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CARLA TAINO E LA DIFFICILE AFFASCINANTE VITA DELL’ATTRICE

Contributo a cura di Roberto Ferro

Una conoscenza con Carla Taino iniziata casualmente, una occasione significativa (la ricorrenza del 25 aprile) e un luogo (una piazza del quartiere Barona di Milano) particolari. Il copione: le commoventi testimonianze di uomini e donne, partigiani.

E’ nata allora la curiosità di intervistare l’attrice che con voce limpida e commossa, spezzava per un attimo l’assedio del traffico e dell’indifferenza metropolitana.

Quando ti sei avvicinata al Palcoscenico?

L’avvicinamento al teatro è avvenuto, praticamente, per gioco, o meglio grazie al gioco. Ai tempi dell’università un paio di amiche, ed io di tanto in tanto, trascorrevamo le domeniche a Milano, al Parco Sempione, che diventava teatro delle nostre “performance” spontanee. Io e una di loro improvvisavamo dialoghi comici inventandoci di volta in volta personaggi diversi, mentre la terza faceva da pubblico.

Le mie amiche mi dicevano “che ero portata per il teatro”, ma a me il teatro sembrava la cosa più lontana dal mondo: da ragazza ci ero andata solo con la scuola. Mi sembrava quasi un luogo sacro. Mi ricordo che rimanevo incantata dall’odore del teatro e dal rumore dei passi degli attori sul palco. Poi, un giorno, mentre con le mie amiche nel parco assistevamo ad uno spettacolo di strada, gli attori mi hanno scelta come “vittima”, ingaggiandomi in una performance. E lì c’é stato il primo incontro con il pubblico: l’emozione, l’energia e poi l’applauso. E allora mi sono detta…”ma, sì, proviamo”.

Vita di attrice (attore) di provincia…

La vita dell’attrice di provincia ti costringe a reinventare giorno dopo giorno la tua professionalità. Se vuoi fare teatro, qui nelle terre nebbiose tra l’Adda e il Brembo, non puoi permetterti il lusso di essere “solamente” artista. Devi anche occuparti di fondare la tua “piccola” associazione e portarla avanti giorno dopo giorno, devi diventare PM, devi occuparti della parte commerciale e dei rapporti con le amministrazioni comunali e le altre associazioni del territorio. Non da sola, se hai la fortuna di incontrare altri che “stanno sulla tua stessa barca”.

E poi, quando finalmente vai in scena come attrice, proponi un lavoro che molto spesso hai curato anche dal punto di vista drammaturgico e / o registico.

Però le soddisfazioni arrivano, comunque, e ti danno la forza per non mollare tutto, anche se spesso la tentazione é forte.

Il tuo é dunque un teatro “globale”, non tradizionale?

Il primo corso che ho frequentato era di Teatro di Ricerca. Un genere “essenziale” fondato sulla centralità del corpo dell’attore. E’ stata un’esperienza sicuramente molto formativa e arricchente che mi ha stimolato a approfondire la ricerca verso una forma espressiva “a tutto tondo”. Poi, ben presto, ho sentito l’esigenza di indagare il potere della “parola”, della voce, l’utilizzo del teatro per “raccontare”, e così ho iniziato a formarmi nell’ambito del Teatro di Narrazione. Più assistevo a spettacoli di attori quali Marco Batliani, Laura Curino, Marco Paolini, Ascanio Celestini, spettacoli che hanno il potere di rapirti e di emozionarti, di farti ridere piangere e riflettere allo stesso tempo, e più sentivo quel genere teatrale come “mio”. E così ho intrapreso questa strada. Ho iniziato a frequentare seminari e a costruirmi un repertorio di storie da raccontare. Per grandi e per bambini.

Dato che il tuo pubblico é composto da adulti e bambini si rendono necessarie forme espressive e interpretative differenti?

Recitare davanti a un pubblico di bambini richiede la messa in atto di tecniche sicuramente differenti rispetto a quelle adottate per un pubblico adulto. Tuttavia penso che per recitare davanti a grandi e piccini sia necessario possedere un requisito fondamentale, ovvero la “credibilità””. Credibilità vuol dire “essere presente nel qui ed ora”, stare sul palco con energia e autenticità: col corpo, la testa e il cuore. Se ti appassioni per quello che metti in scena, la passione arriva anche al pubblico. Viceversa, se sei lì solo per guadagnarti la giornata, se non credi in quello che fai, in qualche modo il circolo virtuoso dell’energia tra attore e pubblico si blocca e allora lo spettacolo non funziona.

La tua arte si colora nettamente di impegno sociale e politico. Quale percorso ti ha condotta a esprimere l’arte in politica (nel senso nobile del termine)?

Nella mia vita la politica é venuta prima dell’arte. Ero studente negli anni ’90, quando ancora la sinistra extraparlamentare sembrava un punto di riferimento credibile per i movimenti. Ho frequentato i Centri Sociali, ero a Genova durante il G8.

Assieme alla passione politica coltivavo la passione per la storia: dopo che avevo mollato l’università tornavo dal lavoro e passavo interi pomeriggi a studiare storia. Soprattutto il Nazifascismo e il sistema concentrazionario. Leggevo saggi ma anche testimonianze, autobiografie, romanzi.

E più leggevo e più sentivo l’esigenza di raccontare quello che avevo appreso. E così quando poi nella mia vita é entrato il teatro, l’incontro é stato naturale. Il teatro é diventato la forma espressiva per dare corpo e voce alla mia esigenza di raccontare ciò che é stato.

L’espressione del corpo, l’attenzione per le emozioni.. Come ti descriveresti?

C’é stata tutta una fase della mia vita artistica in cui un attimo prima della rappresentazione avrei voluto essere ovunque tranne che sul palco. Ci sono voluti anni prima di riuscire a gestire l’ansia da palcoscenico. Un’ansia così forte che mi pervadeva fino all’attimo stesso in cui entravo in scena. Mi si bloccava lo stomaco, il cuore batteva forte. Poi arrivava l’adrenalina che mi sosteneva e mi faceva vivere emozioni indimenticabili.

Adesso va un po’ meglio e riesco a bere persino un caffé!

Sei musicista? E di quale genere musicale?

Non sono musicista. A 40 anni ho deciso che era arrivato il momento di fare entrare la musica nella mia vita. A Bergamo esiste una tradizione folk molto forte, così mi sono incanalata su quella scia iniziando a studiare l’organetto diatonico e cimentandomi nel canto popolare. Spero in un domani di riuscire ad integrare pienamente queste esperienze nei miei spettacoli. Per il momento però mi godo la musica come un bel divertimento, un qualcosa di appassionante ed arricchente.

Quali progetti per il futuro?

Il progetto é minimale: resistere, resistere, resistere!

Questa crisi sta mettendo a dura prova le piccole compagnie come la mia. La mia associazione, Colpo d’Elfo, per anni ha lavorato principalmente con gli enti pubblici, i quali ora stanno alla canna del gas. E anche i privati non navigano nell’oro. Ci si mette tanto impegno a produrre uno spettacolo (che si é costretti a vendere sottocosto) e poi si rischia di “portare a casa” solo poche date.

Vivere di solo teatro ormai per me é un’utopia. Per cui si é reso necessario integrare il lavoro dell’attrice con un lavoro part time che mi garantisca un minimo di solidità. Ciò mi porta ad avere la testa sempre vigile per “tenere insieme i pezzi” della mia vita professionale (e non solo) con tutta la fatica che questo comporta.

ROBERTA SDOLFO TRIBUTO A ELLA FITZGERALD

Contributo a cura di Roberto Ferro

Era una bambina candida e timida seppure ambiziosa, combinazione di insicurezza e determinazione” (Luciano Federighi) Poche parole ma che descrivono efficacemente la personalità di Ella Fitzgerald, poliedrica cantante di colore americana, soprannominata Lady Ella e First Lady of Song.

Prosegue la rassegna “Jazz in rosa”, rassegna di voci femminili, presso la Cantina Scoffone, Via Pietro Castoldi 4, Milano. Roberta Sdolfo, cantante e il duo d’accompagnamento composto da Alberto Bonacasa (piano) e Luca Garlaschelli (contrabbasso), hanno offerto una ottima interpretazione delle canzoni di Ella Fitzgerald garantendo una immagine realistica e raffinata della sua complessità.

L’esibizione, fatto positivamente inconsueto, si é giocata nell’alternanza equilibrata di osservazioni e biografiche relative a Ella Fitzgerald e esibizione musicale.

I’m in the mood for love”, un preludio alle tastiere lento e romantico con il ritmo che progressivamente si concentra nella voce. L’amore nasce dal cuore e si esprime con la voce! Roberta Sdolfo, con continue vibrazioni vocali e dell’anima conduce nel palpitare dell’amore, comunicazione nobile ingentilita e resa allegra dal sorriso e dall’abbraccio simbolico conclusivo con i musicisti del trio

How high the moon”, mi ha trasmesso l’intimità profonda del dialogo incessante tra strumenti e voce in un saliscendi continuo di fraseggi musica e canto. Una esibizione allegra così come la luna risplende alta in cielo quando l’animo é sgombro dalle nubi della tristezza e della malinconia.

Probabilmente per una frustrazione subita da ragazzina”- afferma Roberta Sdolfo – “o forse a causa della sua stessa personalità insicura, Ella fu affetta per tutta la vita da fobia da palcoscenico. Per quanto possa sembrare impossibile, la sua verve e l’allegria erano una reazione a questo profondo antico dolore. Su questo, Roberta Sdolfo sembra mettere l’accento quasi desiderasse in qualche modo schierarsi dalla parte della categoria degli insicuri donando loro, con queste affermazioni, una sorta di consolazione e incoraggiamento”.

Recitando i versi della grande poetessa polacca Wislawa Szymborska (premio Nobel per la letteratura)

Pregava Dio,

pregava con fervore

perché facesse di lei

una felice ragazza bianca,

E se ormai é tardi per questi cambiamenti,

allora Signore Iddio, guarda quanto peso

e togliemene almeno la metà.

Ma Dio, benevolo, disse: No.

Le posò soltanto la mano sul cuore,

le guardò in gola, le carezzò il capo.

E quando tutto sarà compiuto – aggiunge –

mi allieterai venendo a me, mia nera gioia, tronco piena di canto”

(da “Poesia da perdere il fiato”)

Someone ti watch over me” , nelll’esecuzione di Roberta Sdolfo, ha meritato questo lungo preambolo. Mi ha commosso questaa preghiera, lenta e raccolta, intima e concentrata su un granello di melodia splendidamente interpretata.

Ella Fitzgerald non cessava di sorprendere. Dopo tutto, vinse 10 Grammy e vendette (allora, tuttavia, forse era più facile) 80 milioni di dischi! Riuscì a trasformare in musica “colta” una filastrocca di bimbi. Un critico disse che Ella Fitzgerald “era l’unica artista ad essere entrata nel commerciale e esserne uscita artista”.

In “A tisket a tasket” una filastrocca, appunto, Ella Fitzgerald ha creato un percorso sottile e solido nel contempo, sospeso tra ritmo e allegria Roberta Sdolfo ha mantenuto questa impostazione!

Roberta Sdolfo non ha creato una pura e semplice interpretazione delle canzoni di Ella Fitzgeral! Ha creato abilmente un “viaggio” su più dimensioni: musicale, personale, storico e poetico. Ha offerto al pubblico una prova della propria personale abilità vocale e, se desideriamo, di docente di canto, associando mimica, allegria, storia della musica e del costume.

NUNZIO MEO: DAL RICICLO ALL’ARTE

Contributo a cura di Anna Falco

Nunzio Meo, uomo sensibile e dall’animo nobile, artista poliedrico, unico nel suo genere sapendo coltivare le tradizioni di famiglia (arte e artigianato) arricchendole con eleganza, stile e fantasia. Uno dei più noti artisti campani contemporanei soliti utilizzare nelle sue originali opere di denuncia politica e sociale, materiale di riciclo recuperati dai diversi centri rurali e dalle inquinanti discariche di periferia dell’agro nolano, nel voler raccontare fatti e misfatti della odierna quotidianità.

Decine di premi nel suo illustre curriculum tra i quali un primo premio per la scultura e uno per la fotografia, mentre molti sono i riconoscimenti da parte di diversi critici d’arte su scala nazionale per le caratteristiche distintive delle originali opere d’arte povera e di land art.

Maestro, mi parli di lei

Nacqui a San Paolo Bel sito (Na) dove sono rimasto fino all’età di sette anni e subito dopo la prima elementare, nel 1972, la mia famiglia decise di cambiare luogo di residenza trasferendosi a Nola.

Nola divenne così la mia città adottiva...

Da subito fu amore a prima vista in quanto rimasi affascinato nell’assistere per la prima volta alla celebrazione della Festa dei Gigli in onore del Santo e Vescovo Paolino. Fui attratto in particolare da quelle artistiche e gigantesche guglie in cartapesta che danzavano festanti a ritmo di musica per le vie cittadine.

Discendo da una famiglia di artisti in quanto mio nonno materno, Mastro Nunzio Mirra e suo figlio Giuseppe, mio padre Mastro Chiaro Meo detto Mastro Mario, sono stati illustri e specializzati intagliatori di stucchi d’opera monumentaria e architettonica su tutto il territorio campano, mentre mio zio Peppe Mirra é stimato pittore scultore e poeta, oggi docente in pensione.

In breve! Appena dodicenne ho scoperto la pittura presso la Galleria “Arte Globo” di Nola ed é stato amore a prima vista per l’arte. Alle medie ho scoperto il talento che reputo ereditato da mio padre Mastro Mario quanto da parte di mia madre Carmela perché suo padre Nunzio era stuccatore e intagliatore di figura e ornato mentre il fratello Giuseppe, pittore e scultore. Dopo la maturità artistica ho proseguito gli studi presso l’Accademia di Belle arti di Napoli seguendo il corso di Scultura diretto dal Maestro Augusto Perez e nel 1989 mi sono laureato.

Mi racconti delle sue prime esperienze artistiche

Giovanissimo mi sono dedicato alla ricerca plastica ornamentale frequentando per impratichirmi le botteghe artigiane locali della cartapesta nolana e le fonderie artistiche dei Maestri Cav Giuseppe Tudisco, Paolino Scotta, Paolino Vecchione, e la fonderia artistica nolana del Maestro Pasquale Del Giudice per apprendere le tecniche di fusione.

Grazie alla frequentazione di questi ambienti artistici e artigianali, nel 1984, come prima vera esperienza formativa personale, ho realizzato presso la bottega del Maestro Paolino Scotta il modello in argilla e il calco in gesso (negativo) del medaglione in bronzo anticato. L’opera rendeva omaggio al Santo Paolino Patrono e Vescovo di Nola, raffigurante il suo volto posto di profilo, con diametro di cm 40, prodotto a tiratura limitata. Ho poi eseguito la fusione e la finitura del medaglione presso le fonderie di Pontecorvo a Napoli.

Questa realizzazione – aggiungo – ha fatto conoscere ai propri compaesani le sue doti di scultore, consentendogli di raccogliere i primi apprezzamenti delle Autorità locali e dai concittadini divenuti quindi estimatori e mecenati.

Il suo racconto, Maestro, mi affascina. …

Negli stessi anni la passione per la storia locale e l’archeologia mi ha visto impegnato come componente del’Antiquarium Archeologico Nolano” e del gruppo “Storia Patria” della Pro loco città di Nola sotto la presidenza prima del Prof Gaetano Minieri e successivamente del Dott Gaetano Profeta, infine del Prof Alfonso Porcello.

Nel 1985 partecipo al gruppo di giovani artisti locali “Ricerca undici” di Nola di cui fanno parte gli artisti locali S Ambrosio, G Coppola, D Cristiano, E Errico, CS Fusco, R Iossa, G Basilicata, P Castaldo, A Ciccone, F Cilvini, F Policastro e N Meo, con mostre collettive e estemporanee organizzate sull’intero territorio campano.

Nel 1986, per invito della Pro san Paolo ho dedicato al mio ambiente nativo una mostra personale di pittura e grafica dal titolo “Omaggio a San Paolo Belsito”.

Nel 1990 ho vinto il concorso per titoli ed esami e assegnato all’Istituto Statale d’Arte “U Boccioni” di Napoli.

Questo, Maestro, é il percorso che l’ha formata. Ma Lei vanta numerose attività artistiche e culturali. Mi può descrivere quelle più importanti?

Tantissimi i miei lavori per il recupero di simulacri e tele del 700 – 800 napoletano e non: per citarne solo alcuni Madonna del Rosario del XVIII sec presso la chiesa di S Michele Arcangelo di Taurano (Av), Gesù Crocifisso del XVIII sec chiesa di S Erasmo di Saviano (Na), S Sebastiano del XVIII sec chiesa di S Sebastiano Martire di Brusciano (Na), Maria SS Immacolata del XVII sec chiesa San Felice in Pincis di Cimitile (Na). Un elenco utile per quanti desiderassero ammirare queste opere d’arte nella sede originaria.

Ho inoltre coadiuvato e collaborato con l’architetto Prof Emilio Castaldo (studioso di architettura preistorica e protostorica) e con l’Architetto Vincenzo Franzese nella interpretazione e riproduzione plastica di architetture preistoriche quale la Capanna 4 del villaggio del bronzo antico scoperta nella località Croce Papa di Nola, esposto al Museo del Mediterraneo di Livorno. Ho anche realizzato la ricostruzione in scala reale della capanna 4 del medesimo villaggio nel Parco Archeologico di San Paolo Bel Sito Località Vigna in collaborazione con gli architetti Emilio Castaldo e Vincenzo Franzese di Genius Loci ONLUS.

Ed ora?

Attualmente insegno Discipline Plastiche e Scultoree presso il Liceo Artistico “Bruno Munari” di Acerra (Na).

Nell’anno 2005, con la collaborazione di docenti esperti quali i Professori Giovanni Sistenti (ebanisteria, intaglio ed intarsio) e Aldo Fiorillo(restauro del mobile antico) ho promosso la realizzazione e la donazione della “Croce d’Arte” alla Compagnia di San Paolino custodita nel Duomo di Nola.

Mie opere figurano in collezioni pubbliche e private (le ultime opere di luce create con carta e cartone riciclato, spopolano in tutte le mostre per lo spettacolare effetto di luminoso che si crea nel buio di Napoli sotterranea, Tunnel Borbonico, catacombe e corti di nobili palazzi storici) con il loro significato di protesta sociale.

NUNZIO MEO 2Nunzio Meo desidera infatti denunciare il degrado sociale e la malvagità umana. Maestro, nel sentire raccontare la storia della sua vita, la mia mente é corsa alla grandiosità della cappella Sistina. Quasi, l’ho vista nei panni di Michelangelo descriverla a pennellate faticose ma decise. La ringrazio per avermi fatto sognare ad occhi aperti e auguro che il suo nome resti impresso nella storia dell’arte.

RAFFAELE CRISAI: NAPOLI E’ UN MONDO DA SCOPRIRE

Contributo a cura di Roberto Ferro

Napoli, dal punto di vista dell’arte, della musica in particolare, é un mondo sorprendente. Se ci avvicineremo con rispetto e curiosità scopriremo espressioni d’arte che non raggiungeranno magari un pubblico nazionale ed internazionale ma che, non di meno, sono apprezzati da giovani e meno giovani.

Raffaele (Raffy) Crisai, personalità sfaccettata, compositore musicista e attore caratterista, offre ai nostri lettori l’opportunità di ottenere preziose curiose informazioni.

Come e quando é iniziata la tua carriera artistica?

La mia carriera artistica ha avuto avvio negli anni ’80 quando ho iniziato a scrivere poesie e componevo dei motivetti con una pianola… Punti di riferimento iniziale sono stati Franco Ricciardi e Ciro Rigione ed a loro sono riconoscente.

Seicento canzoni sono molte….

Tramite il connubio tra testo e musica componevo le canzoni che proponevo a vari artisti partenopei. Suonavo a orecchio e mi veniva bene cantare…perché mi veniva bene farlo.

Per quali artisti hai composto?

Ho composto molte canzoni, più che per me, per vari big. Cito alcuni nomi: (???? che nome) D’Onofrio, Gino Da Vinci, Anna Merolla, Franco Calone, Gianni Celeste, Lino Tozzi… Come vedi tutti nomi della musica popolare partenopea attuale.

La tua esperienza di attore?

Si tratta certamente di film amatoriali ma …non solo. Il film Misto parla di razzismo tra due ragazzi, lui di colore e la ragazza bianca…Ma alla fine trionfa l’amore. Il mio ruolo é stato di paroliere, di autore dove nel film proponevo le mie canzoni ad un boss. Avevo la passione di cantare. La regia é di A Kader Alassane.

Mi potresti parlare del colossali biblico?

Per quanto riguarda il kolossal biblico la regia é di Enzo Donnarumma. Il film fu girato sulle montagne di Benevento. Il mio ruolo era quello di prete – fariseo. Indossavo un abito da prete e pronunciai alcune parodie contro Cristo, gli scagliai pietre, insulti e sputi…Per me fu una esperienza che non dimenticherò mai perché, dopo aver girato le scene sfogai in lacrime le emozioni che avevo vissuto…In realtà Gli chiesi perdono.

Cosa significa “comico ironico”?

Significa che io non prendo mai le cose sul serio. Anche se sto vivendo attimi di terrore trovo sempre l’ironia e la comicità per sdrammatizzare le cose.

Che programma é I 3 Spaccanapoli?

La Squadra 3 Spaccanapoli è un serial televisivo al quale partecipò anche la buonanima di Pietro Taricone. Il mio ruolo era quello di detenuto che giocava a carte nella cella di un boss, dove vinceva sempre lui ed io, non potendo sfogarmi con il boss, buttavo le carte per terra…Andavo su tutte le furie per la sua fortuna..:Spaccanapoli non era il titolo del programma ma quello del quartiere di Napoli dove si girava la maggior parte delle scene del film La squadra 3.

Mi potresti parlare del film Il nuovo ordine mondiale con Enzo Iacchetti?

Il nuovo ordine mondiale con Enzino Iacchetti e Stefania Orlando, regia di Fabio Ferrara, é un film pieno di ironia. Enzino Iacchetti vorrebbe sanare i problemi di delinquenza presenti a Napoli e per questa ragione viene minacciato da un delinquente al tavolo del ristorante di un hotel a Caserta. Ho ottenuto un ruolo secondario come cliente del ristorante…Assistendo all’episodio…mi sono alzato e l’ho affrontato (il boss).

Hai all’attivo altri film, mi pare… Uno che uscirà tra poco.

Ho da poco finito di girare un film a Roma intitolato Lo chiamavano Jeeg Robot, regia di Manetti. Io faccio la parte del bagarino napoletano (fondamentale era l’accento napoletano) Poi un personaggio era dotato di poteri sovrumani che si reca allo Stadio Olimpico, alza la transenna ed entra (gratuitamente) facendo accorrere molti tifosi senza biglietto.

Poi, infine..

Tra poco uscirà una fiction intitolata Sodoma, la scissione di Napoli, regia di Gaetano Damiani. Il film narra della malavita (camorra) e l’uccisione di Verde alla 167 (una ragazza che bruciarono viva). Nel film io reciterò nel ruolo di guardaspalle e consigliere di famiglia di un boss…In attesa di proiezione su canale RAI

Progetti per il futuro?

Ho collaborato e collaborerò con gente di spettacolo quali Mary Fabbricino, Antonio Alfano, Massimo Pacillo e Nunzia Di Somma. Valuto una proposta di Alfredo Della Volpe, scrittore e sceneggiatore del film Il segreto del Barone Cassandro che prossimamente si girerà a Agerola e un altro film ambientato nel 1918 con intrecci di nobili con l’ambiente camorrista dell’epoca. Il mio ruolo sarà quello di un braccio destro di un boss . Di più non posso dire! Le musiche saranno curate dal Maestro Stelvio Cipriani. Dovranno uscire anche alcuni corti che ho curato. Non dimentico, una bellissima storia di un ubriacone che uccide la moglie e maltratta un bambino. Il mio ruolo é quello di un poliziotto

STEFANO SERINO: MACCHIETTA UOMO ORCHESTRA E INTERPRETE DELLA CANZONE NAPOLETANA

Contributo a cura di Roberto Ferro

Mi incammino per la via principale di Agropoli, isola pedonale. E’ sera, vigilia della festa patronale. La festa, al Sud, é sempre popolata da interessanti protagonisti: la folla, innanzi tutto, artisti di strada, madonnari, musicisti reggae.

D’un tratto mi presentano un artista che definire cantastorie appare, come si vedrà, tra breve, estremamente riduttivo. Stefano Serino é giovane, artista completo e, per mestiere e amore dell’arte, in continuo movimento.

Come si diviene artisti poliedrici a Napoli: per tradizione, retaggio familiare, amicizia oppure scoperta?

Prima della televisione esistevano compagnie girovaghe teatrali come i Cafiero, i Fumo i De Filippo ed altri ancora. Erano nuclei familiari e lì entravi necessariamente a far parte del cast. Ma ad ogni modo l’artista si rivela da sé se incontra l’humus giusto: ad esempio, Totò che non vantava famiglia artistica alle spalle.

Quale é stato il tuo percorso d’artista?

Il mio caso é come quello di Totò. Non per levatura artistica ma ho incontrato persone che hanno stimolato il mio interesse per la cultura musicale e napoletana facendo emergere la mia passione.

Provo a sbloccare le persone da comportamenti “artificiali”, imposti dai costumi e dai valori attuali, per riportarli a quelli naturali e spontanei.

Napoli é terra di macchiette (Totò e de Filippo) ma anche di protesta (Iaia Corcione). Dove collochi la tua arte?

La strada é una necessità e una scelta ma ogni luogo é un possibile palcoscenico. Ho pubblicato due CD (La Macchietta e Cantastorie Napoletano), una macchietta a fumetti e il libretto illustrato del Guerracino e tra poco sarà pubblicato il mio libro di sonetti napoletani.

Di significativo é che ogni volta che in strada si riesce a creare questa tensione scenica che solo nel silenzio del teatro puoi ottenere, questa é magia.

Potresti descrivere ai lettori il significato di “uomo orchestra”?

Veramente mi definisco “Uomo Banda” ma va bene lo stesso. E’ una icona della musica di strada. E’ forse l’esito necessario per chi vuole coniugare la propria passione musicale come lavoro quando non é sufficiente vivere di soli ingaggi.

La canzone napoletana é un mondo tutto da esplorare: dai neomelodici ai cantanti tradizionali al fusion. Quale é la tua esperienza?

Ho iniziato con un gruppo di musica popolare, gli Scatavajasse. Poi ho suonato il clarinetto in una band e ho approfondito gli studi musicali diplomandomi in solfeggio e studiando fisarmonica, per sfociare, infine, nella canzone classica napoletana con tutte le sue diramazioni. Per questo ho studiato canto per tre anni.

Che esperienza hai cumulato in veste di street artist?

Ci sono molti modi di essere busker. Il mio mi porta spesso a fare la vita del giostraio, del mercataro, girando di paese in paese col caravanv in attesa di eventi quali feste patronali, fiere, segre.

Hai progetti per il futuro?

Ho in cantiere un trio / quartetto sempre con questo repertorio: Napoli e la sua gente!

MUSICA NUOVA I GIORNI DELL’ASSENZIO A EATALY DI MILANO

Contributo a cura di Roberto Ferro

Tutto mi sarei aspettato varcando la soglia di Eataly alcune settimane or sono, salvo scoprire l’eccellente proposta musicale di una giovane band dal sound alternativo.

Dall’ascoltare la musica al desiderio di intervistare i componenti della band, il passo si é rivelato fortunatamente breve grazie alla disponibilità dei musicisti.

Quando avete iniziato nel 2012 da quali esperienze musicali provenivate?

Mattia De Iure (voce e chitarra): “Provengo da varie esperienze musicali che spaziavano dal blues all’alternative rock, compreso un progetto di inediti”. Mauro Bucci (batteria e cori):” Ho sempre suonato punk rock californiano per poi scoprire la passione del rock alternativo”. Tania Gianni (basso e voce): “In origine suonavo la chitarra in vari gruppi rock per poi passare al basso”.

Siete arrivati primi, se non erro, ad un concorso: esperienza utile che ripetereste?

Siamo arrivati primi al contest for maggio che si tiene ogni anno a Lanciano (CH). Il che ci ha permesso di essere notati dalla nostra etichetta discografica, Ridens Records, portandoci a firmare un contratto e quindi alla pubblicazione del nostro primo disco, Immacolata solitudine. Soprattutto ci ha permesso di conoscere persone fantastiche (musicisti e non) con cui siamo ancora in contatto. Sì, quindi é una esperienza da rifare!

Nella band dominano incontrastati basso e chitarra, senza batteria e fiati. Scelta ponderata oppure casuale?

L’idea originaria era proprio quella di formare un power trio d’impatto scenico e sonoro. Molto semplicemente, desideravamo sperimentare questa soluzione minimale e vedere cosa ne usciva fuori “giocando” molto con gli arrangiamenti vocali. Il risultato ci è piaciuto molto.

La vocalità maschile – femminile é relativamente insolita sullo scenario italiano (nel quale predomina lo schema leader più eventuali vocalist). Quali le motivazioni alla base di questa scelta?

Molto semplicemente avendo due cantanti vocali, il risultato ci é piaciuto molto.

I vostri pezzi sono attraversati dalla protesta contro l’immobilismo della società di provincia (e non solo). Che posizione assumete: protesta tout court, incitamento ad aggregarsi solo sulla base della musica oppure cambiamento operoso in cui la musica riveste un ruolo importante.

In realtà nessuna delle tre. La protesta in sé é già qualcosa di importante perché denuncia una situazione che non va. Ma se non é accompagnata dalla consapevolezza del fatto che cambiare non vuol dire solo smettere di non fare, é pressoché inutile. Bisogna completamente rivoluzionare il background culturale che si é instaurato nel nostro Paese. Noi, con la nostra musica cerchiamo di contribuire a questa rivoluzione della mente e del cuore.

Immacolata solitudine é il primo progetto. Quale é stato l’iter progettuale?

Immacolata solitudine é stato il frutto di un lungo lavoro di pre – produzione che abbiamo svolto con Paolo Paolucci e Davide Di Virgilio della Ridens Records, visto che i pezzi li suonavamo già da un paio di anni. Abbiamo quindi cercato di dare un sound generale alle canzoni più moderno e accattivante, coinvolgendo anche altri musicisti della scena frentana quali Ivo Bucci dei Voina Hen (voce in Eveline) o Luca Di Bucchianico del management del Dolore post operatorio (basso in Radioattività).

La critica ha posto (giustamente) in luce le band a cui vi siete ispirati: Verdena, Placebo, Sonic Youth. A mio parere un lontano antecedente negli Iron Butterfly degli anni ’70. Vi riconoscete in questi “antenati” (più o meno recenti)? Come definireste il vostro genere musicale?

Ci definiamo principalmente un power trio alternative rock. Le influenze sono tante, quindi citarle tutte sarebbe piuttosto lungo. Il richiamo, però, ai gruppi sopra citati é azzeccato. Noi però cerchiamo comunque di suonare ciò che ci riesce meglio, senza badare troppo al genere.

Quale pezzo vi rappresenta maggiormente. Immacolata solitudine con la sua completezza oppure Indifeso più orecchiabile?

In realtà amiamo tutti i pezzi del disco, non ce n’é uno in particolare, anche se suonare Gigante é sempre divertente.

Quali progetti bollono in pentola oltre naturalmente la presentazione dell’album?

Beh, prima di tutto faremo uscire a breve il secondo singolo. Poi stiamo lavorando su alcune nuove canzoni che speriamo di suonare il più presto possibile dal vivo. Chissà, saranno nel secondo disco!

Suonare questo genere musicale al Sud ora cosa significa in termine di spazi, occasioni e pubblico? Quale esperienza é stata per voi esibirvi a Eataly?

Riguardo il genere che facciamo, che per fortuna non é racchiuso in canoni ben definiti, possiamo dire che ci ha permesso di suonare un po’ dappertutto e di fare numerose aperture importanti come I tre allegri ragazzi morti, Il teatro degli orrori, Meganoidi, Gazebo penguins, Lo stato sociale e tanti altri.

Eataly é stata una esperienza fantastica, molto suggestiva e ha permesso di farci conoscere a Milano, città in cui non avevamo mai suonato.

Musicisti giovani e con le idee chiare! Mi ha sorpreso osservare la professionalità con la quale la band si é esibita a Eataly, una condizione certo insolita e nuova per il nostro Paese. Esibirsi nella grande sala, un tempo il mitico teatro Smeraldo, quasi sospesi nel vuoto, con un pubblico per lo più occasionale ed intento ad acquisti o alla ristorazione. non è facile.

In attesa di riascoltare la band a Milano, scopriamo Immacolata solitudine!

MIRKO FAIT: QUANDO IL JAZZ INCONTRA LA VITA

 

 

http://youtu.be/R7Q-BAgAGMo

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

Mirko Fait mi sorprende per gentilezza e disponibilità umane e professionali! I lettori di MY Private MIND potranno apprezzare l’umiltà e la semplicità d’animo di questo protagonista del jazz milanese e nazionale.

Con una famiglia di musicisti e d’origine vicino orientale, il tuo destino d’artista era, per così dire, già segnato?

Mi piace pensarlo! Ho sempre creduto che qualcosa scorresse nelle vene, anche se l’ho capito molto tardi. Tutti e due i miei nonni suonavano e uno dei due, che ha vissuto per vent’anni con gli zingari, suonava ben cinque strumenti, principalmente il violino. Anche mio padre suona la chitarra anche se ormai si dedica da quaranta alla scultura e alla pittura, passione che condivido e in cui mi sono cimentato nei primi anni della mia vita, poi abbandonata per la musica, linguaggio d’espressione con cui ho trovato più affinità.

Quando hai iniziato a suonare? C’è stato un evento particolare che ha determinato la tua scelta?

Ho iniziato a sei anni a suonare la chitarra, spronato da mio padre, ma pur essendo uno strumento bellissimo, dopo sei anni non si era radicata in me la passione per continuare. Neanche il fatto che mio padre fosse amico di Franco Cerri, che conosco fin da bambino, é servito. Si vede che non era mio destino!

E’ invece la morte di mia madre, relativamente in giovane età, a determinare il mio nuovo avvicinamento alla musica, un modo per fare uscire forti emozioni che magari non sarei riuscito a esternare.

Perché suonare il sax? Quali emozioni ti donava questo strumento?

Il sax é sempre stato uno strumento che mi ha affascinato. Oltre che per la sensualità del suono e dell’oggetto in sé, per la sua capacità di avere una voce strumentale diversa per ognuno che lo suonava. Possiamo riconoscere l’inconfondibile voce di John Coltrane, di Charlie Parker, di Stan Getz o di Art Pepper senza ombra di dubbio. Con il sax puoi esprimere gioia, dolore, malinconia, turbamento. Più che darmi emozioni, mi permette di buttarle fuori prima che prendano il sopravvento.

Il jazz é musica libera, senza apparenti costrizioni…Sicuramente, tuttavia, non tradizionale. Quali motivazioni alla base della tua scelta?

Apparentemente…. quello che si chiama improvvisazione é il frutto di anni di studio. Poter suonare senza apparenti costrizioni é il risultato massimo che si può ottenere dopo aver vivisezionato decine di scale, centinaia di accordi e provato innumerevoli volte un brano. Molte volte mi sono sentito dire che il jazz non é una musica tradizionale italiana. Penso che non ci sia niente di più sbagliato. Il jazz é in Italia da più di cento anni. Anche ai tempi della dittatura, quando era proibito ascoltarlo, molti lo facevano e lo suonavano. Mio nonno era tra questi.. Inoltre, alcuni dei migliori jazzisti del secolo scorso, erano proprio di origine italiana. Il jazz é tradizione nella mia famiglia da tre generazioni. Per me é stata una realtà naturale, anche se ho ascoltato di tutto nella mia vita.

La tua biografia parla di Cool Jazz: quali caratteristiche possiede questa forma di jazz? I lettori di MY Personal MIND non conoscono queste caratteristiche e potrebbero richiedere definizioni estremamente sintetiche.

Molto semplice! E’ un tipo di jazz che é nato agli inizi degli anni cinquanta, in contrapposizione al bepop che era molto aggressivo ed energico con una forte componente ritmica. Il cool jazz era invece calmo, soft e con una forte influenza data dalla musica colta europea. Se vogliamo, anche più melodico. Spesso bisogna dare una definizione. Questa é quella che più mi si avvicina, ma non suono una mera copia di quello stile. Da lì sono partito per un’evoluzione più moderna di quel linguaggio. Infatti, i miei brani, pur ispirandosi a quel periodo, sono indubbiamente attuali.

E’ possibile affermare che dal punto di vista professionale il punto di svolta sia avvenuto nel 2002 in occasione di Pitti Uomo con la session con Gendrickion Mena Diaz?

Non vorrei fare qui il filosofo, ma io vedo la vita e anche la musica come una lunga scalinata. Ogni scalino è un gradino in più. E’ vero, alcuni sono importanti come questa occasione che citi, ma tutti servono per andare avanti e crescere. A volte su un gradino ti fermi di più, a volte vai più veloce, ma tutti sono utili se vuoi andare avanti. E qualche volta bisogna fare anche un passo indietro per capire.

Hai collaborato con numerosi grandi artisti: quale (quali) ha lasciato il segno più duraturo?

Credo che per un’artista ogni collaborazione, ogni incontro, sia importante, anche con il più piccolo musicista. Tutti ti possono dare qualcosa o insegnare, anche umanamente. E’ anche vero che alcuni grandi hanno un’aura particolare e quando ci suoni insieme capisci perché sono dei grandi. Ma mi é capitato di trovare la magia anche con gli sconosciuti. Sarebbero troppi i nomi per citarli tutti, anche perché avendo gestito la programmazione in otto locali nella mia vita, i musicisti con cui ho fatto anche solo un paio di pezzi sono tantissimi.

Mi potresti parlare della collaborazione con il Mantic Ensemble di Danilo Manto e Max Patrick?

E’ stata per me la prima esperienza discografica anche se il cd é uscito anni dopo. Due grandi musicisti e maestri che mi hanno dato grandi emozioni con questi brani originali contenuti nel cd “Deep Lights”. Ho avuto carta bianca per esprimere tutto me stesso in una musica che per me era nuova: musica contemporanea, più vicina alla classica che al jazz. Il risultato mi stupisce ancora oggi.

Nel 2007 hai fondato il Fait Club Quintet: motivazioni, caratteristiche e collaboratori?

E’ nato per gioco! La similitudine fonetica del mio nome con il famoso film “Fight Club” ha fatto sorgere ad alcuni amici l’idea, visto che inizialmente eravamo in quattro come nel cult movie. Poi é diventato un quintetto. Mi é piaciuta e l’ho adottata trovandola autoironica. Poi ho dovuto abbandonarla perché molti mi scrivevano pensando che fosse un Club dove si suonava jazz e non un gruppo musicale!

Successivamente, in collaborazione con John Toso, hai inciso tre cd..

Sì, la collaborazione con questo pianista é stata proficua. Il suo modo di suonare molto calmo e romantico mi ha ispirato per fare numerosi pezzi nuovi, poco jazz ma molto d’ambiente, fruibili da un pubblico molto più vasto e meno esperto.

Il 2009 é stato un altro anno importante: la creazione e direzione artistica del progetto United Jazz Artists of Milan..

Ecco, questa è una di quelle occasioni, forse voluta dalla casualità. Grazie all’incontro con Gabriella Niccolai, cominciammo a fare delle feste con musica jazz a casa sua, dotata di spazio e di un bel pianoforte a coda. Nel giro di tre anni la voce si era sparsa e i musicisti che accorrevano a suonare erano decine e decine, per non parlare degli ascoltatori. Alla fine questa moderna magnate della musica, come nella migliore tradizione Medicea, mi finanziò per produrre un disco con tutti questi musicisti. Fu un lavoro colossale, per me, scegliere i gruppi, i brani, tra le centinaia che mi proposero, e organizzare la registrazione in soli due giorni in uno studio: 37 musicisti, 11 gruppi, 18 brani. Organizzai, sempre con Gabriella, anche la serata di presentazione del disco in un noto locale milanese. Furono quasi mille le presenze quella sera. Impensabile per un evento jazz. Con lo stesso progetto organizzai anche una serata di beneficenza per la tragedia di Haiti. Una serata riuscita per un buon scopo.

Italian Way Music ti ha affidato la direzione artistica della sezione jazz dell’etichetta. Perché?

Grazie al Progetto United Jazz Artists of Milan, l’etichetta decise di affidarmi la direzione che ho tutt’oggi. Purtroppo la mancanza di budget consistenti e la nota diffidenza di molti musicisti, troppe volte bistrattati dalle etichette, fa sì che i progetti jazz andati a buon fine non siano moltissimi. Comunque abbiamo un nutrito menu di nomi anche interessanti. Speriamo nel futuro!

E’ vero che nel 2010 il tuo brano “Sex for money” dell’album “Just for you” con John Toso é stato scelto per la compilation estiva “70 relacing holiday masterpiece”? Che effetto ti ha fatto trovarti a fianco di nomi come Miles Davis, Chet Baker, Louis Armstrong e Billie Holiday, solo per citarne alcuni?

E’ stata un’emozione pazzesca anche perché quando chiesero il brano dalla Francia io non sapevo che utilizzo ne volessero fare. Non avevano specificato che compilation fosse. Trovarmi di fianco a mostri sacri del jazz internazionale, ma anche nostrano come Enrico Rava, Franco Cerri e Stefano Bollani, per me fu una soddisfazione immensa, che mai avrei immaginato nella vita. Non mi sono mai montato la testa, però! Anzi, ritengo una spinta del destino studiare e fare di più per meritarmi un premio già avuto.

Un’altra compilation interessante in cui mi ha fatto piacere essere stato incluso con diversi brani é “Best Music Collection. The Masters of Sexy Music”.

Altri progetti importanti in corso d’opera?

L’incontro con Tiziano Jannacci mi ha portato a scrivere un brano con i suoi testi e con il bravissimo contrabbassista Claudio Ottaviano. L’abbiamo già registrato con il pianista Lorenzo Blardone e la splendida cantante Beatrice Zanolini. Sarà in uscita questo inverno con il progetto Jannacci Friends e vedrà impegnati alcuni tra i più bravi musicisti jazz della scena nazionale come Marco Ricci, Riccardo Bianchi, Marco Brioschi, Marco Detto, Giulio Visibelli, Luca Gusella e tanti altri.

Poi, entro pochi mesi, andrò in sala d’incisione a registrare il mio prossimo cd con il mio quartetto con brani tutti originali e tanti ospiti.

Ma tutto é ancora da scrivere e i gradini sono ancora tanti, spero…