNA SPISSU

da “La vita trasparente”

http://www.annaspissu.com