Archivi categoria: RECENSIONI

LA FIGLIA PERFETTA

A cura di Mariagrazia Talarico

Oggi vi presenterò “La figlia perfetta” di Maruska Creanza. “La figlia perfetta” é un romanzo di genere fantascientifico che parte dagli anni ’80 per giungere ai giorni nostri.

L’opera d’esordio di Creanza ci lascia in preda alla suspense generando così emozioni contrastanti che turbano la coscienza umana: un misto di conflitti tra religione e scienza, valori spirituali e materiali, fede e dubbio, mistero e realtà.

Dall’inizio del romanzo ci imbattiamo in un primo nodo cruciale: il mistero della Sacra Sindone con la sua storia millenaria. Partiamo in un viaggio che comincia da un laboratorio segreto di New York per arrivare alla Terra Santa, verso Torino, dove é custodita la Sacra Reliquia… fino a ritornare a New York: il luogo dove prende il via la narrazione, dove Megan la protagonista cerca risposte riguardo la sua esistenza.

Qui si districa la storia che assomiglia all’intreccio di una ragnatela capace di intrappolare il lettore, come una preda, per farlo sentire parte di questa intricata vicenda.

Nelle pagine di Creanza si delinea un altro nodo cruciale, “la clonazione umana” con i suoi interrogativi etici: l’uomo può sostituirsi a Dio o alla natura? E se lo facesse quali sarebbero le conseguenze?

Megan é il nome della figlia perfetta! Perfetta per chi? Perfetta perché? Tocca a voi scoprirlo.. Questo romanzo può identificarsi, come rivela l’Autore, “nell’unione delle sue più grandi passioni: scienza – fantascienza – misticismo e naturalmente, amore, tutto questo arricchito da avventura e un po’ di sano romanticismo”.

La figlia perfetta” di Maruska Creanza vi aspetta!

E’ possibile ottenere ulteriori informazioni consultando www.gracefulbooks.com

AMO ANCHE SOLO

Recensione a cura di Anna Falco

Mi sento profondamente commossa nel descrivere le sensazioni meravigliose che ho provato nel leggere le poesie di Roberto Ferro.

Queste poesie riescono a trasportarmi nei luoghi dove lui ha vissuto; ne avverto gli odori, i sapori, tocco ancora le mura di una Sicilia pittoresca e affascinante. Piango e rido con lui. Entro nei vicoli con lui. Indosso l’abito da sposa e avverto dentro di me l’angoscia di un futuro di donna sottomessa.

Riesco a toccare i petali di un “Fiore” che invoca aiuto. Mi infreddolisco sotto una nevicata. Assaporo i baci che si imprimono sulle labbra quasi a sigillare un amore sconfinato che durerà per sempre.

Il mio corpo si materializza in un involucro senza vita, inerme contro una forza inarrestabile che mi rende spettatrice impotente.

Roberto Ferro é un poeta e un critico, un teologo e uno studioso dei problemi estetici del nostro tempo. La sua arte poetica é semplice e immediata. Il suo stile é paragonabile a un quadro naif in cui i personaggi sono imprigionati nello spazio senza tempo. I suoi versi a volte molto nostalgici e pieni di malinconia formano un ponte tra un passato che lascia l’amaro in bocca e il miele. Un romantico che lotta per i diritti dei più deboli, in primis per le donne sottomesse e maltrattate.

E’ un poeta che riesce a catturare attraverso gli occhi l’animo umano e le sue sofferenze. Un poeta che non si sofferma all’esteriorità. Le sue poesie sono dense di significati. Il poeta usa un linguaggio che arriva dritto al cuore. Dove uno sguardo riempie lo spazio e il tempo. Dove le mani sono strumenti di piacere. Dove una rondine danza sulle ali dell’amore e un bacio é un ponte tra due cuori.

Il poeta racchiude in una unica armoniosa percezione intellettuale l’universo che i nostri sensi percepiscono come incoerente e contraddittorio, natura e uomo.

Un “fiore” raffigura la vita nella sua delicatezza e la sconvolgente lotta per la sopravvivenza. La sua poesia é delicata come un candido giglio, colmo di odori, sapori e vicoli. In essa un percorso di vita difficile caratterizzato da un tardivo ravvicinamento paterno.

I termini che ricorrono frequentemente nelle sue pagine sono la lontananza, l’amore e il senso critico verso un luogo senza tempo come la Sicilia, terra in cui il poeta é vissuto per diverso tempo. I suoi versi sono sinceri, pieni di dolore e invocazioni impersonate da spose rassegnate e uomini senza futuro.

Un poeta che viaggia nel tempo attraverso sprazzi di memoria fotografica. Un poeta che mette l’amore al primo posto a cui riesce di trarre il meglio. A mio avviso é un artista che nell’arco dell’esistenza terrena é passato oltre l’amore materiale. Un uomo sognatore che vorrebbe cambiare il corso delle cose e la natura dell’uomo, un uomo che si “sposa” per necessità e non per amore.

ROBERTO FERRO

IO AMO ANCHE DA SOLO

Introduzione di Grazia Favata

www.youcanprint.com

Nelle migliori librerie italiane

I (POVERI) DIAVOLI DELLA ZISA

 

Contributo A cura di Roberto Ferro

La dedizione degli attori diventa narrazione che coinvolge e conduce ad assaporare una Sicilia amata intensamente”. La passione, umana e letteraria, della scrittrice Grazia Favata, la bravura e l’intensità espressiva degli attori. Titti Giambrone, Iaia Corcione, Giuseppe Giambrone e dell’attore regista Carlo D’Aubert, sono rivolte ad una città, Palermo, in grado di suscitare improvvise attrazioni e subitanei rigetti.

Ho avuto la fortuna di assaporare ed ascoltare il “romanzo”, non di leggerlo, apprezzando così la commistione semplice ed efficace di italiano e dialetto (palermitano), i dialoghi privi di (eccessive) trivialità. Sono corso immediatamente con la memoria memoria ad altri lidi lingua e autore, Creuza do mar di Fabrizio De André.

Grazia Favata prende sotto braccio il lettore e lo conduce nei vicoli maleodoranti e poveri di una Palermo assolutamente sconosciuta ai turisti. Non concordo, tuttavia, sul termine “romanzo” attribuito all’opera! I diavoli della Zisa (il casino di delizie degli Emiri arabi di Palermo che io ho ammirato isolato e restaurato, circondato dal popolare quartiere de La Noce) purtroppo non inventa nulla, fatto salvi i nomi dei protagonisti e l’incastro dei singoli episodi.

Il racconto si snoda, stretto ed aspro come i vicoli della Vucciria, descrivendo le vite di povera gente, donne prevalentemente. La donna che, in Sicilia, per atavico destino, si carica dei fardelli della vita: maschi sfatti o violenti, figli già fragili appena venuti al mondo, una prigione di pregiudizi e incultura, l’assenza di futuro.

I diavoli della Zisa è un racconto declinato prevalentemente al femminile. E’ l’avventura umana, sin troppo umana, di Rosa e della sua bimba Gilda (un nome assegnatole dalla madre dopo che questa aveva visto, neppure completo o compreso, un film), che vediamo irrompere prossima al parto a bordo di un Apino al Pronto Soccorso. Quasi una fuga da due fratelli papponi da quattro soldi e da clienti poco esigenti (ignoto resterà persino il padre della piccola Gilda).

Si tratta di un Reparto di Ostetricia sui generis, naturalmente. La Dottoressa Margherita D’Amato, fuggita da Roma per non avvallare un grave errore dei medici, Giuseppina infermiera pettegola e la signora Maria, “due seni enormi, così abbondanti da partire dalle ascelle e arrivare alle reni, dietro senza natiche…Che si piaceva sempre quando faceva del bene” colorano ambienti di solito destinmati a restare anonimi.

E’ anche la storia, tragica e commovente nel contempo, di Daniela, giovane e bellissima, ingravidata da un delinquente mafioso che l’ha accoltellata sino a lesionare in maniera irreparabile il feto, ora in carcere all’Ucciardone. Sarà accusata di drogarsi, prostituirsi e, in definitiva, di volersi ribellare al mondo di soprusi nel quale vive la povera umanità femminile di Palermo. E pagherà con la vita, le faranno una overdose “di schifezze”.

Questi scarni particolari, non desidero rovinare ascolto e lettura approfondendo la trama, mi hanno fatto apprezzare un racconto apparentemente semplice: i protagonisti, tratteggiati con semplicità, sono alle prese, tutti, con eventi di vita e di morte, gioie e dolori.

Grazia Favata ci accompagna, con l’aiuto degli attori e del regista, in questo mondo, crudo e tenero nello stesso tempo, con un utilizzo sapiente della musica, .

La scelta di adottare un profilo multimediale, particolarmente indovinata, crea un paesaggio descrittivo efficace, dove musica di sottofondo recitazione e narrazione si fondono. Grazia Favata pone lo spettatore al centro dell’interesse del racconto. Conta, ai suoi fini, immedesimarsi nella vita quotidiana palermitana, senza citazioni dotte, o colte.

Così “camurrie” si rende bene con “guai”, “picciridda” “con “piccola” (vezzeggiativo). Un mondo disperato e disperante dove italiano “malamente incollato” della “cugina provolona” di Rosa con i denti in fuori alla frase terribile di Angelina nel porgere a Rosa una confezione di trucchi già aperta: “Tanto tutti lo sanno che fai la puttana a pagamento”.

Immediatamente comprensibile anche al milanese doc è la frase oscena pronunciata dal compagno mafioso di Daniela alla notizia dei suoi manifesti incollati a coprire le ingiurie: “Così mi vuole proprio sputtanare quella arrusa”.

Un mondo femminile impregnato di magiche diaboliche visioni. Così la madre di Daniela, pure essa donna disperata, alla vista delle sventure della figlia “Chiama a raccolta tutti i Diavoli della Zisa…Li farò scendere da tutti gli angoli della Penisola..Se tutti i siciliani del mondo si svegliassero…” Un vaticinio da antica tragedia greca più che da donna contemporanea, come se fosse possibile richiamare in vita un barlume di potere degli antichi dominatori Arabi.