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IN FLONDERS FIELDS

 

In Flonders fields the poppies blow

Berween the crosses, row on row

That mark our place and in the sky

The larks still bravely singing fly

Scarce heard amid the gun below.

We are the Dead. Short days agosto

We lived felt down, saw sunset glow.

Loved and were loved, and now we lie

In Flonders fields.

Take up our quarrel with the foe

To you from failing hands we throw

The torch be yours to hold in high

If we break faith with us who die.

We shall not sleep, though poppies grow

In Flonders fields.

John McCrae

Guelph (Canada) 30 novembre 1872 – Ypres 28 gennaio 1918

 

ESISTEVA UNA TERRA

 

Esisteva una terra che non conosceva nessuno.

Per questo aveva porte d’oro

e ci abitavano ogni sapienza

e animali grandissimi

che mangiavano solo le foglie degli alberi

senza che mai, neppure una volta,

scorresse una goccia di sangue

o ci fosse un nemico,

qualcosa di funesto da riportare sui giornali.

Adesso che scrivo su questi fogli

dirai che la perfezione

é come la bellezza, si incontra di rado,

e non é destinata a durare.

Ma io c’ero e ho visto con i miei occhi

l’ombra veloce delle navi all’orizzonte, le unghie ritratte dei predatori

e pesci volanti sfrecciare sopra la testa

oltre le nuvole di ogni bufera

e uomini e donne arrivare abbracciati

nell’alba senza alcun spavento.

Io c’ero, te lo assicuro.

Non fosse per il pudore

potrei mostrarmi nuda

e vedresti che ho il corpo

tatuato dai sogni.

Anna Spissu

da “Lettere da Atlantide”

 

CHI SONO?

 

Chi sono? Spesso mi dicono

che esco dalla mia cella

sciolto e sereno e saldo

come un signore dal suo castello.

Chi sono? Spesso mi dicono

che parlo con i miei sorveglianti

libero e cordiale e franco

come se avessi da comandare.

Chi sono? Mi dicono anche

che i giorni porto della malasorte

imperturbabile, sorridente e fiero

come chi é uso alle vittorie.

Davvero sono quello che altri di me dicono?

O sono soltanto ciò che io stesso di me so?

Irrequieto, nostalgico, malato, come un uccello in gabbia,

boccheggiante per un soffio di vita, come se mi strozzassero,

affamato di fiori, di colori, cinguettii,

assetato di buone parole, di calore umano,

fremente d’ira per l’arbitrio e la minima offesa,

tormentato dall’attesa di grandi cose,

invano trepidante per amici a distanza infinita,

stanco e troppo vuoto per pensare, per fare,

fiacco e pronto a dire addio a tutto?

Chi sono? Questo o quello?

Sono forse oggi questo e domani un altro?

Sono entrambi al contempo? Dinanzi agli uomini un ipocrita

e per me stesso un debole piagnucoloso, degno di disprezzo?

O forse ciò che * ancora in me assomiglia all’esercito in rotta

che arretra, confuso, dinanzi a vittorie già ottenute?

Chi sono? Solitario porsi domande si fa beffa di me.

Chiunque io sia Tu mi conosci, Tuo sono, o Dio!

Dietrich Bonhoeffer

Breslavia 4 febbraio 1906 – Lager di Flossenburg 9 aprile 1945

 

PASSI

 

Silenzio” – e mi stringesti al seno.

Solo un pretesto!

Chi salirà mai le scale

a quest’ora della notte?” –

mi rapisce la timidezza.

Forse i vicini” – proseguo.

Shh!” – replichi in un soffio.

Le mie labbra,

reclinando,

abbracciano le tue.

Roberto Ferro

 

LA CIVETTUOLA

 

La civettuola, eccola, che non molla dal far giocare

la sua indole asprigna contro la mia dolce indole.

Com’è slanciata nel suo muovere, col rametto di salice che le dà grazia,

ma nel muovere è più flessuosa con la duna di sabbia.

Quando persiste nel non darmi bardo, né inclina

al trepidare che unisce, persisto io nel voler unire.

E mi dico forse al disdegno seguirà almeno uno sguardo

e quanta mai verzura crebbe dopo lo sterile secco.

O tu che annullasti il mio sonno e il mio sangue versasti

che il nodo scorsoio stringesti dicendo “sì” alla mia morte.

Con il tuo raggiante occhio volutamente m’hai messo a morte

e non c’è nemmeno taglione per chi d’occhi uccide.

Ibn Hamdis

Poeta arabo di Sicilia X° secolo

Versione di Andrea Zanzotto

 

COME FOSSERO ALBERI DI MELE

 

Scusa se non sono stata attenta,

stavo sognando un prodigio.

Non ci riesco più amico mio

a pensare a me stessa come

quella donna che vive

per assolvere i suoi doveri.

Meglio smettere di pensare

di essere insostituibile,

accettare di vivere senza paura

qualunque cosa ti capiti.

Essere inutili

a volte è un privilegio.

Non c’è niente di più urtante

che parlare con quelle persone

che hanno sempre un problema

più grande del tuo.

Se gli racconti che sei stato all’inferno

che stavi per morire bruciato dalle fiamme,

ti rispondono che non è niente

in confronto ai loro tormenti.

Scusa se non ti ascolto mentre parli

ma io voglio diventare contadina,

coltivare prodigi come se fossero

alberi di mele,

innaffiarli con la luce del mattino,

sedersi vicino alle radici

ad aspettare la fioritura

bianca e profumata,

cogliere i frutti ad uno ad uno,

darli ai bambini che non ho avuto

e che pure erano miei.

Scusa amico mio

ma sto facendo un lavoro

piuttosto impegnativo

e ho appena cominciato.

Sto sognando prodigi

forti e resistenti come mattoni

e con quelli costruirò casa mia.

Mura che non si abbattono.

ANNA SPISSU

da “La vita trasparente”

http://www.annaspissu.com