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ALL’INSEGNA DELLA CULTURA CHE E’ PREMESSA DI PACE “TRA LE PAROLE E L’INFINITO” – 10 Settembre 2014

Tanti i premiati per la letteratura che non conosce frontiere di stile né geografiche, e il riconoscimento alla carriera.

L’apice della commozione si é raggiunto con l’ingresso dell’attesa Stella della lirica mondiale Dominika Zamara che ha a sua volta “premiato” con la sua interpretazione ognuno.

L’evento é “Tra le Parole e l’Infinito. “Ad Haustum Doctrinarum” Premio alla Carriera Labore Civitatis, ideato dal prezioso cav. Nicola Paone, alla sua XV edizione, con il patrocinio del Comune di Casoria, del Comune di Santa Maria Capua Vetere e organizzato dall’Associazione Nazionale Polizia di Stato Santa Maria Capua Vetere (CE), i patrocini morali della RAI, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, del Ministero della Giustizia, del Comune di Pastorano.

L’intento dell’ormai famoso Premio , che é l’intento del suo fondatore Nicola Pavone, é diffondere la cultura consapevole che attraverso essa si fertilizza il seme migliore dell’umanità.

Cultura che ha un significato complesso e importante per l’equilibrio sociale perché é tramite di scambio e apporto tra e ai popoli al fine di allontanare quell’ignoranza che spesso é piolo per l’intolleranza, per la prevaricazione degli uni sugli altri, e sfocia in lotte fratricide in cui soccombono tutti, uomini e civiltà.

Ecco che allora diffondere Cultura diviene fondamentale e vitale.

L’Evento é quindi simbolo non di una elegante serata che pure é, non di una premiazione fine a sé stessa ma l’espressione importante di un progetto di Pace che passa attraverso il messaggio che é scambio culturale.

Ogni parte quindi ha avuto un ruolo che ha concorso al successo della serata e alla promozione dell’importante messaggio. Il Direttore Artistico nonché la scrivente intende con quest’articolo ringraziare in primis il cav. Nicola Paone per l’occasione ricevuta di farne parte ma soprattutto lo ringraziano tutti coloro che credono, come me, che l’occasione di fare sia solo in subordine all’occasione di dare.

Brunella Postiglione

L’articolo sarà pubblicato a breve anche sul blog www.mypersonalmind.com

EVENTI CHE CAMBIANO LA VITA

Testimonianza di Roberto Ferro

Partire da Padova per partecipare ad un matrimonio di amici a Pesaro e nel volgere di attimi cambiare definitivamente emozioni e prospettiva di vita? Sì, é possibile, mi é capitato!

Il 2 agosto 1980, giorno di partenze per le vacanze. Da Padova, allora, non esistevano treni diretti al Sud lungo la linea adriatica. Era necessario scendere a Bologna e prendere una coincidenza.

Con una oretta di tempo a disposizione ed il caldo già opprimente, tra mille e mille turisti, valigie e zaini accatastati a terra, un caffè si imponeva e dieci minuti di sosta nella sala d’attesa di seconda classe tra bambini vocianti e anziani già stremati dalla fatica.

Una strana irrequietezza mi catturò. Mi alzai dopo pochi minuti, abbandonai quella sala e iniziai a guardarmi attorno. Tra i molti treni in sosta ai binari era disponibile un treno straordinario per Brindisi, in partenza entro pochi minuti. “Pazienza se viaggerò in piedi, importante é arrivare! Arriverò presto a Pesaro e mi riposerò meglio e più a lungo?” – questo pensiero, forse, mi ha salvato la vita.

Quando arrivai a Pesaro un particolare mi colpì. Contrariamente al solito, regnava il silenzio più assoluto. Non transitavano treni, tutti erano incollati davanti al televisore in bianco e nero del bar della stazione. Sembrava fosse scoppiata una caldaia nei sotterranei della stazione. Certo, le macerie erano ovunque, persino sul piazzale esterno.

Ora, dopo molti anni, posso affermare: “Sono stato un uomo molto fortunato!”. Ho consumato un caffè con la tazzina offerta da un barista, pagato alla cassiera, entrambi deceduti nell’attentato. Mi sono accomodato forse in prossimità dello zaino contenente il tritolo. Avrò ammirato silenziosamente una bella ragazza tedesca in partenza per Rimini.

Da 34 anni mi porto dentro domande senza risposta “Perché loro sì ed io no?” “Avevano commesso forse colpe ed io avrò avuto dei meriti particolari?”

Ferma e definitiva la condanna dei criminali noti e quelli ancora sconosciuti (non é pensabile che esplosivo tanto sofisticato e in sì grande quantità fosse in possesso di due poveretti, bellocci, assassini da strada). Chiunque sia stato, dovrà vedersela con il giudizio di Dio che non sarà misericordioso!

L’averla scampata, con gli anni, mi ha interrogato sull’aggressività. Non che anche prima, per carattere, fossi stato un violento per passione politica o un bullo. Ho sempre temuto le urla incontrollate, i sassi lanciati alla cieca, le prevaricazioni dei muscolosi.

L’attentato di Bologna mi ha convinto sulla necessità di togliere quanta più possibile terra sotto i piedi dei violenti. Ricorrendo alla ragione, all’ironia e alla comicità. Mi sono reso conto che i violenti “medi”, la massa degli individui potenzialmente “violenti” teme il ridicolo. Il film di Chaplin “Il grande dittatore” è odiato dai veri violenti.

Non si può fare nulla in questo senso con i delinquenti violenti, i terroristi, i Servizi Segreti e i mercenari ma, grazie a Dio, sono numericamente pochi e quindi più facilmente controllabili. Con loro é possibile utilizzare l’Autorità del Diritto.

Un ragionamento simile vale ancor più in questi anni, visitando fb. Incitamenti all’odio razziale, insulti più o meno gratuiti rivolti al prossimo, omofobia, immagine degradata della Donna..Magari, talvolta, affermazioni gratuite giustificate nel nome della Croce di Cristo (anche per i non credenti credo sia un utilizzo terribilmente strumentale).

Ricorriamo all’ironia, allora. Rispondiamo esplicitamente con sorrisi ironicamente luminosi ai beceri proclami di rancore ed odio. Tutti noi possiamo farlo! Ciascuno a modo suo, con la propria cultura musica ed arte.

Forse, rispondendo così, onoreremo gli ottantacinque morti e gli oltre quattrocento feriti dell’attentato di Bologna. Con semplicità ed efficacia, nella vita quotidiana!

EMPATISMO

Contributo a cura di Rosalba di Vona

Empatismo è un Movimento che vede la luce il 2 luglio 2014 da un’idea nata, quasi per gioco, su Fb, nel corso di una discussione sull’importanza della poesia, forma di comunicazione immediata in un mondo che corre inseguendo il tempo.

Così, da un semplice buongiorno, l’uno leggeva l’altro, scoprendo nei versi un legame sempre più profondo e vero..E’ stato come “respirare all’unisono” con battiti differenti, per ritrovarsi a considerare che l’EMPATIA é un fluido benefico, un vento che accoglie qualsiasi sussurro dell’anima e, anziché essere gelosi dei propri versi, questi Poeti hanno deciso di offrirli a tutti, come cibo quotidiano.

Il Movimento annovera fra i suoi fondatori personalità fra le più varie e disparate, residenti in diverse regioni italiane, impegnate in differenti professioni ed unite unicamente da un profondo amore per la Poesia. Nomi dei fondatori Giusy Tolomeo, Luisa Casamassima, Rosalba di Vona, Teocleziano degli Ugonotti ed Emanuele Marcuccio.

Scoprire che nel 2014 la poesia viene letta da milioni di persone grazie ai social network e che tanti addirittura la utilizzano come elemento terapeutico al disordine spirituale e sentimentale attuale, fa sperare in una RINASCITA della forma espressiva più alta della Cultura italiana.

ANNA TORRES UN FIORE DI SPERANZA

Contributo a cura di Roberto Ferro

Il 12 luglio, alla presenza di artisti e organizzatori, si é inaugurata la collettiva di pittura ArtealSud organizzata da Incanti d’Arte di Torino e con Autori provenienti da tutta Italia .

Sede prestigiosa la Galleria di Villa Niscemi a Palermo. Numerosi i patrocini e qualificati: il Comune di Palermo nella persona del Sindaco Leoluca Orlando e la Lega Italiana Fibrosi Cistica.

In una precedente intervista Anna Torres, la vincitrice, ha descritto le caratteristiche principali della propria arte: luce e colore contro il grigiore della vita, tratto nitido in risposta ad una esistenza nebbiosa.

L’opera premiata rappresenta più e meglio di mille parole le capacità espressive dell’artista: su uno sfondo grigio informe (sembra quasi di rovi aggrovigliati) si affermano in primo piano due fiori nitidi con sfumature arancioni.

Due coppe naturali imbevute di umori, forma nitida in risposta all’informe grigiore. L’Anima dell’artista si staglia in questa dicotomia, nel contempo semplice e pregnante.

Auspichiamo, visto il successo di pubblico e critica, di poter ammirare in altre occasioni, ed in altre città, le opere di Anna Torres.

LA CUCINA FIAMMINGA

 

 

 

A Cura della Redazione di MY Private MIND

 

Un Paese si conosce anche dal cibo che quotidianamente vi si consuma. Se la birra belga é sin troppo nota e richiederebbe pagine e pagine di marche e sottomarche, potremo compiere scoperte interessanti anche semplicemente scorrendo con lo sguardo un elenco di pietanze punto o poco sconosciute.

Il Cuberdon (“Neuzeke”, “Tseokepe” o “Gents neus” per via della curiosa somiglianza con il naso, é un dolce da consumare fresco acquistandolo dai tipici carrettini di strada.

Lo Speculoos è un biscotto di pasta brisé, cotto e da consumare per la festa di San Nicola.

La Mostarda commercializzata esclusivamente dal laboratorio Tierentyenverlen è famosa in tutto il mondo.

I Gamberi grigi fiamminghi “Purus”, lunghi circa un centimetro e dal sapore caratteristico, sono utilizzati come ripieno dei pomodori.

Le Antwerpse handjes “Le mani di Antwer” (Antwer è una cittadina), sono costituite da pasta di mandorle e cioccolato al latte e hanno, appunto, la forma di una mano.

Le comuni Patatine fritte (come in Olanda) hanno due caratteristiche che le rendono di grande morbidezza e bontà: si utilizza la qualità di patata belga Bintjé e sono cotte brevemente due volte.

Lo Stufato fiammingo, di cui l’Imperatore Carlo V era ghiotto, utilizza manzo cotto nella birra (assieme, a volontà, fegato o reni di manzo oppure, il più delle volte, fette di pane speziato con miele).

Lo Stoemp è puré di patate, associato a volte a puré di verdura (indivia, cavolo riccio, cavoletti di Bruxelles, spinaci, rape, carote) con fette di bacon, di solito unito alla salsiccia o in forma di stufato.

Il Waterzooi di Ghent è il classico stufato fiammingo (pesce d’acqua dolce o salata, o di pollo). In tutti i casi si uniscono verdure (carote, porro e patate, erbe) uova, panna e burro.

Il Paling in’t groen è anguilla in salsa verde con prezzemolo, menta, spinaci o acetosella.

L’Indivia (o Insalata belga) fu scoperta accidentalmente da un contadino belga nel 1830. E’ una verdura ad elevato contenuto di minerali e scarsa di sodio (ha solo una caloria per foglia e zero di carboidrati).

Bruxelles Pain à la Greque è un biscotto ideato nel ‘700 dai monaci agostiniani che lo avevano denominato Brood van de gracht (pane di canale) per distribuirlo ai poveri e successivamente perfezionato.

Il Mattentaart è una torta con qualifica IGP in commercio esclusivamente nella cittadina di Garaardsberg (Grammoat).

L’Asparago fiammingo bianco è famoso e richiesto da tutto il mondo, di prezzo elevato a causa del periodo di raccolta breve e la consistenza particolare, andrebbe cotto nel burro fuso e insaporito con salsa olandese.

Il Fromage blanc è un formaggio fresco dal sapore neutro, squisito con le ricette salate e come dolce (anche solo con lo zucchero).

Dal sapore vagamente simile a quello del quartirolo è la Mimolette.

L’EXPO di Milano del 2015 rappresenterà una occasione irripetibile per scoprire queste pietanze che rendono le Fiandre terra di confine (tra cucina francese e germanica), di buongustai e sostanzialmente sana (malgrado tutti gli ingredienti elencati godano mediocre fama tra i fautori della dieta mediterranea, abbiamo sempre digerito perfettamente, con o senza birra).

Lo stile di vita sobrio rende di conseguenza immediata anche la cucina. Una cucina (anche nei dolci) certamente caratterizzata da preparazioni e sapori differenti da quella mediterranea. Da sperimentare senza pregiudizi o confronti. I ragazzi, poi, impazziranno per le varietà di pane e biscotti come è giusto che sia!

 

L’ARTE E YPRES

 

 

Schocha Calling Doon the Line

 

Contributo a cura della Redazione di MY Private MIND

 

Cinema, letteratura (non specialistica) e musica si sono interessati ripetutamente al dramma di Ypres. Senza avere la pretesa di essere esaustivi, elencheremo film, libri e canzoni che hanno trattato l’argomento.

I primi film sulla Grande Guerra sono stati girati addirittura nel 1915 ed hanno visto come attori i feriti (veri) che sarebbero di lì a poco stati inviati al fronte (attori in articulo mortis). Altri, bellissimi, risalgono agli anni ’20 e ’30, furono vietati dalle dittature. Poi l’interesse si affievolì alla pari dell’interesse per la Grande Guerra.

Rimangono fruibili per lo spettatore odierno un patrimonio fotografico immenso e la musica in forma di ballate, tipiche della cultura anglosassone. Si tratta di una produzione di qualità e continua, tanto a livello di scrittura di testi quanto di esecutori.

JOYEUX NOEL – UNA VERITA’ DIMENTICATA DALLA STORIA

Regia Christian Carion

Nazione Francia

Attori Diane Kruger Benno Fumann Guillaume Carvet Dany Boon

Durata 115 minuti

Trama

Natale 1914, Ypres. I due eserciti stremati si scambiano messaggi di pace, doni e una partita a pallone nella terra di nessuno. Gli Alti Comandi non saranno d’accordo.

GALLIPOLI – ANNI SPEZZATI

Regia Peter Weir

Nazione Australia

Attori Met Gibson Mark Lee Bill Kerr Bill Hunter Robert Grubb

Durata 110 minuti

Trama

Il contingente australiano, destinato a Ypres, sarà dirottato a Gallipoli dove subirà gravissime perdite. I sogni di un futuro campione di corsa saranno spezzati da una mitragliatrice turca..e dall’insensatezza di Churchill.

LA FIGLIA DI RYAN

Regia: David Lean

Nazione: Gran Bretagna

Attori: Robert Mitchum John Mills Trevor Howard Sarah Milies Christopher H Jones

Durata 176 minuti

Trama

Storia d’amore e disperazione tra una ragazza sposata infelice con un insegnante con un ufficiale britannico. Il film è ambientato nel 1916 ed ha vinto due premi Oscar

ALL’OVEST NIENTE DI NUOVO

Regia: Lewis Milestone

Anno 1930

Nazione Stati Uniti

Attori: Louis Wolheim Lew Eyres John Wray Arnold Lucy Ben Alexander

Durata 105 minuti

Trama

Classico film pacifista tratto dall’ononimo libro di Remarque, distribuito in Italia solo nel 1956 Vincitore di due premi Oscar, per migliore film e migliore regia.

Film replicato nel 1979 in Francia.

PASSCHENDAELE

Regia: Paul Grass

Anno: 2008

Nazione Canada

Attori: Gill Bellows Landon Liboiran Caroline Chaverasw Michael Greyyes Adam Harmington

Trama

Ai canadesi spettò l’arduo compito di scacciare i tedeschi dalle posizioni di Passchendaele. Una strage che tuttavia (in Canada e in Inghilterra) non é stata dimenticata. Una splendida colonna sonora di Sarah Slean.

ERNST JUNGER

NELLE TEMPESTE D’ACCIAIO

GUANDA EDITORE

ERICH M REMARQUE

NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE

 

IL CUORE DI YPRES; IL MENIN GATE MEMORIAL

 

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Dalla piazza del Mercato imbocco per alcune centinaia di metri un’ampia via fiancheggiata da eleganti sobri esercizi commerciali (eleganza italiana e francese a prezzi ragionevoli inferiori a quelli di Milano). Man mano si rende visibile il Menin Gate Memorial, il luogo della memoria che riassume la vicenda storica bellica della città.

Convergono verso il memoriale i visitatori provenienti da Inghilterra, Canada, Australia, Sud Africa (l’intero Commonwealth britannico insomma), i discendenti dei caduti e dei reduci, i turisti (Ypres è oggetto di un vivace turismo culturale internazionale) e i giovani che in gran numero, a classi intere, giungono dalla vicina Inghilterra in gita d’istruzione . Questo pellegrinaggio ha luogo ogni giorno dell’anno, pioggia e sole neve e nebbia!

Ogni sera alle 20,00, ad iniziare dall’inaugurazione il 2 luglio 1925, con l’eccezione dell’occupazione nazista del Belgio, si svolge la cerimonia dell’ammainabandiera, Quattro trombettieri appartenenti al Corpo dei Vigili del Fuoco cittadini eseguono “The last Post” (Silenzio fuori ordinanza).

Il nome Menin Gate indica l’esistenza della porta secentesca che da Menin, in direzione di Lille, a Occidente, conduceva a Ypres.  Distrutta dalla Grande Guerra è stata ricostruita (a mio parere pessimamente) in pietra bianca estranea alla tradizione locale e coperta in anni recenti con una orrenda e scomoda semicupola di plexigas che, mentre non ripara del tutto dalla pioggia quanti vi sostano, rende cupa l’atmosfera simile a quella di una serra da fiorista persino con il bel tempo e molta luce.

E’ forse un bene che il Menin Gate Memorial sia poco fotogenico! E’ bene concentrarsi sul significato del luogo. Questa antiestetica costruzione rappresenta un esempio unico in Europa di pietà e riconoscenza a quanti la porta hanno varcato per dirigersi in battaglia e non sono mai tornati, vivi oppure con una tomba, polverizzati o ancora sepolti nelle trincee interrate o nella no man land. L’elenco è lunghissimo, sono 54806, ogni tanto un nome viene tolto se i resti sono scoperti e identificati. A volte è inciso: Generale ….. quasi sempre soldier.

Lo sguardo mi cade su un tappeto di piccole croci di legno con un papavero rosso posto al centro, adagiate sulle scalinate laterali. Non realizzo immediatamente il significato della croce con il papavero (rosso) al centro, resa famosa da La guerra di Piero di Fabrizio De André. Solo in seguito ho letto la commovente poesia In Flonders Fields del canadese John McCrae. Poesia recitata in mia presenza da un ragazzo il cui nonno era morto qui, ad Ypres, missing. Commozione e meditazione nel silenzio più assoluto della folla.

Il Menin Gate Memorial mi diede l’impressione (ben più di una impressione) di un memoriale in continuo divenire. Non è la scalinata di Redipuglia, ascesa intimorente verso il Cielo, ritmata dalla parola PRESENTE, neppure il “missile” immobile di Verdun che non rende conto del dramma vissuto in quei boschi cupi e angoscianti. Il Memoriale è luogo di incontro, di vita, di recita di preghiere, non estraneo alla vita ma attraversato dalla quotidianità.

Ho trascorso del tempo ad accarezzare con lo sguardo le colonne di nomi, consapevole di un fatto sconvolgente: tutto attorno ad Ypres ogni villaggio, fattoria, avvallamento di terreno sono caratterizzati da cimiteri militari grandi e piccoli, tutti curati ed accuditi, amati dalla popolazione locale. Si tratta, tuttavia, della punto di un iceberg con al centro simbolico il Menin Gate Memorial e un immenso cimitero ufficioso, sottostante prati verdissimi, dove pascolano mucche e cavalli e si raccolgono i famosi asparagi bianchi famosi in Europa.

 

ANNA SPISSU: QUANDO IL FANTASY ABBRACCIA LA POESIA

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Le intense poesie Anna Spissu ci hanno abituati ad una profonda intimità! Lunedì 30 giugno, l’Autrice ha presentato presso il Circolo Liberazione, via Lomellina 14, Milano, “Lowelly il mago”(Betelgeuse Editore), romanzo di genere fantasy.

Sebbene il genere fantasy sia letto a tutte le età” – ha introdotto Anna Spissu – “ e abbia ispirato serie letterarie e film di grande successo quale “Il Signore degli anelli” di John Tolkien, esiste un tenace pregiudizio avverso. Per esempio, nessun autore di questo genere ha vinto il premio Nobel per la Letteratura (Tolkien fu solo proposto”.

Si è trattata di una necessaria puntualizzazione e di un discostarsi parziale dalla immagine già affermata di Anna Spissu poetessa, per dedicarsi alla scrittura narrativa.

Entriamo nel vivo dell’azione del fantasy “Lowelly il mago”!

Il Regno di Roccianera, pacifico e prospero, governato dal saggio re André, era minacciato da un nemico mortale, il feroce Ondo, Signore delle Terre Fredde. Il conflitto che sembrava destinato a travolgere il Regno di Roccianera, fu vinto (e Ondo ucciso) da Ultimo, un giovane contadino che aveva rinvenuto in un bosco un pezzo di legno con su incisa una parola sconosciuta e misteriosa.

Tra colpi di scena, Ultimo si rivelerà un mago potente e immortale, Mago Lowelly, e il Regno di André di Roccianera e dei suoi discendenti un Regno felice. Un Regno celato al mondo degli uomini ma governato dalla Magia. Un potere, quello di Lowelly, che egli pagherà a caro prezzo: sarà eternamente giovane ma non conoscerà l’amore perché nessuna donna possiederà tale dono.

Tutto sembra procedere (eternamente) per il meglio allorché…un giorno qualcosa di misterioso, una nube a forma di drago, minaccia il Regno di Roccianera costringendo Lowelly a tornare indietro in un tempo dimenticato e scomparso, Per farlo dovrà affrontare mistero, destino e amore.

Su questi eventi fondamentali si dipartono, alla stregua di mille sentieri, avventure, scene di battaglia, assieme alla dimensioni più propriamente fantasy del romanzo. Senza perdersi in trame barocche, il romanzo “prende per mano il lettore” e lo conduce in un mondo nel quale emozioni intime ed universali sono trasfuse in vicende immaginarie. Ogni lettore e lettrice, leggendo “Lowelly il mago”, potrà identificare in sé i due Regni, la potenza della propria immaginazione se ben indirizzata, il desiderio (più o memo riconosciuto) di non invecchiare mai.

Malgrado Anna Spissu abbia distinto in qualche modo la propria produzione poetica dal romanzo fantasy “Lowelly il mago”, dissentiamo garbatamente da questa sua affermazione.

La prosa di Anna Spissu é filtrata dalla poesia, sempre che si accetti l’idea che questo genere letterario non richieda necessariamente versi per esprimersi. Nel contempo, i componimenti poetici di Anna Spissu si avvicinano sovente alle vicende di quotidiana discorsività. I due generi letterari si abbracciano, quindi, nell’esperienza di vita dell’Autrice.

 

ANNA TORRES: QUANDO UNA ARTISTA SPOSA IL COLORE

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

La varietà e la qualità delle proposte artistiche e culturali provenienti da Palermo stupisce ed incuriosisce.

Anna Torres, palermitana, una vita intensa percorsa con coraggio e abnegazione, scopre la passione di dipingere su vetro, ceramica e, infine, tela. Approfondisce la tecnica della pittura ad olio con il pittore afro – americano Bilé e l’architetto Marco Romano, appassionato d’arte.

Partecipa al concorso nazionale “L’arte contro l’omofobia” organizzata in occasione del Gay Pride palermitano in collaborazione con l’AGEDO, inaugurata il 15 maggio 2010. Ottiene, inoltre, nel volgere di pochi anni, numerosi riconoscimenti e premi grazie ad alla riconosciuta maestria nell’utilizzo del colore e al tratto netto e preciso.

Anna Torres il 19 luglio parteciperà a Palermo ad una collettiva “Arte contro l’omofobia” presso Villa Niscemi a Palermo, che la vede vincitrice

Forza, speranza e energia sono tutte racchiuse nel colore che definisce spazi e figure dai contorni netti (anche se talvolta surreali). Così l’aquila si libra in volo, l’angioletto riposa sereno sul mare che rappresenta simbolicamente la madre, dal viso di una donna dall’incarnato grigio, erompe un fiotto di fiori multicolori.

E’ evidente un ben specifico dualismo nel quale grigio e colore si confrontano e contrappongono in un dialogo continuo che talvolta si fa scontro, conflitto e opposizione, a definire l’esperienza di vita dell’artista.

L’intervista ad Anna Torres tiene conto della sua naturale riservatezza. Le risposte sono tuttavia sufficienti a delineare una personalità ed un’opera fuori dal comune.

Quando e come ti sei avvicinata alla pittura?

La pittura é entrata dentro di me, nella mia vita, per salvarmi dal baratro di sentimenti ed emozioni che tendevano a depotenziare tutta la mia esistenza. Ed io sono entrata in essa aggrappandomi alla forza che ha saputo darmi con tanta generosità”.

Quale significato assume per la te la pittura?

La mia pittura dipinge il mio mondo interiore e io con essa esprimo tutta la forza dell’animo umano e le sfumature del bene e del male che lo governano e tormentano”.

Mi descrivi il significato che le tue opere assumono per lo spettatore?

I miei dipinti esprimono emozioni che appartengono all’umanità intera ed é per questo che entrano in totale simbiosi con l’animo dello spettatore”.

Puoi specificare?

Dipingo per entrare nello stato d’animo di chi li osserva, che è anche stato d’animo comune che travalica le individualità. Dipingo per trarre linfa di scambio descrivendo sulla tela sentimenti ed emozioni. La tela diviene un mezzo per comunicare con le anime del prossimo, del mio prossimo, del mio simile che vi approccia lo sguardo per trarne solidarietà e confort”.

L’arte di Anna Torres si colora, quindi, di spiritualità. E’ una pittura dell’anima, non della competenza tecnica fine a sé stessa. Ed é significativo che un messaggio tanto importante giunga ai lettori di MY Private MIND da Palermo.

 

FINO AL CALARE DEL SOLE: AVVENTURE QUOTIDIANE A YPRES

 

 

Il Corpo di spedizione Australiano diretto a Ypres fu dirottato a Gallipoli, Turchia

 

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Ypres è una cittadina medievale sospesa tra terraferma, piccoli specchi d’acqua e limpidi ruscelli. Dopo aver percorso poche centinaia di metri dalla piazza del Mercato, mi incammino per silenziosi spalti secenteschi sino ad imbattermi in un frammento di natura e storia.

Un specchio d’acqua limpida, circondato da alberi e prati, fa bella mostra di sé, invita a percorrere le rive. Un lindo e ben curato cimiterino di guerra (il Remparts Cemetry Lille Gate), lapidi bianche e erba rasa, all’inglese appunto, si estende sulle rive del laghetto. Mi assale la curiosità di leggere i nomi incisi sulle lapidi: medico, infermiera, cappellano militare, obiettore di coscienza, UNKNOWN EXCEPT TO GOD, croce e stella di Davide. Probabilmente qui sorgeva un ospedale da campo mediocremente riparato dall’artiglieria nemica.

Ogni tanto, accanto alla lapide bianca, scorgo una piccola croce di legno con al centro un papavero rosso, deposto di fresco. Sarà venuto in visita qualche parente oppure un abitante di Ypres avrà scelto una tomba a caso, tra le tante.

Questo luogo, nel contempo intimo e naturale, descrive alla perfezione Ypres e lo spirito del luogo. Mi accomodo su una panchina e socchiudo gli occhi: il rombo degli scoppi, le urla dei feriti e dei medici, lo scrosciare dello shrapnell tedeschi, forse la cornamusa lontana di un reggimento scozzese diretto in battaglia. Eppure, le scene di battaglia non cancellano una realtà incontrovertibile: in questo luogo, ora di pace, verrei volentieri con la fidanzata sicuro di non dissacrare nulla e nessuno con un bacio o una carezza!

Mi sento osservato, apro gli occhi e inizio a guardarmi attorno. Un airone cinerino, lo sguardo enigmatico e di vago disprezzo per gli umani che disturbano la quiete, mi osserva immobile dalla riva del laghetto. La Natura ha riacquistato rapidamente il proprio spazio, qui nei Flonders Fields!

Mi incammino per stradine di periferia (ma in questa cittadina la distinzione tra centro e periferia ha poco senso). Villette unifamiliari, linde, ciascuna con giardino ben curato le siepi divisorie basse, stendibiancheria a portata di sguardo in questa regione dal tempo mutevole. Le Fiandre, una delle regioni prospere d’Europa, duro lavoro quotidiano, buon vivere, eleganza e sobrietà.

Tra le villette si apre un altro cimitero militare, reso ormai affollato di croci a causa delle scoperte che quotidianamente hanno luogo nei campi, nei cantieri edili e stradali. Tra le villette ed il cimitero è evidente un rapporto stretto, quasi di comunione vitale. La siepe divisoria è bassa, il cimitero è un prolungamento dei giardini. L’erba (all’inglese) é un comodo tappeto verde, avverto quasi il timore di svegliare quanti dormono il riposo dei Giusti. Fucilieri dello Yorkshire e genieri, qualche frase scolpita su indicazione della famiglia, qua e là piccole croci di legno con un papavero al centro (anche i pochi caduti tedeschi scoperti dopo la guerra riposano assieme ai vincitori). Per un attimo immagino un dialogo quotidiano.

Come va Tommy?” – esclama la mattina presto la signora De Groot mentre rastrella il giardino dalle foglie secche. “Bene, siamo in molti qui” – replica Tommy -”un po’ umido ma dopo tanti anni sono abituato. E lei, signora De Groot?” “Gli anni passano, i figli sono indipendenti, ma il lavoro a casa e in negozio è sempre tanto”. “Alla prossima, allora” – conclude Tommy.

Per chi non lo sapesse Tommy è il nomignolo attribuito ai soldati inglesi della Prima Guerra Mondiale (Fritz in tedesco, Ivan in russo, Bepi in italiano). Migliaia di Tommies popolano ancora insepolti questa terra verdeggiante e civile (tra Inglesi e Tedeschi 500000 – 600000 vi lasciarono la vita).

Senza dubbio il destino dei Tommies si è rivelato un omaggio luminoso: lapidi bianche, erba verde (all’Inglese) e poppies (papaveri) come simbolo. Ai Fritz, invece, lapidi scure, incassate nel terreno, scritte in gotico di difficile interpretazione, complessivamente poco visitati. Che amarezza la sorte dei vinti!

 

YPRES: LE RAGIONI DI UNA SCELTA

 

Eric Bogle The green fields of France

Contributo a cura della Redazione di MY Private MIND

La Redazione di MY Private MIND ha ricevuto alcune lettere che hanno posto una domanda solo in apparenza banale. Perché avete scelto Ypres, una cittadina delle Fiandre, a noi italiani, come simbolo della Prima Guerra mondiale? Avete tralasciato la causa scatenante, l’attentato di Sarajevo? In realtà questo interrogativo ne cela altri ai quali solo in parte è possibile offrire una risposta.

La Prima Guerra Mondiale è iniziata il 28 luglio 1914 e si è conclusa l’11 novembre 1918. L’Italia ha dichiarato guerra all’Austria Ungheria (non alla Germania) il 24 maggio 1915. Il nostro Paese ha, quindi, avuto a disposizione un anno intero per verificare la cruda realtà della guerra moderna (trincee, mitragliatrici, cecchini, stasi delle operazioni) optando, infine per una belligeranza poco o punto opportuna.

Ypres non è stata probabilmente la battaglia più sanguinosa della Prima Guerra Mondiale, non rientra tra le date da tenere a mente per superare l’Esame di maturità. La Somme e Verdun hanno tristi contabilità persino superiori. Sono state, in tutti i casi, battaglie confinate nel tempo, mesi, non l’intera durata dell’immane conflitto, quasi dal primo giorno all’ultimo Ypres si è imposta come cardine delle operazioni militari del fronte occidentale per l’intera durata del conflitto, dal 1914 al 1918, senza un attimo di pausa.

Per gli appassionati di storia e dell’arte bellica (e noi non sono tra questi), Ypres e gli immediati dintorni sono particolarmente istruttivi: l’utilizzo diffuso del gas da parte dei tedeschi (l’Iprite), lo scoppio delle mine più potenti (la loro deflagrazione simultanea fu percepita persino a Londra). I risultati di questi strumenti di distruzione di massa, non furono pari alle aspettative (salvo il fatto, decisivo, che il Corpo di spedizione inglese non fu costretto al reimbarco e l’Intesa non perse la guerra).

Ypres è, invece, dopo un secolo, un esempio unico di integrazione tra vivi e morti, tra storia e memoria. A Verdun, la Somme, lo Chamin Des Dames, Redipuglia una visita richiede una sorta di viaggio, breve o lungo; la necessità di deviare dalle grandi arterie di comunicazione. Persino a Verdun, l’apice della sofferenza per il popolo francese, per salire all’ossario ed all’immenso cimitero all’aperto è necessario allontanarsi dalla città che si stende a fondo valle e attraversare cupi malinconici angoscianti boschi senza abitazioni o villaggi.

Ypres si offre invece al visitatore nella propria quotidianità industriosa. La città è stata completamente ricostruita, grandi edifici medievali trasformati in visitati musei della pace, i cimiteri militari si stendono tra le abitazioni civili senza cesure, esiste un flusso continuo di visitatori dall’Inghilterra, dalla Francia, dal Commonwealth. Ypres è una cittadina prospera e produttiva, ha imparato a convivere con la Grande Guerra e, soprattutto, non vive di ricordi ma con (non di) i ricordi.

Ypres ha generato grande poesia con In the Flonders Fields di John McCrae, l’ufficiale canadese che in queste trincee ha composto i versi ed è caduto (l’archetipo poetico dei papaveri rossi de La guerra di Piero di Fabrizio De Andrè trae origine da questa poesia), ispirato libri quale Nelle tempeste d’acciaio di Ernst Junger e suggerito film di successo.

Ci siamo imbattuti in molta musica, in particolare sotto forma di ballata. Musica commovente, poetica, soprattutto recente. Segno che il ricordo di questa tragica avventura e dei mille drammi paralleli (si pensi alla grande rivolta irlandese scoppiata nel 1917) che fanno corona a Ypres ed al significato simbolico che essa racchiude, è ancora, anche dal punto di vista dell’ispirazione artistica, un fatto vivo e palpitante.

Il nostro non è stato un viaggio nel de ja vù. Abbiamo invece scelto la vita quotidiana: apprezzato la squisita cucina fiamminga, scoperto la semplice cortesia della gente, camminato tra le lapidi bianche dei cimiteri militari sparsi per la città, assistito alla commovente cerimonia presso il Menin Gate Memorial e in silenzio riflettuto sugli orrori della guerra per evitarla pensando alla vita.

Molte domande sono rimaste purtroppo senza risposta. Per esempio, un appassionato di fotografia avrebbe apprezzato la semplice serenità dei cimiteri se comparata alla retorica ed alla freddezza di quelli italiani. Un poeta (noi avremmo preferito una poetessa in rappresentanza di madri, compagne, sorelle) avrebbe potuto brevemente riflettere sulla lirica di John McCrae.

A nostro avviso, solo in una prospettiva di vita e di accettazione del passato, la cerimonia che il 26 giugno richiamerà ad Ypres Capi di stato e Autorità risulterà, alla fin fine, utile alle nuove generazioni. Evitare la retorica e imparare a convivere con i resti di quanti in tale dramma hanno perso la vita, significa esorcizzare i fantasmi delle rivendicazioni, allontanare i cattivi maestri che sembrano risorgere maleficamente anche nell’Europa del 2014.

La Storia ha concesso al nostro Paese, nel 1914 come nel 2014, un anno per riacquistare intimità con quanti non tornarono, quasi si fosse temuto nel corso degli ultimi decenni, visitandoli e sostando in silenzio per un attimo accanto ai loro resti, di apparire guerrafondai, difensori delle forze politiche che condussero all’intervento oppure (è capitato) persone incapaci di ribellarsi al Potere.

 

BLACKWATER

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Cristopher Owen scompare con le figlie gemelle di sette anni, Eleonor e Evelyn, una mattina durante il tragitto per portarle a scuola. La loro auto viene ritrovata nel fiume Blackwater, nel sud dell’Irlanda.

Iniziano le ricerche, si ipotizza un rapimento, poi un suicidio: in realtà, le indagini si arenano in breve tempo. Helen Baker, la moglie, non si arrende, non vuole che il caso venga archiviato, ma sviluppi che si sovrappongono fra loro, le danno la giusta percezione che, se ambisce a giungere alla verità sull’accaduto, deve agire personalmente.

Grazie a Connor Doyle, un amico poliziotto che la indirizza ad alcuni professionisti di grande esperienza nello spionaggio e missioni militari, la donna incontra Marcus Cox. L’uomo é un mercenario a capo di una squadra di individui forgiati per uccidere: la “Kidon”.

Una figura entrerà in azione nel bel mezzo delle indagini: Lexi Allen, una donna caparbia e dotata di grande intuito per l’investigazione. Questa entrerà in azione solo per caso. Sta lavorando per un magnate statunitense: Liam Miller. Il figlio di questi é stato ucciso da due signori della droga colombiani: Ricardo Blanco e Hector Varela.

Marcus, che si trasferisce in Colombia seguendo una pista su Owen, per il quale sembra profilarsi un quadro misterioso ed oscuro che implicherebbe una doppia vita, incontra Lexi, sua vecchia conoscenza sul campo ed ex fidanzata. I due hanno un trascorso sentimentale caratterizzato da una passione infuocata e ricca di passione. Proprio per l’intreccio delle due missioni collegate ai due magnati del narcotraffico, si ritrovano faccia a faccia.

Molta azione, lotte all’ultimo sangue, colpi di scena e suspance, condurranno ad un epilogo imprevedibile, con personaggi efferati e senza scrupoli. La tenacia di tutta la “Kidon”, la volontà di Helen, il sostegno imprevisto di Liam Miller, che si unirà alle ricerche per ritrovare gli Owen, saranno gli ingredienti fondamentali per un finale dirompente. Ogni attimo, ogni passo, ogni strategia, daranno alla storia un ritmo incalzante.

Lisa Adler, vive in Toscana dove scrive i suoi romanzi gialli e d’avventura.

Blackwater è disponibile in formato cartaceo e on line (Amazon e Feltrinelli), Codice ISBN 8891142301 nelle migliori librerie.

Il link per l’acquisto corrisponde a quello del blog http://adlereds.blogspot.it/p/blacwater.htlm

A pagamento

Schegge

Giulia

Hymir

Gratuiti

L’alba

L’alba sospesa

Senza volto

Fuoco e oro

 

DALL’ANIMA ALLE SVALBARD: TUTTO PROVIENE DA LUI

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Leggere “Dall’anima alle Svalbard Tutto proviene da Lui”, opera prima di Sebastiano Armenise, comporta una scelta di campo. Non si tratta, infatti, di una meditazione sulla vita umana e la spiritualità ma di un vero e proprio trattato di teologia dogmatica e sistematica, sia pur breve e semplificato.

Il breve trattato descrive il rapporto esistente tra fede e scienza, quindi della relazione tra un dono assolutamente gratuito di Dio all’essere umano (la fede) e gli sforzi degli esseri umani di comprendere le leggi che governano il Creato (per il credente opera di Dio). L’autore fa propria e rende assiomatica l’impostazione adottata da Giovanni Paolo II, un papa che sovente ha abbracciato (e imposto) l’ortodossia cattolica più intransigente.

Questa impostazione cattolica ortodossa non é certamente l’unica che é possibile prendere in considerazione! Le posizioni sono differenziate in ambito cattolico (basti pensare alla distanza teologica tra Giovanni Paolo II e il Cardinale Martini) , protestante, ebraico, mussulmano, buddista. Esistono poi agnostici e atei.

Il breve trattato, dalla scrittura semplice e efficace, raccoglie cinquanta sintetici enunciati, ciascuno delle quali corredato da un utile (a volte sin troppo breve) glossario teologico che descrive i termini “tecnici”.

L’affermazione secondo la quale “non si può leggere il Vangelo senza avvertire la presenza reale di Gesù” non è esente da possibili critiche. I Vangeli sono testi teologici relativi al messaggio cristiano, non biografie della vita di Gesù. Basti pensare all’annuncio della Risurrezione rivolto alle donne nel Vangelo di Marco e l’affermarsi di ben altra prospettiva in quello di Giovanni. E’ evidente tra i Vangeli una pluralità di significati, propria dell’intera Bibbia,

Il Libro di Genesi descrive, per esempio, non una ma due Creazioni in rapida successione, la seconda delle quali (molto breve) è sicuramente più antica. L’immagine potente “di un vapore che saliva dalla terra e bagnava tutta la superficie del suolo. Dio il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente” (Gn, 2, 6 – 7) ci fa apparire un Dio di gran lunga meno consequenziale (sul piano dell’umana comprensione) rispetto alla descrizione tradizionale della Creazione. Uomo donna creature viventi sono generati a partire dalla Terra che riceve la pioggia: non si parla di tempi (i tempi di Dio, tra l’altro, non corrispondono a quelli umani).

La grande importanza assegnata da Sebastiano Armenise a Satana potrebbe dare adito a qualche perplessità. Il Male esiste quanto il Bene, entrambi ammessi da Dio e il Diavolo agisce per dividere il Bene divino, per definizione perfetto, dalle inevitabili imperfezioni umane. Dio ne é perfettamente consapevole! Per il credente, Dio giudicherà e salverà l’essere umano malgrado il Male e Satana. E’ il tema affascinante delle teodicee: perché Dio ha ammesso il Male se onnipotente? Pensiamo alla Shoah. La teologia ebraica compie una sintesi mirabile da questo punto di vista: l’uomo è incapace di salvarsi da solo, Dio lo fa al 99% e del restante 1% Lui agirà per lo 0,9%, tanta é la nostra fragilità rende quel 0,01 persino eccessivo.

Gesù, come ogni maschio ebreo, era un ottimo esegeta della Torah (ha ripetutamente commentato il sabato). L’attenzione della sua predicazione (come dell’intera Bibbia) era concentrata sull’estraneo, sul povero, sulla donna e sull’orfano non sulla divisioni in categorie del genere umano. Dio giudicherà la nostra capacità di accogliere ed amare l’altro. Questo si é verificato (e si verifica) in ogni chiamata: con Abramo, Mosé, gli Apostoli, Paolo, credenti e non credenti.

Profondamente toccante, invece, adogmatico, é quanto Sebastiano Armenise denomina “angolo dell’Aldilà”, il contatto tangibile con i trapassati. “Nell’agosto 2002” – scrive – “mi trovavo in camera con mia madre. Ero sveglio ed una forza mi bloccò per tutto il corpo, mi impediva di muovermi. Una mano si posò sulla spalla destra, un’altra mano mi spostò dolcemente la testa verso la spalla sinistra ed ebbi un bacio sulla parte laterale destra del collo (il bacio che percepivo di mio padre defunto)”.

Una esperienza simile mi ha toccato da vicino. Venticinque anni fa mio padre morì improvvisamente per infarto cerebrale. Per molto tempo lo percepii vicino. Era una sorta di vicinanza “incombente”, come un essere consapevoli che una persona cara lontana ci pensa. Mentre lavoravo in silenzio nello studio mi aspettavo che aprisse la porta. In momenti critici mi sentii appoggiare silenziosamente una mano sulla spalla. Ciascuno popola, evidentemente, il rapporto con i cari defunti di immagini, o per dirla scientificamente, di “immagini ipnagogiche”.

L’autore mi trova radicalmente in disaccordo relativamente alla “dichiarazione di fine vita” o “testamento biologico”. Quando lo sottoscrissi avevo presente mio padre, con il corpo tenuto in vita per oltre un mese dalle macchine senza speranza di salvezza. A farmi propendere per la sottoscrizione non fu il terrore del dolore ma la fiducia nella bontà di Dio. Cosa avrebbe significato per Dio una mia sofferenza ulteriore? Persino la Croce é senza corpo di Gesù, perché Risorto. Fondamentale é non cercare la morte: correndo in auto, consumando sostanze e alcolici, sfruttando al massimo il tempo che Dio ci concede per fare il bene del prossimo e far fruttare i nostri talenti personali.

Il deposito di semi delle Isole Svalbard, la terra inospitale dove conservare per le future generazioni il patrimonio genetico del Creato, rappresenta a mio avviso una metafora della ricchezza di significati della Bibbia e delle enormi potenzialità implicite in ogni incontro umano. Ciascuno di noi potrebbe collocarvi esperienze, emozioni, aspirazioni, individuali e collettive. Indipendentemente da disquisizioni teologiche e dottrinali, perché, a dirla con l’apostolo Paolo, “la pazzia di Dio é più grande della pazzia degli uomini”. Spetta a noi prestare attenzione alla Sua pazzia.

 

LA VOCE DEL CUORE DONA LA SPERANZA ALLA TERRA DEI FUOCHI

 

Contributo a cura della Redazione di MY Private MIND con suggerimento originale di Anna Falco

 

Dopo il successo di “La notte dei musei” a Villa Pignatelli, evento conosciuto in tutto il mondo, prosegue la lunga ascesa di “La Pentatisque”, un gruppo musicale composto da cinque giovani che ci consentono di riscoprire la buona musica per tramite di strumenti quali l’arpa e il flauto.

A dare vita alla serata, domenica 1 giugno 2014, ai Colli Aminei, gli artisti di “Le Pentatisque”, i quali hanno eseguito uno splendido concerto svolto nella chiesa dei Padri Rogazionisti in occasione della dedicazione della parrocchia ai “Santi Antonio di Padova e Annibale Maria di Francia”, con la partecipazione del Cardinale Sepe. Protagonisti gli artisti di “Le Pentatisque”, la Prof Cira Ronano, il Maestro Gaetano Perrone, la Dottoressa Amalia Sabino, il Dott Matteo Campagnoli e i Maestri Olga De Maio e Luca Lupoli.

Sono giovani promesse del panorama artistico e musicale Partenopeo provenienti dal Conservatorio e dal teatro San Carlo di Napoli, con, tuttavia, già alle spalle numerosi riconoscimenti. Rappresentanti degni di una città, Napoli, che deesidera esportare nel mondo il suo tesoro più importante, la cultura della bella musica che non dovrebbe mai tramontare in quest’era di plastica e di video games.

Prima dell’inizio del concerto ho avuto l’onore di chiedere ai protagonisti, a nome del gruppo, delle informazioni su come fosse nata “Le Pentatisque”. Il Tenore Luca Rupoli e la Soprano Olga Di Maio si sono prestati con garbo e gentilezza.

Il nome deriva da una sintesi fra “cinque” e “fantastici”. Invece di chiamare le “fantastique”, gli abbiamo dato il nome “Pentastisque” che deriva anche dai cinque Tempi della celebre sinfonia di Berlioz, composta da cinque Movimenti ed é una sinfonia a soggetto che fa rivivere una storia d’amore non corrisposto con una attrice”.

Questa composizione ha cinque movimenti: quattro con due voci; due strumentali e la quinta con voce recitante che fa da filo conduttore alle differenti parti del programma.”

Sono state eseguiti brani famosi (per esempio, il Gabriel’s Oboe di Ennio Morricone per Arpa e flauto; l’Ave Maria di Schubert. L’Arlesienne di Bizet, Sogno d’Amor di Listz).

Ogni singolo brano musicale é stato preceduto dalla voce recitante di Amalia Sabino che con eleganza e maestria ha dato vita a poesie di grandi autori quali Alda Merini, Saffo e Catullo.

Chiedo quali obiettivi si propongano con la loro attività. Risponde la Dottoressa Olga De Maio: “Speriamo di arrivare lontano, perché avendo anche l’Associazione a disposizione abbiamo la possibilità di aprirci ai teatri, alle sale di concerto, anche per creare un nuovo affiatamento, un programma diverso”. Prosegue Luca Lupoli: “Il teatro che esce dal teatro!”

Quale messaggio intendete dare alla “terra dei fuochi”. Risponde Luca Ripoli: “Un messaggio sociale, anche perché l’Associazione che rappresentiamo e di cui sono il Presidente e la dottoressa Olga De Maio, vicepresidente di “Noi per Napoli”, hanno già realizzato “un festival canoro”, un concerto di Natale e il “Maggio dei monumenti”. Essa agisce anche nel sociale con la diffusione della musica e della cultura tra i cittadini, di tutte le età e di ogni ceto sociale, proponendo un messaggio positivo.

La figura di donna nel panorama musicale contemporaneo e in questo momento storico così critico, é raccontata da Olga De Maio, la voce soprano del gruppo, il suo essere donna e musicista in due ruoli inscindibili, due figure, quella di donna e di musicista, sono inscindibili. “Indubbiamente, il nostro messaggio é quello di arrivare direttamente ai cuori con la musica e in automatico se gli altri aprono il loro cuore potranno sicuramente trarre piacere da questo messaggio bellissimo. Quello della musica che spiritualmente può elevare tutti.”

Il loro impegno proseguirà il 22 giugno con una serata a Salotto Culturale per presentare l’Associazione al quartiere, con in programma qualche momento dedicato alle varie arti, poesie, musica, pittura in una saletta messa a disposizione dalla circoscrizione in Via Nucolardi Napoli.

La Redazione di MY Private MIND presenta parte di lungo articolo di Anna Falco, una coraggiosa e combattiva giornalista che quotidianamente si confronta con la malavita, il degrado sociale e l’inquinamento mortifero de “la terra dei fuochi”.

 

IL FASCINO (IN)DISCRETO DELLA BORGHESIA MILANESE

 

A cura della Redazione di MY Private MIND

 

Ci hanno sorpreso le lamentele dei cittadini che risiedono in Foro Bonaparte e Piazza Castello (per i non milanesi, potrebbero equivalere ai residenti di Piazza del Duomo a Firenze o Piazza Navona a Roma).

Riportiamo alcune delle veementi proteste ampiamente pubblicizzate da blog e stampa: “l’isola pedonale da poco istituita si è trasformata in un suk”, “tavolini all’aperto e salamelle appestano l’aria con baccano sino ad ora tarda e puzza”, “il traffico, nell’unica via rimasta percorribile in zona, è caotico”.

A farla breve, leggendo tra le righe, la pedonalizzazione di Piazza Castello e di Largo Cairoli non piace né all’udito e neppure all’olfatto sensibilissimi dei residenti.

Pochi milanesi si sono resi conto dell’importanza della scelta! Mai (salvo nel corso della Seconda Guerra Mondiale) Piazza Castello è rimasta interdetta al traffico automobilistico. Largo Cairoli si era trasformato sino allo scorso anno in un luogo di sosta disordinato e pessimamente gestito dei bus delle linee autostradali (senza che i residenti trovassero nulla a che ridire). Importante avere accesso all’abitazione con l’auto.

L’attraversamento del viale antistante il Castello, ampio e con lieve curvatura, invogliava, specie nelle sere estive, a correre. Attraversarlo sulle strisce pedonali e con semaforo favorevole era problematico per i pedoni, specie se anziani e un po’ malfermi sulle gambe.

Le proteste non si spiegano neppure con l’assenza di trasporti pubblici. Esistono, infatti, ben due linee della metropolitana (Linea Rossa 1 e Verde 2) con tre stazioni (nel raggio di duecento metri), numerose linee tranviarie e su gomma e, infine, la Stazione Cadorna delle Nord sorge a duecento metri. Non esistono a Milano quartieri tanto ben serviti!

Ora spuntano esteti e sofisti in nome della bellezza del Castello e della prospettiva che da Via Dante focalizza lo sguardo sulla Torre del Filarete. Eppure, negli ultimi anni, Milano ha dovuto subire sfregi dell’arte, dell’ambiente urbano e della salute pubblica ben più gravi.

In difesa di Piazza San Ambrogio, il cuore religioso della città, si erano mobilitati Comitati di residenti, Italia Nostra, il FAI ma non ci fu nulla da fare! Le Giunte Albertini e quella Moratti, entrambe di centro destra, risposero inesorabilmente che “erano necessari nuovi parcheggi sotterranei”, che “si erano già impegnate con gli appalti”, “che si sarebbe dovuta pagare salatissime penali..” Come se scavare un autosilo di fronte, quasi sotto,la millenaria Basilica, ponendo in pericolo la torre campanaria, sconvolgendo un cimitero paleocristiano, non dovesse inibire una idea tanto insana.

Lo stesso si verificò con il cosiddetto “Bosco di via Melchiorre Gioia”, tre o quattrocento alberi semplicemente da attrezzare con vialetti e panchine, piazzati nel cuore dell’Isola Garibaldi a due passi dall’attuale Torre Unicredit. Anche in questo caso si mobilitarono Associazioni, Comitati di cittadini con centinaia se non addirittura migliaia di aderenti, furono presentate petizioni. La Regione Lombardia e il Comune di Milano rimasero insensibili. Gli alberi andavano abbattuti in nome del progresso: era necessario erigere un mostro di oltre venti piani con tanto di eliporto (inutilizzato), scomodo per chi ci lavora e con il Pirellone restaurato a carissimo prezzo quasi vuoto nelle immediate vicinanze.

Ci siamo interrogati non solo sulle motivazioni di quelle scelte sconsiderate: ancor più, su come fossero intervenuti in questi frangenti blogger e giornalisti che ora si scagliano con veemenza contro l’Isola Pedonale di Piazza Castello. Allora la Rete tacque! Di fronte ad un Potere sordo se non sordido (da questo punto di vista) e degli interessi di parte, presero mai posizione? E i cittadini che ora protestano per la pedonalizzazione dell’area circostante il Castello, allora mossero dito?

Non è facile amministrare incidendo su abitudini quasi secolari! Domenica un anziano, in Piazza Castello, ci chiese se potevamo aiutarlo ad attraversare il viale in direzione della fontana. Si trattava di un signore distinto e quando gli spiegammo che non era più necessario, che il traffico era stato eliminato, ci guardò con un abbozzo di sorriso. Tanto radicata è ancora l’abitudine al traffico, di parcheggiare a piacimento, di vedere piazzati i bus di turisti di fronte alla Torre del Filarete.

E’ giunto il momento di rendere l’inquinamento dell’aria e la qualità della vita un fatto riconosciuto dalla politica di entrambi gli schieramenti, maggioranza e opposizione. In questo caso Milano ha riconquistato ampi spazi destinati alla vita sociale strappandoli alle auto. La gestione di tali spazi possono divenire punto di incontro (critica se possibile costruttiva) tra Amministrazione Comunale (di qualsiasi colore) e cittadinanza, con idee, suggerimenti e coinvolgimento.

Abbiamo scelto un titolo provocatorio “Il fascino (in)discreto della borghesia milanese” ad indicare una verità incontrovertibile. Se ad inizio ‘900 il fior fiore della borghesia illuminata milanese si impegnava ad istruire i lavoratori ed i proletari (si fondò allora l’Umanitaria), se nel secondo Dopoguerra la Comune Lombardini di Cinisello Balsamo indicò la strada per una socialità ed una cultura diffusa (fondamento delle famose 35 ore per gli operai e gli immigrati dal Sud), ora (duole dirlo) si è giunti a dividersi persino sulla qualità dell’aria e l’invadenza delle scatole di lamiera dette automobili.

 

POVERTA’ E ONLUS SOLIDALE: E’ VERA GLORIA OPPURE MARKETING DEL DOLORE?

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Molto spesso hanno fatto credere che la solidarietà sia qualcosa di completamente altruistico” – con questa affermazione Francesco Petrone ha presentato nel 2012 alcune considerazioni relative al “marketing della povertà” e del dolore.

L’autore, non un giornalista in cerca di scoop ad effetto ma un giovane ricercatore con competenze in cinque lingue. Le ONLUS presentano a suo dire alcune caratteristiche strutturali inquietanti, in particolare si servirebbero “del marketing spietato e selvaggio di molti giovani disoccupati che hanno bisogno di lavorare, per generare ricchezza alle spalle di chi soffre”.

Francesco Perrone si è laureato in Storia e Filosofia a Napoli e Scienze Politiche a Bruxelles, lavorato in veste di Visiting Research Follow presso il Ralph Bunche Institute for International Studies della CUNY (New York) ed attualmente collabora con la Universidad de Barcelona. Ha all’attivo due pubblicazioni e pubblica in diverse riviste spagnole e cilene.

Per quanto riguarda il nostro Paese, faremo riferimento allo e book “Confessioni di un venditore di povertà. Solidarietà e aiuti umanitari al tempo della crisi” e a un articolo apparso il 13 luglio 2012 sul Corriere della Sera a firma Maria Serena Natale “30 anni: da precario a venditore di povertà”.

La sua è dunque una prospettiva ampia, documentata e, come vedremo, testimonianza diretta dei meccanismi di gestione delle ONLUS.

Nel 2008, all’età di 26 anni, Francesco, dopo aver trascorso un lungo periodo di formazione e studio all’estero, decide di rientrare in Italia: nostalgia o desiderio di porre finalmente radici, poco importa. “Il contatto con il luogo natio, a dispetto della globalizzazione che ci vuole “flessibili” e pronti a muoverci ovunque nel mondo, era diventato quasi indispensabile”. E’ un desiderio che molti tra i nostri giovani emigrati per lavoro all’estero avvertono ed esprimono.

All’inizio caricato da un forte ottimismo, ho mandato curricula ovunque…In giro per Roma, città caotica e spesso selvaggia, ne ho visto di tutti i colori….Non mi aspettavo di trovare una buona sistemazione ma dopo tutti quei colloqui ho scoperto quante cose si possono vendere: riviste di caccia, aspirapolvere, libri, spazi pubblicitari e…povertà!” Si chiariscono con il trascorrere dei mesi gli aspetti fondamentali del piccolo dramma personale: ottimismo iniziale, frustrazione progressiva e marketing indifferenziato! Sono, a mio avviso, caratteristiche che possono facilitare nel cosiddetto “marketing della povertà”.

Inizialmente, quando sono stato chiamato al colloquio per una grande ONLUS per i diritti dei bambini, pensavo che l’attività di marketing fosse normale e che le ONLUS avessero bisogno del supporto da parte di queste imprese per portare a termine i progetti che hanno. In corso”. La verità, tuttavia, emerse nitidamente ed esplicitamente. Cosa si celava dietro alla ricerca ed al fund raising della ONLUS? Ovviamente la sua filantropia è entrata profondamente in crisi.

Dobbiamo tuttavia tenere presente che il meccanismo di marketing descritto da Francesco non corrisponde ad un sistema di malversazione dei finanziamenti raccolti. E’ una realtà più grave e, a dirla tutta, inquietante nella sua “normalità”.

Il lavoro si svolgeva nell’ambito di un sistema piramidale, gerarchico, non collaborazione tra pari ma strutturazione verticistica aziendale, influenzato da elementi tipici del capitalismo (competizione della speranza tra lavoratori e accumulo delle risorse tra pochi dirigenti e manager).

Questa realtà si applica paradossalmente all’attività di fund raising a favore dei bimbi gravemente in difficoltà “In un’epoca in cui esistono una precarietà strutturale, una disoccupazione dilagante e delle aspettative continuamente frustrate, far presa sulla voglia di riscatto della nostra generazione è semplice”. L’anello debole del sistema non è più (esclusivamente) rappresentato dal fruitore finale (i bambini da aiutare) ma divengono i giovani disoccupati e sottoccupati.

L’impresa che nel libro ho chiamato “Serpente marketing” ha una struttura piramidale in cui “chi sta su” guadagna percentuali sugli altri (arrivando a cifre stratosferiche), mentre “chi sta giù” lotta in continuazione, mettendo in pratica tecniche di vendita affilatissime che vengono insegnate, come in una setta, alla Serpente” La “benzina” che muove le persone è quindi rappresentata dalla speranza di poter arrivare un giorno nelle posizioni alte e guadagnare, di conseguenza stipendi elevati.

Dopo due anni a Roma, con una tale esperienza sulle spalle, il mio ottimismo scomparso da tempo e in una crisi ormai costante, sono ritornato in Spagna”, dove evidentemente queste situazioni sono assenti o di gran lunga meno frequenti. Amaro ritorno anche se non privo di preziose indicazioni per Francesco e i suoi lettori.

E’ inutile esporre un giudizio moralistico relativo alla triste esperienza di Francesco! Il mondo, anche quello delle ONLUS, non può rivelarsi dicotomico, bianco nero. Ma alcune brevi considerazioni sono sicuramente possibili.

Un gradino appena più giù del “marketing del dolore” si pongono le ONLUS che investono la maggior parte del proprio budget in stipendi per personale amministrativo e dirigenziale risiedente nel nostro Paese. Sono organizzazioni che si auto alimentano.

Altre iniziative, ben più stagionate d’anni e organizzativamente complesse, hanno modificato profondamente lo spirito dei fondatori. Penso alla Compagnia delle Opere per il versante religioso cattolico e la Lega delle Cooperative per l’area culturale di sinistra e progressista. Entrambe sono sorte per aiutare i lavoratori o le persone svantaggiate, trovandosi oggi a gestire le imprese con pieno spirito capitalistico, in grado di condizionare la politica e le pubbliche istituzioni.

Queste situazioni esercitano un effetto negativo sul vero capitale umano sociale, l’unico collante interclassista ed interculturale, la “speranza di aiutare chi è in difficoltà percependo uno stipendio dignitoso”.

 

ELOGIO DELLA PAZZIA

 

Contributo a cura della Redazione di MY Private MIND

 

Domenica scorsa i milanesi hanno scoperto Piazza Castello e le vie adiacenti, non più depositi di lamiere ma isole pedonali. Come è consuetudine in questi casi, moltissimi i curiosi e gli entusiasti, qualche dubbioso e pochissimi contrari.

Per una volta la rete social non si è posta all’avanguardia! E’ in pieno svolgimento, anche se sottotraccia, una furibonda campagna di opposizione alla Delibera della Giunta da parte di alcuni blogger milanesi. E’, anzi, in corso una raccolta di firme volta al ripristino delle condizioni viabilistiche preesistenti. “La decisione presa convoglia” – questa in sintesi la critica -”tutto il traffico della zona lungo un unico percorso viario a doppio senso, disturba le nostre vite e quelle dei lavoratori (negozianti e tassisti)”. Inoltre, ”non bisogna penalizzare chi ha la fortuna di risiedere in zone alto borghesi della città”.

In risposta a queste lamentele abbiamo levato lo sguardo, non al cielo, ma agli edifici ed all’ambiente urbano interessato dal provvedimento. Foro Bonaparte, Piazza Castello e Via Orefici, rappresentano sicuramente le zone più chic e sontuose di Milano (anche se l’aria non é certo salubre). Fatto salvo un edificio di proprietà del Comune prospiciente il Castello, i proprietari dei palazzi sono ben più che benestanti, siano essi singoli o società. Un po’ come abitare in Piazza Duomo a Firenze, Piazza Navona a Roma… I palazzi, alcuni dei quali edificati addirittura all’epoca napoleonica, possiedono ampi giardini interni utili al parcheggio delle auto.

L’area resa pedonale, una volta tanto, é ben servita dai mezzi pubblici! Il quartiere è attraversato dalle Linee 1 (Rossa) e 2 (Verde) della metropolitana, mentre la linea 3 (Gialla) corre nella vicina Piazza Duomo, esistono ben tre stazioni della MM nel raggio di duecento metri, almeno due linee tranviarie e molte altre di bus urbani. Questo servizio pubblico non è forse sufficiente? A 200 metri sorge la Stazione Cadorna delle Linee Nord, come dire l’hinterland è a portata di mano.

La città stessa è oggetto (e soggetto) di profonde modifiche nella mobilità urbana. L’isola pedonale (fatto salva una unica via di gran scorrimento, come si è detto) collega l’immenso polmone verde del Parco Sempione (dall’Arco della Pace al Castello Sforzesco compreso) a Via Dante, Piazza Cordusio, Piazza Duomo sino a San Babila. Si è venuta a creare un’isola, pedonale e ciclabile, lunga oltre due Km. Nessuna città europea, in periodo non bellico (quindi senza approfittare di distruzioni violente, guerre o eventi naturali) è riuscita ad immaginare ed attuare un disegno simile.

Le critiche riguardano i parcheggi dei residenti e, sotto sotto, l’idea che a approvare la delibera sia stata una Giunta di centro sinistra. Risibile critica! Le giunte di centro destra precedenti hanno deliberato, con la scusa di reperire posti auto, autosilo in luoghi di gran pregio artistico quale Piazza Sant’Ambrogio (dove esisteva un cimitero paleocristiano) o Porta Garibaldi, per esempio. Con i conseguenti contenziosi con le Associazioni di cittadini, le ditte costruttrici e sicuro danno economico. Per esempio, il famoso teatro Smeraldo ha chiuso i battenti anche per l’impossibilità di accedere da parte del pubblico causa lavori prolungati di scavo.

Alcune scelte, in tutti i casi, specie per quanto riguarda l’arredo urbano dell’isola pedonale, possono non piacere. Non è semplice adattare una viabilità ed una estetica stratificate da decenni.

Gli scettici avranno modo di toccare con mano i vantaggi anche economici e contribuire alle migliorie ed al bene comune. Resta la verità incontrovertibile che alcuni settori della società e della politica milanesi propugnano il ristabilimento del traffico ordinario accampando frasi stereotipate quali, “bisogna studiare soluzioni più razionali”, “la giunta comunale si rivale sui ricchi”.

Questa apparente afasia perniciosa può essere fatta risalire, a nostro avviso, all’assenza di dibattito costruttivo sui social network. Non è sempre stato così! Quando, per edificare l’attuale sede della Regione, Palazzo Lombardia, un gingillo costoso ed inutile visto che il Pirellone era ed è praticamente vuoto dopo lungo e costoso restauro, si sono tagliati centinaia di alberi in via Melchiorre Gioia, molti cittadini si sono levati a protestare anche sui social, si sono svolte iniziative ad alto impatto sociale. Purtroppo, gli interessi economici della Giunta Regionale prevalsero ma ad un prezzo politico piuttosto salato.

Perché non si trasforma questa energia latente, eppure potente, in forma di proposte costruttive? Anche se, indubbiamente, alla fin fine la politica deve poter deliberare zone pedonali, rivoluzioni della circolazione stradale e migliorie della qualità della vita, potrebbe ben farlo con il contributo e la collaborazione dei cittadini di qualsivoglia colore politico.

Bisogna rivendicare la pazzia di osare un cambiamento condiviso, collaborativo, indipendentemente dal colore della Giunta. La Politica non dovrebbe mai rivelarsi ostile al buon senso e alla tutela della salute dei cittadini.

 

ORTENSIA RAKAR E IL LADRO DI ANIME

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Mariateresa Izzo poteva ambientare il proprio romanzo solo a Trieste, una città ancor oggi avvolta dall’ambiguità culturale e storica. Caratterizzavano quegli anni triestini l’atmosfera decadente fin de siecle che già presagiva la fine di una epoca, l’Ulisse di James Joyce, l’affermarsi dell’indagine psicoanalitica in pieno sviluppo a Vienna. Queste percezioni rappresentano lo sfondo del romanzo, per lo meno nella nostra memoria di lettori.

Ortensia Rakar e il ladro di anime (Youcanprint, 2014) si rivela un genere di contaminazione: non totalmente horror, noire, poliziesco e..storico o di costume Esso raccoglie ispirazione da ciascuno di questi generi senza escludere gli altri e lascia la scelta al lettore di avventurarsi in un mondo torbido ed ambiguo, appena mascherato da una patina borghese.

Italiani, slavi, austriaci convivono nei differenti ruoli, occupazionali e di classe, che il destino (e l’autrice) riserva loro. Nobili, alti funzionari amministrativi, capitani marittimi, bambinaie e servitori, tenutarie di case di tolleranza, tutte le loro esistenze si raccolgono in una trama complessa e sottilmente avvincente che avviluppa un delitto orribile e misterioso.

Si intrecciano le esistenze di Valerio Rosati, un giudice dal comportamento intimo e personale assai discutibile, in apparenza il Caino predestinato; di Ortensia Rakar, la protagonista, madre affettuosa e moglie infelice, pur essendo tentata di accettare la corte di un altro uomo; Duilio Rosati, padre del bel Vittorio, il vero Caino, assassino per interposta persona di belle prostitute e brutale abusatore; Greta la fedele governante di casa Rosati, e l’artefice di un delitto orrendo, Guido Canciani, sottoufficiale dell’esercito asburgico disonorato e avido. Attorno a questi personaggi principali si muovono l’Ispettore Bruno Tenze e una moltitudine di personaggi solo apparentemente minori.

La vicenda ruota attorno ad un rapporto di odio amore che lega la giovane Ortensia all’avvenente Valerio. Il loro rapporto è caratterizzato da incomprensioni, umiliazioni e crudeltà, con un esito imprevedibile. Evento scatenante il ritrovamento, nelle acque del porto di Trieste, del cadavere di un uomo cui hanno mozzato le mani, un anello di proprietà dei Canciani e …misteriosi pacchetti indirizzati al giudice

Le indagini dell’Ispettore Bruno Tenze porteranno scompiglio nell’ordinata vita di Ortensia e ancor più angoscia ed inquietudine nella misteriosa vita segreta del marito. Valerio Rosati, oggetto di atroci sospetti, sarà arrestato ma, sia pure a rischio della vita, dimostrerà la propria innocenza.

La penna accorta di Mariateresa Izzo guida sapientemente il lettore attraverso un groviglio di vicende che non desidero ripercorrere per non rovinare ai lettori il brivido della scoperta. Centrali appaiono, a mio avviso, i sentimenti, le aspirazioni e le vicende di una borghese lontana mille miglia dal presagire la prossima fine della Belle Epoque. Mariateresa Izzo attribuisce, tuttavia, ad Ortensia emozioni, bontà d’animo e l’inquietudine temperata dall’intuito femminile sovente assenti al giorno d’oggi. Non è una eroina ma una donna con dei principi e delle passioni.

Con tratti limpidi il romanzo descrive le licenziosità e lo squallore di un mondo nel quale, con un nonnulla, una bella ragazza poteva piombare dalla speranza di un buon matrimonio alla vita (relativamente) privilegiata in un bordello di lusso per finire avvelenata vilmente….Questo è il caso della Parigina, di cui Valerio, giovanissimo, si era perdutamente innamorato e perduta a causa del padre di lui Duilio.

Le conclusioni del romanzo non presentano un vero lieto fine. “I percorsi scavati dalle passioni e dalle sfide dei personaggi che stiamo lasciando promettono di mescolarsi ancora ad altri incontri ed a nuovi eventi…” Valerio ed Ortensia, ciascuno per sé, si ritroveranno o troveranno nuovi e più felici destini? Riusciranno entrambi a dimenticare gli eventi tragici e il mondo triestino borghese di cui sono stati protagonisti?

Lo stile narrativo è chiaro, conseguente, discorsivo ed il ricorso ai flash back moderato. L’aver evitato, fortunatamente, un eccesso di particolari horror pone in risalto le motivazioni dei crimini: avidità, gelosia e crudeltà, tutti sentimenti ed impulsi che albergano nel cuore dell’essere umano.

 

JENNI CORALLO: TRA VITA E AMBIGUITA’

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

Ogni scelta editoriale comporta rischi! Importante è rendersi consapevoli della loro esistenza, sfidarli con il buon senso e restituire ai lettori le informazioni ottenute.

Assieme alla collaborazione decisiva, per coraggio e lucidità di analisi, di Grazia Favata, la Redazione di MY Private MIND ha proposto giornalismo d’inchiesta: verificabilità delle fonti, interviste, considerazioni generali che travalicassero e integrassero il libro di Jenni Corallo Irrequieta di sera, in tutti i casi piacevole da leggere e ben scritto.

Malgrado MY Private MIND fosse (sia) un blog di recentissima creazione, pressoché sconosciuto al grande pubblico, il successo in termini numerici di contatti e qualitativi degli interventi dei lettori, si è rivelato sorprendente. La Redazione non ha certo peccato di sensazionalismo!

Inizialmente temevamo di provocare attenzione morbosa (dopo tutto i social traboccano di immagini, prevalentemente declinate al femminile, cariche di erotismo più o meno esplicito o di allusioni) oppure di cadere nell’indifferenza (la tendenza imperante è quella di soffermarsi di rado su informazioni o contributi appena più lunghi del necessario, nell’ansia di avere tutto e tutti sotto controllo). In realtà, i lettori ci hanno premiati con fiducia e attenzione!

Ci soffermeremo su due argomenti meritevoli di considerazione.

Un certo numero di conoscenti ha espresso verbalmente opinioni, non importa se positive o negative, sull’insieme del reportage. Hanno letto con attenzione gli articoli evitando di apporre commenti o annotazioni sul blog. Da un lato questo atteggiamento é un sintomo, in apparenza secondario e poco appariscente, della più ampia crisi dei social network (fb per primo), fondati per rendere fluida e personalizzabile la comunicazione sociale ed ora, molto spesso, carenti di contraddittorio. Inoltre, e la Redazione di MY Private MIND è esente da responsabilità, si avverte una diffusa resistenza ad esprimere opinioni.

E’ solo possibile accennare alla seconda cruciale critica che potremmo declinare nella seguente forma: “Il sesso vissuto nelle forme proposte da Gleeden, webcam e al massimo un unico appassionato incontro, sarebbe sostanzialmente virtuale e in qualche misura disincarnato”.

Questa affermazione non è corretta. L’intervista ed il libro parlano, invece, indiscutibilmente di relazioni concrete, di vita, nelle sue forme dolorose e gioiose. La webcam svolge sicuramente un ruolo, creando una esistenza sessuale nuova, né fisicamente del tutto tangibile e neppure resa del tutto virtuale. Parlarsi e godersi l’un l’altra su webcam attiva, in tutti i casi, comportamenti altamente erotici ed autoerotici reali, eccita sin l’ultimo e più piccolo dei muscoli.

Nella relazione che si instaura tra Angela e Z, sesso ed erotismo amalgamati con l’emotività, sono ben lungi dall’essere virtuali. Difficilmente, dopo aver letto Irrequieta di sera, è possibile proclamare la virtualità della relazione!

Una realtà incontestabile é stata tuttavia sottaciuta, forse sminuita con il silenzio, nei commenti dei lettori (non negli articoli da noi pubblicati). Gleeden rappresenta nel nostro Paese (in apparenza familista e tradizionale per eccellenza) la cartina di tornasole, da decenni ampiamente positiva, della crisi del rapporto di coppia “ufficiale”. La crisi coinvolge in pieno il rapporto tra maschio e femmina.

Lo dimostra l’immobilismo delle compagne degli uomini di Gleeden. Tutte presentano una notevole incapacità di leggere la situazione creata dai continui tradimenti. Tutte non sono in grado di interpretare e risolvere in modo costruttivo la situazione affettiva e erotica piuttosto difficile. Z, oltre ad essere sposato (magari con figli), ad avere una amante, a lavorare e svolgere attività di volontariato, instaura la relazione con Angela. Solo dopo molto tempo sarà messo alle strette dalla consorte e si limiterà a moderare (non sospendere) la propria attività amorosa.

Riproporremo prossimamente gli articoli per (ri)aprire un dibattito sulla criticità nel rapporto maschio femmina, uomo e donna, la vera grande rivoluzione del costume italiano degli ultimi decenni. Ed i lettori assieme alle lettrici potranno apportare un contributo, grande o piccolo non importa, sicuramente centrale perché non tecnico ma esistenziale.

Una vignetta apparsa su fb in questi giorni mostra un marito di mezza età, a torso nudo, che su webcam pronuncia parole mielose ad una sconosciuta (presumibilmente giovane)..mentre la moglie, corporatura massiccia ed in vestaglia, guance arrossate d’ira, si avvicina minacciosa, con in mano il manico di scopa (“avrai detto che sei da solo?”).

Avranno ragione la moglie della vignetta o Angela di Irrequieta di sera?

 

LA GUERRA DI UGO E DEL LUIS: LA STORIA IN DIRETTA

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Claudio Villani, poeta, attore e… prestinè (fornaio in milanese), offre molto allo spettatore con l’opera teatrale e, con il DVD che ne trae spunto! La sua è narrazione, musica, testimonianza e presenza fisica (il silenzioso Ugo). La guerra di Ugo e del Luis travalica persino i monologhi di Marco Paolini, con la straordinaria voce e verve interpretativa di Francesca De Mori, l’affermarsi soffuso e pregnante del paesaggio lombardo nebbia, nevischio e un velo di malinconia.

Claudio Villani ha tratto ispirazione da una situazione decisamente incresciosa, un ricovero presso l’ospedale milanese Niguarda per una grave malattia. In quell’occasione egli raccolse le confidenze di un altro ricoverato, Luigi Panigazzi, alpino sopravvissuto alla tragica ritirata dal Don. Dopo oltre trenta anni egli conobbe Ugo Balzari che gli raccontò ulteriori particolari in altra prospettiva.

Lo sfondamento del fronte del Don ad opera dei russi, nell’inverno del 1942, aveva condotto all’accerchiamento delle Divisioni Alpine, resa inevitabile la ritirata. Una armata senza più mezzi di trasporto se non il cosiddetto “cavallo di San Francesco”, poche armi e scatolette fredde, alla disperata ricerca di salvezza.

Un minuscolo gruppo di alpini, distaccato dalla colonna principale, una dozzina in tutto, si trascinava a piedi nel deserto bianco. Due, tra cui Luigi Panigazzi, il protagonista del racconto, furono inviati a sorte in missione: l’obiettivo era recuperare cibo caldo, trovare riparo e, se possibile, ottenere informazioni sul grosso della Divisione.

La fortuna si materializzò sotto forma di una isba isolata, povera e inquietante. I due alpini allo stremo, incerti ma disperati, bussarono titubanti. Fortunatamente, non aprirono dei soldati nemici ma una giovane contadina con due bimbi piccoli, il marito, probabilmente, era partito per la guerra. Lo stupore generale alla fine si stemperò in un’accoglienza semplice ed efficace, sotto forma di latte caldo, pane..La mucca, riparata al piano superiore dell’isba, offrì latte anche per gli altri alpini della compagnia sicuramente al gelo.

Un episodio a lieto fine, dunque? Sicuramente per i due alpini ma non per i loro compagni giustiziati con un colpo alla nuca (russi, tedeschi, rumeni non si sa). Mors tua vita mea: il confine tra vita e morte era veramente sottile in quella ritirata!

Francesca De Mori ha eseguito Blowing in the wind di Bob Dylan, una voce lieve e da brividi la sua che ci riporta nel bosco di Zerbolò, Parco del Ticino, che inizia ad accogliere i primi fiocchi di neve. L’incedere lento, sottile, della cantante, pone in risalto la nebbia che romanticamente ovatta e cela il paesaggio.

Il secondo atto del dramma chiama in causa Ugo Balzari, intento a scrutare in silenzio Claudio Villani, voce narrante. Dopo lo sfondamento del fronte del Don ad opera dei russi, la marcia si sgranò lenta lungo l’immensa pianura gelata. Un cammino che si interruppe improvviso, quando gli alpini si videro piombare addosso un nugolo di carri armati T 34 russi. Era il culmine della battaglia di Nikolaijewka, quando il Corpo Alpino spezzò la morsa delle truppe russe.

Si moriva come quel povero padre di famiglia di Varese, giornalista, schiacciato assieme alla amata Olivetti, oppure si tentava una fuga disperata” – questa la terribile alternativa. “Ma fuggire dove se i russi tenevano sotto tiro con le mitragliatrici l’intera zona?” Ugo chiese silenziosamente scusa alla madre per il dolore che di lì ad un attimo le avrebbe procurato, tanto era sicuro di morire! Ma Dio, o il destino, non vollero la sua vita!

Gli si parò davanti improvviso un cavallo folle di terrore, disarcionato, con una corda al collo come redini. Ugo, che non aveva mai cavalcato, gli balzò in groppa e lo spronò selvaggiamente, forse uno incoraggiando l’altro. Il nemico sparò ma la salvezza era raggiunta.. “L’Ugo era infine vivo ma con il cuore gonfio di amarezza si voltò ad accarezzare con lo sguardo la povera bestia destinata a morte certa a 40 sotto zero.

Immaginiamo ora, comodamente seduti in poltrona, l’animo del povero alpino, ad un passo dalla morte mentre i peccati commessi gli balenavano in mente in una richiesta di perdono a Dio. Magistrale la scelta di Francesca De Mori di eseguire Il testamento di Tito, Con minor rabbia, sicuramente, rispetto all’interpretazione di Fabrizio De André, ma con una esibizione gonfia di vita, la vita dei poveri a cui Dio concede la grazia della vita.

Il terzo frammento ci ricorda la luce di Don Carlo Gnocchi, un prete che in ogni occasione riusciva a coniugare essenzialità e bontà. Nella pianura punteggiata da cadaveri, italiani e russi forse tedeschi e rumeni, molti dilaniati dalle esplosioni e dai cingoli, “provammo a ricomporne i corpi per garantire una sepoltura dignitosa e conservare le piastrine di riconoscimento. Quando gli rimproverarono perché benedicesse anche i russi, i nemici, egli ci rispose: “Lì non esistevano nemici ma solo creature di Dio””.

La guerra di Piero, una delle canzoni più toccanti di Fabrizio De André conclude il filmato e la rappresentazione teatrale. L’esecuzione di Francesca De Mori, Donna e artista in un mondo prevalentemente maschile quale quello degli Alpini, ci consegna una poesia di pace e libertà.

 

GRAZIA FAVATA E IL PUNTO DEL PUNTO ZERO

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Un titolo quantomeno originale, Il punto del punto zero, di Grazia Favata, per un argomento che potrebbe impensierire persino un erudito enciclopedico: é possibile abbracciare la totalità della vita umana, il cordone ombelicale dell’esistenza che offre linfa vitale alla spiritualità, fisicità e quotidianità?

 

Grazia Favata ha il merito di evitare opportunamente il modello moralistico e di facile consultazione proposto da Le opere ed i giorni di Esiodo, il prototipo dei manuali buoni per tutte le stagioni e di filosofia spicciola destinati al conseguimento di una vita indubbiamente “felice”. Le sue parole sono dettate dall’esperienza personale e non pretendono di raggiungere l’univarsalità.

 

La sua scrittura è semplice, non semplicistica, preambolo immediato, concreto e non disarmante: “Parto da me, dal punto più piccolo che possiedo “Il Punto del Punto Zero”. Le considerazioni si trasformano in una sorta di dialogo con sé stessa, sorta di meditazione colloquiale con i lettori.

 

Nell’antropologia personale di Grazia Favata possiamo individuare il frutto di lunghi viaggi, turistici e dell’anima, nella sua città d’elezione, Palermo, e all’estero.

 

Tessendo un sottile filo d’ironia l’autrice espone un metodo di lavoro curioso ed accattivante nel contempo: “E se IO sono IO, in fondo, chi sono IO”. Non dobbiamo partire da quanto ci viene imposto dall’esterno ma da noi stessi. Non è certo facile, oggi come in passato, resistere alla pressione che ci condiziona sin dalla nascita, direttamente o per opera dei nostri genitori . Per crescere e affermarci positivamente “non è importante il mezzo che ci conduce, importante è che sia senza manipolazioni o condizionamenti esterni”.

 

L’affermazione “nel nostro immenso Mondo c’é posto per tutti e per tutto” appare quindi una grande apertura di credito all’Umanità di sé stessa, di ciò che è stata ed ora é, e dei lettori, esistenze sconosciute eppure concretamente presenti nel suo cuore. “Fedeli e infedeli… credenti e miscredenti…tutto è buono se rientra nella mia scelta di buono”.

 

Se dobbiamo prendere decisioni esistenziali importanti “mettiamoci a sedere su una dura pietra e prendiamo in mano la nostra bussola”. Scegliere nell’esistenza non è mai agevole, richiede coraggio, evoca insicurezze intime e la “pietra” rappresenta la metafora efficace ed efficiente della presa di coscienza.

 

Grazia Favata, sin dall’inizio, è dunque chiara, esplicita con i lettori. Se il lettore / la lettrice desidera far proprie le indicazioni di Il punto del Punto zero con onestà di spirito e esiti soddisfacenti, dovranno intraprendere un cammino faticoso e carico di responsabilità, verso sé stessi ed il prossimo. Pur evitando la sofferenza, la comodità concede ben poco alla vera crescita!

 

L’energia (vitale), descritta ripetutamente da Il punto del Punto zero, è il motore primo del cambiamento e della crescita personali. Si tratta di energia che non corrisponde esclusivamente alla forza fisica ed alla potenza psichica e intellettuale, singolarmente considerati. Wilhelm Reich, la cultura orientale, Gustav Jung e altri autori ci soccorrono anche se solo in parte.

 

Nella creatura umana, ed il testo di Grazia Favata lo dimostra con dovizia di particolari, corpo e mente, spirito e materialità si compenetrano ed integrano, senza che nessun elemento si affermi sugli altri. Siamo contenitori non passivi di energia: possiamo sfruttarla al meglio, dissiparla e investirla seguendo un processo vitale universale. L’Umanità è in cammino lungo questo percorso di crescita, ed ogni individuo troverà la propria via!

 

I singoli brevi capitoli del testo sono alleggeriti e resi utilmente malleabili per il lettore da un abile equilibrio di teoria generale e concrete esperienze umane. La vita, in questa prospettiva, è fatta dall’acquisto problematico di tende da sole, di ragazze belle che si percepiscono brutte, di solitudini autoimposte e matrimoni allontanati con orrore.

 

La narrazione si muove agevole tra i due poli senza propendere decisamente per uno o per l’altro. Cosa sarebbe la vita governata esclusivamente dalla teoria se non sterile tecnicismo e come potremmo definire l’esperienza concreta se non la inquadriamo in una prospettiva generale più ampia?

 

Scorrono rapidamente ed efficacemente argomenti particolarmente interessanti e originali, meritevoli di approfondimento: esiste un corpo anemico ed uno astrale che determina lo stato emotivo, l’Aura è il nostro secondo corpo, le esperienze sensoriali ci connettono alla realtà, i chakra ed il potere del Sole, della Luna e dei Pianeti influenzano il nostro corpo e la nostra personalità.

 

In questa prospettiva Grazia Favata si focalizza tra due poli contrapposti. Da un lato la gentilezza come mezzo che conquista, la preoccupazione (nel senso di pre occuparsi, preoccuparsi prima) al fine di raggiungere una vita migliore, Dall’altra il potere negativo esercitato dalla menzogna e gli spiriti maligni generati dai nostri pensieri (per esempio, satanismo, bigottismo, ateismo e stregoneria).

 

Un pendolarismo vitale che possiamo riassumere con le parole dell’Autrice che noi ci sentiamo di sposare. “Mettiamo nello zaino solo l’essenziale e bruciamo concetti che ci chiudono e ci limitano, perché conducono all’ignoranza”. “ Importante approcciarsi ad ogni cosa, osservarla, analizzarla e scartarla, se del caso: magari solo dopo avere preso il meglio, se questo è il percorso del nostro bene”.

 

Questa decisione rassomiglia ad un seme, quasi invisibile. Ma “è un punto, è uno zero, quello che bisogna piantare nell’orto della nostra terra, scaldata dal sole (di Sicilia)”.

 

 

 

 

POMPEI HA ANCORA UN FUTURO NELL’ITALIA DELLA CRISI?

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Ho visitato Pompei ed Ercolano più volte, l’ultima anni or sono. Ero un granello tra lo stuolo innumerevoli di turisti pazientemente avviati alla visita, italiani e stranieri, di ogni nazione e cultura.

Se gli scavi erano in condizioni precarie (intere zone transennate), l’organizzazione e la gestione delle vie di accesso quasi scandalosa. Per giungere alle biglietterie (con biglietti, allora come oggi, dai costi assurdamente bassi) era necessario superare falangi di baracchini di panini e bibite, guide ufficiose, persone intente a chiaccherare del più e del meno che ostruivano il passaggio, auto e bus turistici male parcheggiati.

All’interno degli scavi i cestini dei rifiuti traboccavano, i bagni erano sporchi ed intasati, la tavola calda in condizioni mediocri e il cibo appena passabile. Branchetti di cani senza padrone si aggiravano in cerca di cibo, i custodi erano intenti ad indicare a turisti concupiscenti i bordelli dell’antica Pompei ed i falli sparsi ovunque invece di verificare che i vandali non lordassero e scrivessero sui muri.

Se la Villa dei Misteri era stata restaurata dopo il terremoto, alcune zone erano state riaperte dopo i restauri, persino alcuni peristili erano simili a quelli dell’antichità, stavano ricostruendo sconciamente (non restaurando) il teatro (cemento e dehor stile holywoodiano) mentre le ruspe non rispettavano né muri né turisti. Bei tempi quando nel 1972 i Pink Floyd si erano esibiti a Pompei e la svelarono alla generazione hippy. Ero tra il pubblico (anche senza essere figlio dei fiori) e conobbi la città così, divertendomi!

Dopo la mia ultima visita, gli anni della crisi economica e di valori, come appare la situazione al di là della retorica nazionale ed internazionale? Sì, Pompei è unica, inimitabile e una risorsa per il Paese! Ma per quanto tempo istituzioni e abitanti della Campania, gli Italiani, sapranno preservarla? Le ultime informazioni sono inquietanti. L’ultima, in ordine di tempo, è data dalla costruzione di un grande centro commerciale su parte della Pompei ancora sepolta. Che resti sepolta è auspicabile, se preservata per le future generazioni, ma obliterata per sempre sotto le colate di cemento… E le Istituzioni dormivano forse? Sindaco, Sovrintendente e Ministero erano a conoscenza?

Il nostro Paese, innanzitutto gli abitanti della Campania e dell’Agro Nocerino, desiderano preservare l’area archeologica di Pompei, la prima industria (per di più non inquinante) di un ampio territorio carente di attività produttive? Senza dubbio, come affermava mia nonna, “il medico pietoso rende la piaga cancerosa”. L’epoca dei Commissari straordinari è tramontata per sempre, quanto quella dei convegni buoni solo a pagare i relatori e a dimostrare che “si lavora per salvare Pompei”. Il restauro edilizio e degli affreschi, la storia della città, non riserveranno molte sorprese.

E’ necessario tornare alla gestione ordinaria, semplice e fattiva!

Avanzo brevi proposte sulla base di quanto ho toccato con mano in anni di viaggi, nel Nord come nel Sud Italia ed all’estero, e di lunghe conversazioni con conoscenti ed amici appassionati di arte. Per salvare Pompei sono indispensabili persone competenti, dal punto di vista professionale, entusiaste, e direttive politiche e di sicurezza adeguate.

Si dovrebbe affidare la gestione tecnica e, soprattutto, di immagine ad associazioni notoriamente dedite da moltissimi anni alla valorizzazione disinteressata di siti d’arte e cultura italiani. Penso ad Italia Nostra e al FAI (Fondo Ambiente Italiano) che hanno salvato e resi economicamente produttivi monumenti e luoghi quasi in rovina senza stravolgerne il significato simbolico: villa Balbianello sul Lago di Como, villa Necchi Campiglio a Milano, la Fonte greca di Agrigento, con il coinvolgimento di tecnici ed architetti di alto livello, italiani e stranieri, giovani e non solo, UNESCO, volontari e studenti di tutte le età.

Il Responsabile degli Scavi (volenti o nolenti una figura unica che possa prendere le decisioni importanti come era Fiorelli, il vero scopritore di Pompei, e renderne conto alla comunità scientifica, al governo ed alla comunità nazionale) sarebbe affiancato dal Sovrintendente (in prima persona) e dal Ministro dei Beni Culturali che dovrà visitare per riunioni deliberative Pompei ogni mese. Una commissione di tre o quattro Dirigenti ai massimi livelli tenuti a relazionare sull’andamento dei lavori ogni tre quattro mesi al Presidente del Consiglio ed all’opinione pubblica.

Il Direttore degli scavi, preposto all’organizzazione concreta e materiale della complessa macchina organizzativa, ogni giorno, ad orari imprevedibili, dovrà ispezionare gli scavi verificando la pulizia dei servizi igienici, il decoro dell’area con i cestini per i rifiuti vuoti, la gestione della mensa, con diritto di revoca o licenziamento in caso di inadempienza o disattenzione da parte del personale. Sarebbe già una gran conquista che ciascuno svolgesse al meglio il proprio compito, onorato e impegnato a svolgerlo!

Sarà, soprattutto, necessario spostare i custodi attuali in altri musei della Campania (salvo pochi professionisti eccellenti): troppi privilegi conquistati dai micro – sindacati, eccessive le richieste di vacanze (o l’assenteismo) nei mesi di alta stagione, troppi i custodi radicati su un territorio non privo di condizionamenti opachi. Si ingaggino giovani con ottima conoscenze delle lingue (ho assistito alla scenetta curiosa di un custode “spiegare” ad americani in napoletano verace una informazione pratica ), attenti e riconoscibili dalla divisa e in numero sufficiente.

Poste queste condizioni, sarà ben possibile portare i biglietti a 40 – 50 euro, offrire ad ogni turista una cuffia, con itinerari tematici, per la creazione di percorsi personalizzati, magari cumulando Pompei Ercolano e Stabia in giorni differenti. Le guide ufficiali e diplomate dovrebbero essere le uniche riconosciute e riconoscibili da tesserino e distintivo.

All’Amministrazione comunale di Pompei spetterebbe il compito più ingrato: l’allontanamento dei venditori abusivi di souvenir o cibi cotti, di baracchini inutili, del posteggio dei bus (come pure delle auto degli abitanti locali). Si toccherebbero potenti interessi ma non si tema di perdere il favore della gente. I turisti, specie stranieri, se ben motivati, sono creature resistenti e sobrie, abituate a percorrere molta strada a piedi. Solo, non sopportano la confusione e i suk (a meno di trovarsi in Marocco ed Istambul). Anche scendere dal treno (il mezzo di trasporto più ecologico) richiederebbe un percorso agevole con indicazioni sobrie e chiare.

Le aree archeologiche internazionali greche, quali Olimpia, Delfi, Delo ed Epidauro godono di un’area di rispetto di circa 300 metri accuratamente monitorata dalle Forze dell’ordine (in Grecia, dalla Polizia Turistica severissima con abusi ai danni dei turisti e imbrattatori).

A Pompei sarebbe indispensabile destinare (almeno) una settantina di agenti, in divisa e in borghese, Polizia Carabinieri e Guardia di Finanza per un monitoraggio continuo all’interno ed all’esterno degli scavi. La popolazione dovrebbe comprendere che questa scelta non significherebbe sguarnire altre zone del circondario ma la difesa oculata dell’unica industria creatrice di reddito e non inquinante. La DIA, lo ammettiamo, dovrebbe controllare con grande attenzione il territorio: appalti, scavatori clandestini, tangenti in agguato.

La Francia con Mt San Michel, in Bretagna, ha investito con grande oculatezza sulla cultura. Di tre milioni di visitatori annui solo un milione accede all’abazia ad un costo tale che sono ben pagati gli stipendi del personale, i continui restauri dell’edificio e coperte le spese dei siti statali culturali minori necessariamente in perdita. E Mont St Michel non vale Pompei, Nè per arte e neppure come testimonianza storica.

La parte del leone dovrebbero, in tutti i casi, farla gli abitanti di Pompei (quelli moderni imitando almeno gli antichi gente serissima) dando il buon esempio. Togliendo implacabilmente il voto a quanti dilapidano la loro unica industria e lasciano andare in rovina quel poco (o quel tanto) della città antica che può essere salvata, sospendere i lamenti del tipo “che lo Stato non aiuta”. Lo Stato siamo noi e la classe politica locale e regionale si è rivelata fallimentare. Si inizi a non gettare per terra un banale scontrino od a rifiutare un voto di scambio.

 

AVVENTUROSA ADOZIONE INTERNAZIONALE IN UCRAINA

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

 

Il rischio concreto di guerra tra Russia ed Ucraina ha accresciuto il desiderio di conoscere meglio le vicende di questa coppia di italiani di mezza età, nel loro percorso (coronato da successo) di adozione in Ucraina.

La vicenda ha inizio nel 2003 allorché Paola, maestra d’asilo e Michele, artigiano manutentore (nomi di fantasia), partirono da un paese dell’hinterland milanese alla volta di Kiev. Tutte le autorizzazioni necessarie erano accordate e gli accorgimenti materiali (compreso il formaggio grana per gli ucraini) presi con cura. Ora mi accolgono nella loro abitazione dell’hinterland milanese, sobria e dignitosa.

Mi descrivete il viaggio?

Siamo arrivati a Kiev in aereo” -esclama Paola -” Una città con segni di passata grandezza ma prevalentemente molto ex sovietica con i palazzi un po’ cadenti! Una città così grande e animata di giorno, di sera piombava nella semioscurità. Quasi tutte le luci si spegnevano per assenza di elettricità. Abbiamo incontrato l’assistente sociale, la guida e l’autista…Gentilissimi! Poi è iniziata l’avventura”.

Dovevamo dirigerci a nord di Kiev, inoltrandoci per centinaia di miglia nella pianura delle cosiddette Terre nere (il suolo più fertile del mondo, uno dei granai dell’Umanità, la Terra degli Sciiti di Erodoto, ndr)” – prosegue rapido Michele -” Si viaggiava di notte su pessime strade ma, a parte questo, mi impressionava attraversare villaggi desolati, privi di illuminazione. Completamente immersi nell’oscurità”.

Quando siete arrivati a destinazione che realtà avete scoperto?

Ci siamo trovati di fronte un edificio grande e tetro, con mura scrostate” – prosegue un po’ turbata Paola -” Era l’orfanotrofio (di nostro figlio o figlia non sapevamo ancora) Forse una ex caserma sovietica. Quando siamo entrati l’odore e lo squallore sono stati altrettanti pugni sullo stomaco. Centinaia e centinaia di bambini e bambine di tutte le età ci guardavano stupiti, con sguardi senza speranza. Erano tutti / e figli di madri a loro volta istituzionalizzate, sovente alcoliste e sfatte nel morale e nel corpo, con padri differenti bevitori e violenti”.

Ci chiedevamo quale sarebbe stato il loro futuro, salvo quello dei pochi adottati senza speranze” -prosegue Michele commosso – ”I maschi saranno diventati degli sbandati, quelli che da noi sono chiamati piccoli delinquenti “ucraini, o russi”. Le femmine più carine saranno state scelte dalla mafia russa e avviate ai night, alla prostituzione delle nostre statali. Le altre, come le loro madri, intente a bere ed a farsi uomini diversi e filiare”.

Mi avete detto che, secondo le statistiche più aggiornate, in Russia, Ucraina e Bielorussia vive oltre un milione di bambini e bambini in queste condizioni…

E’ vero” -risponde Michele- “Sono tantissimi! Un solo pasto al giorno perché lo Stato non ha soldi e al tramonto tutti a nanna senza cena ed al buio, a farsi calore uno con l’altro. Manca il cibo e neppure la Chiesa ortodossa porta aiuto concreto”.

Come avete scelto il bambino?

In realtà i bambini che ci hanno scelto sono stati due, un maschio ed una femmina, di cinque e sette anni rispettivamente, Misha e Tanja” – prosegue rapida Paola -”Potevamo, con tutto il cuore, accettare solo loro due: nessuno li voleva perché già grandicelli e, appunto, in due. Subito io e Michele ci siamo guardati negli occhi: avremmo accettato e accolto entrambi!”

Come è andata la visita in ospedale, visita di controllo?

Li hanno portati in ospedale per le visite di routine” – prosegue Michele – “e per noi è stato un trauma. Non a causa dei ragazzi, fortunatamente stavano bene, ma delle condizioni dell’ospedale. Letti arrugginiti con vasi da notte anni ’30, siringhe monouso utilizzate fino a dieci volte, ascensori per i malati rotti da anni e i degenti portati a spalla da un piano all’altro. Fortunatamente sono artigiano manutentore e quindi un paio di porte sono riuscito ad aggiustarle!”

Si è verificato poi un secondo momento toccante. Quale?

Prima di partire con i bambini” – prosegue Paola – “li abbiamo accompagnati dalla madre naturale, una povera donna alcolista sfatta dalle gravidanze e dalla povertà. Si sono guardati, madre e figli, con infinita tristezza…Due destini che non si sarebbero più incrociati!”

Pochi anni dopo la vostra partenza l’Ucraina ha bloccato le adozioni internazionali. Per quale motivo?

Il dittatore appena scacciato da Kiev, Viktor Yanucovich, quello con il WC d’oro, diceva che “mai e poi mai un bambino ucraino sarebbe caduto in mano ai pedofili” ossia adottato da qualche coppia gay americana” – La voce di Michele è indignata e sprezzante -” Come se la vita di un milione di bambini e bambine valesse un pregiudizio. E la medesima scelta è stata adottata da Russia e Bielorussia. Su questa scelta ha soffiato la Chiesa ortodossa, gonfia di privilegi e di nazionalismo”.

Ora come vivono i ragazzi?

Dopo un mese avevano dimenticato il Russo…Poi, dopo un anno l’Ucraino (lo sanno ma non lo parleranno mai più, lo hanno relegato in un angolo del cuore)” – prosegue Paola -” Tanja ha passione per la scuola, studierà al Liceo Artistico”. “Misha è bravo” – conclude Michele – “aveva velleità di fare il calciatore ma il talento…Ora lo porto con me a lavorare..Certo, dei due, è quello che ha sofferto di più!”

L’intervista inaspettatamente non si conclude così! D’improvviso, è ora di pranzo domenicale, Paola e Michele mi fanno accomodare in sala e sulla tavola sobriamente imbandita troneggia una zuppiera di borshch ucraino fumante preparato da Tanja e Misha…Il dono della loro terra a un intervistatore di buona volontà!

 

CHAT EROTICHE

 

Contributo a cura di Grazia Favata

 

Sesso.

Se non c’è amore è altrettanto appagante?

Le donne, magari bigottamente, sono solite affermare che il sesso senza amore sia noioso e una squallida esperienza che si dichiarano contrarie a sperimentare.

I maschi, seppur schivi, desiderano la donna giusta d’amare, compagna di vita, sposa, amante e con la paziente docilità di una madre che li accudisca come figli tra i figli.

Il gioco è sempre quello, antico, anche se subisce il naturale evolversi della specie nella specie.

E, se è vero che i rapporti cambiano, cambiano i gusti e cambiano gli interessi, trasmutare nel virtuale diviene reale, anzi realtà.

La normalità diviene banale e si innalza il desiderio di qualcosa che sia eccitante e trasgressivo.

Che fare, allora?

Sesso in chat.

Da reale, per adeguarsi anche ai tempi, la sessualità diventa virtuale, per continuare a vivere, oltre la noia e oltre la routine.

Il fenomeno è in continua espansione e non riguarda solo uomini assetati di sesso o casalinghe annoiate in cerca del mitico principe azzurro.

Chat hot.

Calde, molto calde e dense di trasgressione.

E il fenomeno non è declinato al maschile, bensì al femminile, ove le donne fanno da padrone e godono di una serie di privilegi.

Prerogativa per single?

I fruitori possono segnalare abusi per un profilo che si è comportato superando i limiti del rispetto e del buon gusto in genere.

In particolare, alle donne è offerta la massima disponibilità. A loro è riservato di potere lasciare un giudizio sulle capacità dell’amante, creando una sorta di selezione e di segnalazione alle amiche del sito, con un vero e proprio passa parola se necessario.

Per proteggere i valori familiari, inoltre, un bottone di STOP interrompe i contatti sgraditi o chat a rischio di intercettazione domestica.

Le motivazioni?

Uomini e donne insoddisfatti dalla routine ed in cerca di allontanare la noia, magari per cercare stimoli atti a rinsaldare un matrimonio spento e logoro.

A sentire le donne, i loro amanti lamentano mogli e compagne molto avare a letto, riluttanti a concedersi completamente.

E dato che gli uomini si rammaricano di non essere curati dalle proprie mogli, dispiaciuti, arrivano colmi di desiderio a voler dare il massimo per fare contenta la “Lei” sconosciuta e riacquistare così la dignità di amante potente e virile.

A sentire gli uomini, invece, le donne che frequentano chat erotiche sono le stesse mogli avare e insoddisfatte che, velate nel virtuale, si concedono senza tabù, alla ricerca dell’orgasmo mai provato e dell’orgasmo perfetto.

Pericoli?

No, se lo scambio si arresta al virtuale, con godimento autogestito. Con il dubbio che si pone, dato che è virtuale, se doverlo considerare tradimento nel comune senso del termine.

Sì, se dal virtuale si passa all’incontro reale.

I rischi: delusione, violenza o, cosa ancora più grave, innamorarsi senza prendere amore.

No, anche per coppie, che vedono sempre le donne come protagoniste, magari accompagnandosi con i rispettivi mariti.

Entrare in una chat erotica è molto semplice.

Per iscriversi occorrono dieci minuti, immettere i dati, accettare un regolamento semplice e pagare, se si desidera comprare il meglio che offre il mercato, altrimenti molti siti sono assolutamente gratuiti con elevato rischio di tentativi di adescamento.

Infedeltà e, dunque, assenza di valori?

Visionando i vari siti, le parole d’ordine sono rispetto e protezione.

Rispetto.

Per trovare piacere con un uomo dietro l’angolo di casa, oppure una dolce amante asiatica in un altro capo del mondo.

Uomini e donne sposati o in coppia avranno l’opportunità di incontrarsi e di relazionarsi con gli infedeli di tutto il mondo.

Iscrivendosi, necessita dichiarare lo stato civile, dato che molti siti vantano di presentare esclusivamente profili reali di uomini e donne sposati, in coppia, o anche single, ponendo l’onestà alla base del loro lavoro.

Uno spazio privilegiato e segreto, ove una donna sposata o un uomo ammogliato possono trovare l’avventura per un incontro extraconiugale, con l’obiettivo comune e da tutelare della massima riservatezza.

Di certo, molto meno rischioso e meno complicato di avere un’amante reale e magari in ufficio!

Protezione.

Per la privacy e per a tutela dei dati personali. Molti siti, infatti, assicurano un team di moderazione per la tranquillità degli utenti durante la navigazione.

 

IRREQUIETA DI SERA

 

Contributo a cura di Grazia Favata

 

Esplorando il mondo delle chat erotiche, scopriamo una storia vera vissuta da una donna su Gleeden.

Una donna, Angela,  in carne ed ossa, descrive nel libro di Jenni Corallo,  Irrequieta di sera, la propria esperienza di vita, da leggere in un sol fiato per vivere appieno una esperienza che va oltre i confini del porno e dell’erotico a basso livello.

Irrequieta di sera” è il titolo, anche se la protagonista arriverà ad essere irrequieta a tutte le ore.

I moralisti, i benpensanti e i bigotti, grideranno allo scandalo dopo aver letto solo le prime due pagine, invocandone la censura, boicottandolo, per mortificarlo a scritto il cui unico valore è quello “di fare arrapare maschi e puttane in chat, per dare sfogo a istinti animaleschi”.

Ed è proprio ai bigotti in genere che consiglio la lettura di questo libro, per scardinare falsi preconcetti e moralismi, per andare oltre e vedere una delle tante realtà che appartiene al genere umano, anche se vissuta virtualmente.

Irrequieta di sera è la storia che si professa vera, di una donna professionista affermata, vedova e benestante, che dopo anni di solitudine, per non morire dentro, quasi per gioco, si approccia ad un sito, Gleeden, pensato da donne francesi.

Inizia così a navigare dentro se stessa, per scandagliare tutti i meandri che sono legati al primordiale e affondano le radici nel sesso.

Sesso per sesso ed Angela inizia l’esplorazione in chat.

L’approccio ad un sito concepito da donne la eccita. Lei che si è fatta da sola, in un mondo che ha sempre con dignità pagato, senza sconto alcuno con la moneta della verità, ora si sente libera e protetta.

Non è il solito sito per single sfigati e frustrati dalla vita, senza altra chance che l’approccio virtuale. Angela si iscrive ad un sito di incontri extraconiugali ideato e concepito da donne.

Si rilassa e si lascia trasportare.

Beve vino rosso o rum, si circonda di fiori e buona musica, indossa calze autoreggenti e gonnelle di pizzo e inizia a chattare da sera a notte fonda, con uomini diversi, gestendone abilmente anche dodici contemporaneamente.

Li eccita, fino allo spasmo, donandosi con devozione e semplicità, senza preamboli, senza pudore.

Ha un solo scopo. Uscire fuori dalla solitudine.

Cerca e concede intimità, senza troppi preamboli e niente smancerie ipocrite.

Il suo motto è;  solo una volta con uno stesso uomo.

E la collezione di membri maschili cresce a dismisura, in maniera spudorata e senza scrupoli.

Lei non tradisce, si gode solo i mariti delle altre, restituendoglieli più esperti e rinvigoriti.

Trasporto e passione per uno sconosciuto, di cui spesso non conosce il nome, avendo dimenticato di domandarglielo in preda a spasmi di puro godimento.

Soddisfacente. E’ sesso per sesso.

A notte fonda, dopo ore di intenso impegno in chat erotiche con uomini sempre diversi, soddisfatta e bagnata di umori, riesce a quietarsi ed a dormire tranquilla.

Un modo semplice per scacciare i fantasmi del passato. Lei è viva e non può continuare a morire nel ricordo di un marito che ha amato con profonda e fedele devozione. Anche i figli, ormai grandi, per seguire la loro vita sono lontani da lei.

Un modo semplice, per ricominciare a comunicare, dopo anni di silenzi e di pianti solitari.

Sperimenta un nuovo metodo di comunicazione e trova nella chat erotica di Gleeden un mezzo senza falsità e ipocrisie.

Si espande nell’essenza animale del corpo.

Si gode la libertà assoluta, che paga con la dignità del caro prezzo, perché ha il coraggio delle sue scelte.

Angela ha il coraggio di scegliere e di raccontare le sue scelte, anche se forti, molto calde e addirittura scottanti in certi ambienti.

Lei sperimenta una lingua universale, comunica col maschio al suo stesso livello, come una cagna per l’odore che sprigiona il calore, senza più aver paura dell’altro sesso, per scoprire che uomo e donna sono diversi ma complementari per accoppiarsi.

E lei, essere complesso e colto, riesce a spaccare in quattro la sua essenza di donna: Anima, mente, cuore e corpo.

E solo il corpo può concedere nella sua interezza, senza profanare la sua intimità.

Chiude a chiave, nel suo scrigno segreto, anima, mente e il cuore, che già sente consumato avendolo donato al marito perduto nella morte.

Nuda, eppure sempre coperta, si concede interamente con devozione, compiacimento, commozione e romanticismo.

Lei non è avara come le mogli dei suoi amanti che si negano con ammosciante rassegnazione e nel concedersi nella rituale posizione a candela mentre spengono la luce della fantasia, smorzando il gemito della vita.

Angela si dona, con tutto il suo corpo e ne gode facendo godere.

Aveva le idee chiare Angela, faceva sesso per sesso.

Come un marinaio navigato montava le eccitazioni nella chat dell’indecenza.

In una sera di particolare irrequietezza, inizia a chattare con Zeta, un maschio insolito, uno che mette tutto il suo coinvolgimento per portare su di giri una femmina on line.

Angela da femmina che annusa il maschio Alfa, ne viene attratta, anche se tenta di negarsi, volendo donare solo l’involucro di se e proteggere la sua anima inquieta.

Zeta è zucchero, miele e peperoncino, si dà e si nega, promette e mantiene, avido solo di essere presente a se stesso.

E’ caldo e rovente, il maschio che ogni femmina spera di avere, da possedere e per esserne posseduta, per appagare il desiderio più represso e più recondito.

Lui, puttana e puttaniere al massimo, sa prendere, nel tentativo di mostrare, prima a se stesso e poi agli altri, di saper dare.

Chiede tutto, non gli basta il suo corpo aperto, chiede il pass per ogni meandro, anche il più intimo, inconsapevole di portare amore che si traduce in delizia e tormento.

A Zeta poco importa, indifeso ed indifferente. E’ il padrone, raro come un principe, che promette di concederle l’orgasmo condiviso col suo maschio.

L’orgasmo che innalza al superiore, al Nirvana che non ha sesso ed è femmina e maschio, uomo e donna, essenza pura.

Ed è la mente che fa i conti che non ritornano, in un bilancio sempre in perdita e mai alla pari.

Sesso per amore.

Promessa non mantenuta. Promessa che era solo bugia. Zeta ha preso tutto, fanciullo inconsapevole di aver bruciato le ali alla farfalla, giustificando il gesto col niente, col vuoto, per una mancanza di responsabilità che si è venduta a molto e svenduta a poco.

Promesse, indolori, ma colme di tragedia. Chi ci crede non vuol pensare di avere solo e soltanto subito per una ennesima volta, senza soffrirne troppo per avere tradito se stessa e i suoi capisaldi.

Angela, colleziona godimenti di maschi, ma non tradisce. E’ chiara e cristallina nella sua spudorata verità, sin dalla prima chat o dalla prima telefonata.

E’ schietta nei contenuti della sua essenza.

Inaspettatamente, con un crescendo nella navigazione nelle maree degli orgasmi, lui è entrato dalla porta del corpo, dal sesso, per arrivare all’anima, al cuore, alla sua essenza più intima.

Suonano le note melodiose dell’unione di due corpi aperti all’infinito. Zeta affonda fino a svuotare le viscere aperte all’esperienza della sublimazione.

Razziatore con la potenza del selvaggio fanciullo, trascende di averle scombussolato l’esistenza.

Amore per amore.

Zeta brucia l’amore con il fuoco della passione, senza curarsi dello scarto della cenere.

Ma quanto costa l’amore, se poi non sa prendere e non sa dare?

E di chi è la colpa, se ha un senso cercarne le polveri smosse da mille brezze?

Angela accetta tutto, accetta anche il fuoco che brucia per l’assenza d’amore.

Da donna, oltre che femmina della specie appartenente al genere umano, riesce a gestire il senso di colpa che può pervaderla e riuscire a prevalere.

Consapevole delle strutture che la mente crea nel c.d. Sociale, scardina un meccanismo standardizzato che si esperie così: “Ad una puttana che si offre in chat a mille e uno sconosciuti, cosa vuoi dare, cosa vuoi promettere e mantenere?”

E se la sfida avesse preso il sopravvento, mortificando il credo di: amore per amore?

Lui l’ha voluta fino a quando era indifesa, pronto a proteggerla ma ora si dimostrava aggressiva e nulla più poteva darle.

Confessa di averlo attratto. Angela è bella, ricca, colta e desiderata da mille maschi. Lui è selvaggio, come animale che caccia la preda prescelta e la prende. Ora che l’ha sbranata, fatta a pezzi, non desidera più gli scarti del banchetto.

Angela ha la forza dell’idea dell’amore. Ha vissuto come poteva essere l’amore perfetto, se solo lui l’avesse amata.

Angela è consapevole del prezzo che costa l’amore per l’amore.

Con Irrequieta di sera, regala alle donne uno straziante urlo, invocandole ad essere consapevoli di come sia gratuito esercitare violenza sulla femmina.

Angela reagisce, non vuole farsi prevaricare dal senso di colpa.

Riesce a scardinare dentro di se stessa il sentimento comune al falso moralismo che vuole la vittima come causa della stessa violenza subita.

Dispensa unguento a tutte le donne condannate nei tribunali dei carnefici delle vittime, con le garanzie riposte nella retorica degli stolti. Angela oggi è sola, ma con la consapevolezza di distinguere e dare senso all’amore per amore, quello che coinvolge anima, mente, cuore e corpo, lasciando fuori i pregiudizi, che sono cibo per i benpensanti privati di sentimenti mai sperimentati.

Ciò che non brucia non scalda!

 

JENNY CORALLO E L’AMORE: GUARDA…IO SONO DA SOLA ORMAI

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

L’editoria autoprodotta, a torto sottovalutata, continua a sorprendere il lettore attento. Albatros Editore, infatti, ha pubblicato di recente Irrequieta di sera, scritto da Jenni Corallo (uno pseudonimo naturalmente) interessante e intrigante.

Chi di noi comprenderà appieno Jenni Corallo, donna misteriosa, sincera che per qualche aspetto misterioso ci interroga? Quali scelte esistenziali hanno suggerito ad una donna, madre e professionista di successo, di contattare Gleeden, orgogliosamente rivendicato come “un sito di tradimenti on line fondato e gestito da donne”? Il sesso, nel nostro caso, è puro diversivo dalle ansie quotidiane, scoperta e riscoperta della vita oppure trasgressione dalla morale ufficiale?

Sono interrogativi a cui tenterò di offrire spunti di riflessione a lettori che potrebbero rivelarsi inizialmente perplessi. Una intervista , la verifica delle informazioni raccolte e la lettura attenta del libro mio, oltre ad una certa dose di incoscienza, mi hanno consentito di rispondere sobriamente ai quesiti.

Quando hai preso in considerazione la possibilità di scrivere Irrequieta di sera?

Non molto tempo fa. I presupposti di base, tuttavia, sono scaturiti dalla mia vita a partire dall’infanzia”.

Desideri chiarire questa affermazione?

La mia è la storia di una (bella) bambina dai riccioli neri che ha subito un terribile trauma familiare, non è stata creduta dagli adulti per finire relegata in un collegio di suore. Mi ha salvata, condotta giovanissima a nuova vita, un uomo meraviglioso e bellissimo divenuto in seguito mio marito. Abbiamo trascorso oltre venti anni di vita in comunione e fedeltà, dediti ai nostri figli, cresciuti felici ed ora professionisti affermati. Ed io , nell’adorarlo, mi sono formata professionalmente e affermata”- Il tono di voce di Jenni Corallo cambia improvvisamente -”Poi la tragedia di una malattia degenerativa inizialmente non riconosciuta, una scelta a cui io non ho contribuito affatto (la vita si) l’ha allontanato definitivamente! Sono rimasta annichilita, ho trascorso tre anni da zombie. La mia vita non aveva più ragion d’essere!”

Quando si è verificata la svolta di Gleeden?

Un giorno una conoscente commossa mi ha parlato di Gleeden, Inizialmente ero diffidente, ero stata una moglie devota e appassionata”.

Fammi comprendere Come hai giustificato a te stessa il passaggio dalla fedeltà intima con tuo marito al sesso praticato virtualmente, talvolta in amplessi reali?

Ho deciso, morto mio marito, che non sarei stata di nessun altro uomo. Poi, come il libro documenta ampiamente, non è andata proprio così. Di massima, con me gli incontri, se personali ed intimi, durano, consensualmente, una unica volta, Certo, esercito spietata selezione e queste occasioni in definitiva sono pochissime! Molte di più quelle in chat”- Il tono di Jenni Corallo diviene a tratti tagliente -” Ma non desidero più legami duraturi. Per me il sesso è possesso completo e profondo, sentirmi posseduta a fondo, donarmi anche se ciò avviene in particolari condizioni. I miei familiari hanno piano piano compreso!”

In che modo è comparso Z (sigla di fantasia) con la sua mascolinità prorompente?

Hai detto bene! Il suo fare inizialmente guardingo, l’apparire e scomparire dalla chat, la sua carica erotica inizialmente intuita, hanno attirato la mia attenzione. Anche conoscendolo di persona, è apparso un uomo dal fisico normale, maschio non bellissimo…Certo, in grado di gestire con gli anni il rapporto erotico con me, con un’altra donna e…la moglie. Con una attività lavorativa normale, contributo personale nel volontariato..Con figli…. Possedeva notevole capacità di dissimulazione ed in grado di eccitarsi alla chat con me mentre la moglie a letto dormiva a pochi metri”.

Ma quali sono le caratteristiche degli uomini che accedono a Gleeden?

Sono fondamentalmente uomini insoddisfatti delle proprie mogli! Dal punto di vista fisico e, se permetti, anche dal punto di vista emozionale”- La voce si addolcisce incrinandosi leggermente -”In grado di dissimulare relazioni clandestine senza tuttavia cadere nella banalità di scuse o storie squallidamente borghesi. Io li chiamo uomini in cammino, fieri della propria notevole virilità ma incapaci di legarsi profondamente”.

Senza riassumere Irrequieta di sera, quale è il punto forse più intenso del libro?

Z mi ha presa, ci siamo presi in poche occasioni ma con passione crescente. Abitava in Centro Italia e quindi l’amore l’ho conquistato dopo lunghi faticosi viaggi in auto. Tuttavia, anche le squallide camere di motel, i panini assaporati assieme in bar anonimi, erano per entrambi atti d’amore. Poi l’intensità erotica è divenuta tale da rivivere il trauma familiare. Ho provato nuovamente una emozione amorosa che richiamava i fantasmi del lontano passato infantile e mi sono spaventata. Lui era messo alle strette dalla moglie. Entrambi evitavamo con cura l’idea di una relazione stabile… Ma non l’ho mai dimenticato!”

Quale è allora il filo conduttore di Irrequieta di sera? E’ scritto bene, con stile incisivo e sobrio ma il genere letterario è incerto, transgender oserei dire.

Non si tratta di un libro erotico! Molti e molte scrivono anche con maestria libri erotici ma si tratta, appunto, di racconti programmati a tavolino, dove forse solo il 10% dei fatti è reale, di rado in prima persona. E neppure è un libro denuncia o testimonianza, perché la mia scelta è il sesso come amore vitale e per la vita non una protesta per ingiustizie subite. Transgender letterario è forse il termine appropriato”.

Se interpretiamo Irrequieta di sera come libro erotico esso si rivelerà noioso anche a causa dei lunghi dialoghi chat che invece si rivelano interessanti, per pathos e chiarezza. Azzardo una proposta: Irrequieta di sera è un Diario un brevissimo periodo di due anni, la confidenza intima ed appassionata di una donna costretta a fare i conti con i drammi di una vita intera.

Non è mia intenzione difendere ad oltranza l’esperienza di Gleeden. Per quanto fondato sul piacere e sul sesso consenziente, Gleeden è un mondo duro, aspro e talvolta spietato (il coito o l’orgasmo devono necessariamente aver luogo, senza possibilità di repliche), nel quale l’amore inteso come incontro tra persone, tra sguardi e tra corpi affettivi quasi non esiste. Un mondo, tuttavia, da non demonizzare o giudicare moralisticamente. Solo l’animo femminile (e libero da pregiudizi) potrebbe apprezzare e penetrare con successo il mondo di Jenni Corallo.

Per questa ragione, pensando a Jenni Corallo ed alla sua lotta per sentirsi viva, dedico la splendida canzone di Patty Pravo E dimmi che non vuoi morire: ”Guarda…io sono da sola ormai…La cambio io la vita che non ce la fa a cambiare me..”. Mi riferisco non solo a Gleeden ma anche alla possibilità di incontrare una donna come Jenni Corallo o un uomo come Z.

 

CIAO AMORE MIO: ROMANZO OPERA PRIMA DI ELISA NIZZOLI

 

Presentazione a cura di Mariagrazia Talarico

Ciao amore mio” è un romanzo autobiografico di una parte della vita di Elisa Nizzoli. L’autrice infatti racconta il suo 2012, partendo dal 24 maggio. In quella data perse Giacomo, l’amato marito.

Elisa ha 32 anni e una bambina di 3 anni e mezzo, Carlotta, a cui deve spiegare l’assenza di suo padre. Ripercorriamo con l’autrice la figura di Giacomo ed entriamo nella loro famiglia, conosciamo le loro abitudini e preferenze. Elisa racconta la sua vicenda con la determinazione di una donna che prima di tutto è madre e solo una madre può trovare quella capacità invidiabile per andare avanti. Andare avanti per la sua Carlotta! Riaffiorano splendidi ricordi dell’amore per Giacomo in questo “Ciao amore mio”. Ciao è il saluto più semplice che conosciamo, oggi però riesce a far scuotere un dubbio, eppure un arrivederci in un altro mondo, in un’altra dimensione.

Elisa scrive in modo semplice e diretto riuscendo a trasmettere le sue emozioni più profonde. Arretra negli anni della sua infanzia e adolescenza aprendo così delle finestre che ci fanno conoscere il suo essere. Alla fine del romanzo autobiografico sembra quasi di avere un’amica in più, una donna che ogni giorno lotta contro la solitudine dell’amore.

Il desiderio di Elisa Nizzoli di farsi scrittrice è nato da un triste evento che le ha cambiato la vita. Ogni lettore alle prese con “Ciao amore mio”, che potrebbe definirsi un romanzo personale, può scoprire a quale energia l’autrice continui ad attingere per sostenere il peso di quell’esserci e trasfigurarla su di sé.

Elisa ci offre un saggio della sua tenacia e del cuore che aiuta chiunque abbia improntato la propria esistenza al bene e all’amore.

Attraverso gli occhi verdi di Giacomo possiamo immaginare la vita che oggi scorre in Elisa e in sua figlia. Il dolore non ha risposte ma solo domande. Quale miglior modo per interrogarsi sul senso della vita se non attraverso le pagine di una donna ancora innamorata, ancora disposta a credere nel futuro.

Ciao amore mio” è il suo primo romanzo autobiografico.

Ciao amore mio” vi aspetta!

 

ROSSA TERRA E RICORDI AMARI: UN ROMANZO PER NON DIMENTICARE

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

Sabato 5 aprile, presso l’Hotel dei Cavalieri, Milano, si è svolta l’annuale Assemblea dell’Associazione Esuli Giuliani e Dalmati (ANVGD), In questa occasione Mauro Tonino, storico e scrittore friulano, ha presentato l’ultima fatica, Rossa terra, pubblicato nel 2013 da Orto della cultura Editore.

La presenza in sala di alcuni testimoni diretti degli eccidi e del successivo esodo degli Italiani dall’Istria e dalla Dalmazia, ormai anziani, ha reso palpabile la commozione, le lacrime. Allora erano bimbi e bimbe impotenti dinanzi al dramma, ora memoria preziosa per le generazioni future.

La trama del romanzo è nel contempo semplice ed originale. Il nonno, Marino, esule istriano, e il nipote Filippo, animato da desiderio ardente di conoscere il suo passato, percorrono su una barca a vela le coste dell’Istria e della Dalmazia. Si tratta di una crociera simbolica: la costa i ricordi ed esperienze dolorose, il mare lo spazio della scoperta.

Di fronte alle domande insistenti del nipote che ne intuisce il turbamento, inizialmente Marino rifiuta di recuperare ogni ricordo, tanto crudeli le lontane esperienze. Come è possibile narrare al ragazzo, soprattutto a sé stesso, la pulizia etnica subita dagli Italiani ad opera dei partigiani titini e la morte orrenda e crudele di molti connazionali, gettati sovente ancora vivi nelle foibe mani e piedi legati?

Per quanti non lo sapessero, le foibe sono immani voragini che sprofondano per centinaia di metri nella roccia calcarea del Carso. Basovizza, la località tragicamente più nota, è invece una miniera abbandonata.

Il romanzo evita l’atteggiamento didattico e didascalico per andare al nocciolo del problema: l’esodo fu programmato e pianificato e le foibe inghiottirono realmente numerosi italiani, il più delle volte innocenti ed estranei a contese politiche (talvolta persino militari Alleati e tedeschi). Malgrado la negazione degli eccidi di autrici quali Claudia Cemigoi e Alessandra Karsevan, purtroppo quella delle foibe è una realtà storicamente accertata.

La realtà dell’Istria emerge allo sguardo di Marino e Filippo dalla visione di antichi monumenti romani e edifici medievali e veneziani, dalla fitta trama di vicoli e centri storici abitata un tempo da un popolo di marinai in possesso di una cultura millenaria.

Oltre la trama del romanzo ci restano, a ben guardare, le vicende inquietanti del confine Orientale. Ricordo, per esempio, l’eccidio di Malga Porzus dove i partigiani non comunisti della brigata partigiana Osoppo, cattolici, diciassette tra cui una donna, furono uccisi dai partigiani italiani di una Brigata Garibaldi, perché accusati di “essere reazionari”. Tra i fucilati Francesco De Gregori “Bolla”, zio del cantante omonimo, e Giulio Pasolini “Ermes”, fratello di PierPaolo. Si moriva davvero per poco allora in quei luoghi,

Il romanzo, e la presentazione del libro lo ha posto in luce con chiarezza, deve aiutare i giovani a ricordare episodi ad oggi completamente rimossi. Mauro Tonino ha il merito di rammentare con stile e sobrietà, eventi drammatici fino ad ora avvolti dall’oblio se non dalla reticenza delle forze politiche.

Rossa terra ci ricorda, nel nome, il colore della terra istriana, forte e resistente al trascorrere del tempo. Così come la cultura italiana, meglio veneto – italiana, non è mai svanita del tutto. Anzi, attualmente, lancia segnali incoraggianti di risveglio. La nostra lingua sta ritornando in auge nelle scuole e la nuova borghesia, croata e slovena, ambisce ad iscrivere i figli in queste scuole. Lentamente i Centri culturali italiani acquistano nuova linfa di interessi e protagonisti, italiani sloveni e croati assieme. Quelli che taceranno per sempre, purtroppo, saranno i vicoli, gli angiporti, privati del vocio allegro degli antichi abitanti, ora trasformati in strutture turistiche!

 

IL SISTEMA FERROVIARIO IN SPAGNA: IL LUNGO CAMMINO VERSO LO SVILUPPO DELLA RETE FERROVIARIA

 

Dalle visioni di Cervantes alla modernità. Un viaggio nel sistema ferroviario nella cultura spagnola

Contributo di Graziano Badolato

Ricordi le colline, le valli, le lunghe distese di terra, gli antichi mulini a vento che il tempo non ha potuto cancellare, con i segni del vento e della pioggia, con le pareti sbiadite dal sole di Spagna.

Ricordi Don Chisciotte della Mancia, il cavaliere errante, con il prode e fido scudiero, Sancho Panza; egli è ancora lì a combattere i mulini a vento, testardo come un mulo, non ammetterà mai d’essere sconfitto da quei mostri che gli serrano il cammino.

Espana Pais de los mil caras..Spagna, Paese dai mille volti..

Popolo d’artisti, naviganti e conquistatori, ricco di un’eredità acquisita nei secoli, così come testimoniato dai templi romani, gli acquedotti, le moschee, le fortezze, i castelli, le cattedrali medievali e i palazzi barocchi.

L’architettura modernista di Antoni Placìd Guillem Gaudì i Cornet, meglio conosciuto come Gaudì, noto per aver concepito e realizzato la Cattedrale della Sagrada Familia a Barcellona.

L’estro e il genio di Salvador Domingo Felipe Jacinto Dalì Doménech, marchese di Pubol, egli è stato pittore, scultore, scrittore, cineasta, designer, esponente importante del movimento artistico Surrealista spagnolo.

Come dimenticare Federico Garcia Lorca, considerato uno dei principali rappresentanti del teatro moderno, e la sua poesia dalle radici andaluse, influenzate dalla cultura araba e gitana. Una tra tutte lo rappresenta, Romanza sonnambula, che se ricordo bene apre così:

Verde che ti voglio verde. Verde vento. Verdi rami. La barca sul mare e il cavallo sulla montagna. Con l’ombra nella cintura lei sogna sul suo balcone verde carne, capelli verdi, con occhi di freddo argento. Verde che ti voglio verde…

Ancora una volta in viaggio per l’Europa, lungo la strada ferrata, la via che ormai diviene punto di riferimento dei nostri viaggi.

Un Cammino lungo il quale storia, cultura, arte e politica s’incontrano e s’intrecciano tra loro sino a non lasciare distinguere le singole differenze.

Durante il 19° secolo la Spagna in Europa occidentale, era uno degli stati più poveri, con un basso sviluppo economico e una situazione politica instabile.

Del resto, anche lo sviluppo delle infrastrutture ebbe tempi più lunghi di attuazione.

La prima linea ad essere costruita nella Penisola Iberica fu la tratta da Barcellona a Malarò, inaugurata nel 1848.

Solo due anni più tardi, nel 1850, l’approvazione di alcune leggi permise ai Paesi stranieri l’investimento di capitali per la realizzazione di linee ferroviarie di grande estensione.

Un grave errore fu commesso a seguito della decisione determinante, presa in fase iniziale, che stabiliva la costruzione delle linee ferroviarie con un insolito scartamento largo 1.674 mm.

La scelta del calibro fu influenzata dall’ostilità alla vicina Francia; si credeva che, rendendo le due reti ferroviarie incompatibili si potesse ostacolare un’eventuale invasione francese,

Questa infelice decisione politica sarebbe pesata sulle generazioni future, in quanto avrebbe ostacolato il commercio internazionale, con un costo di realizzazione delle nuove linee ferroviarie molto elevato.

A causa del costo di costruzione di linee a scartamento largo, un vasto sistema di scartamento ridotto delle ferrovie è stato realizzato nelle regioni più povere della Spagna, soprattutto nel nord – ovest del Paese.

La linea principale della rete ferroviaria era quasi completa intorno al 1870, alla vigilia della guerra franco – prussiana (1870 – 1871), che ebbe come conseguenza il crollo del Secondo impero francese, con la perdita dell’Alsazia e della Lorena, la nascita della Terza Repubblica francese e dell’impero tedesco.

Gli esiti di quella guerra contribuirono notevolmente al nuovo assetto geopolitico europeo, così la Spagna poté intraprendere finalmente il lungo cammino verso lo sviluppo della rete ferroviaria, superando il timore di una possibile invasione da parte della vicina Francia.

Ma a causa di uno sviluppo economico inadeguato, la rete ferroviaria spagnola non è mai divenuta così ampia come nella maggior parte dei Paesi europei.

La guerra civile spagnola (1936 – 1939) fu causata dalle complesse differenze politiche tra i nazionalisti anti – marxisti, noti come Nacionales, ed i Republicanos composti da truppe governative e sostenitori della Repubblica spagnola.

Con la vittoria dei Nacionales, dopo una guerra fratricida, nasce la dittatura del generale nazionalista Francisco Franco, che dovrà provvedere al ripristino della rete ferroviaria, gravemente danneggiata durante i due anni di disordini.

Dopo molti anni, al termine della Seconda Guerra Mondiale, il sistema ferroviario iniziò a riprendersi, attraverso interventi di ammodernamento dell’infrastruttura ferroviaria, avviando un programma di modernizzazione per provare a recuperare il ritardo con il resto dell’Europa.

Solo dopo la scomparsa, il 20 novembre 1975, del dittatore Francisco Franco, sarà attuata una politica adeguata di trasformazione delle linee a scartamento ridotto, fondamentale per adeguarsi alle necessità dei treni provenienti dall’estero.

Negli anni novanta le ferrovie spagnole ricevettero molti investimenti, in gran parte provenienti dall’Unione Europea, che aiutarono il Paese nella realizzazione di nuove linee ad alta velocità.

Recentemente, con la realizzazione di linee a scartamento normale, i treni ad alta velocità della linea AVE iniziarono a percorrere la tratta da Madrid a Siviglia, collocando la Spagna al livello dei sistemi ferroviari europei.

Nel 2003 é stata inaugurata una nuova linea ad alta velocità da Madrid a Lleida, poi estesa a Barcellona dal 2007 e, infine, attraverso un tunnel internazionale sotto i Pirenei, a Perpignan, dove si collegherà con il sistema francese ad alta velocità TGV.

Il sistema ferroviario ad alta velocità Alta Velocidad Espanola (AVE) è attualmente in costruzione in Spagna dove i treni, dal 1992, percorrono la linea Madrid – Siviglia ad una velocità massima di 300 km / h.

Il servizio viene realizzato con materiale Alstom (serie S – 100 e serie S – 104) derivato dal Pendolino italiano, per i servizi Avant (regionali ad alta velocità Madrid – Toledo, Madrid – Ciudad Real – Puerollano e Siviglia – Cordoba).

Se l’ambizioso programma di opere pubbliche dell’AVE dovesse essere realizzato, entro il 2020 la Spagna avrà 7000 km di linee percorse da treni ad alta velocità che collegheranno tutte le città capoluogo di provincia della Penisola a Madrid in meno di 4 ore e a Barcellona in meno di 6 ore.

Dal dicembre 2007 treni ad alta velocità spostano già i passeggeri tra Madrid e Malaga in due ore e mezza, e tra Madrid e Valladolid in cinquantasei minuti; dal febbraio 2008 l’alta velocità permette già di arrivare a Barcellona in due ore e trentotto minuti.

Perciò sono introdotti i nuovi treni ad alta velocità S – 102 (detti “Pato”) della spagnola Talgo per i servizi da Madrid a Malaga, Valladolid), Saragozza e Huasca, e S – 103 (i “Velaro”) della tedesca Siemens AG per i servizi Madrid – Barcellona e i servizi diretti Barcellona – Siviglia e Barcellona – Malaga.


Sono introdotti anche i nuovi servizi regionali ad alta velocità (Avant) con i treni S – 104 tra Malaga e Siviglia, tra Calatayud e Huesca e tra Lleida e Barcellona e con i treni S – 130 (della spagnola Talgo) tra Madrid e Segovia.

Le linee in servizio da giugno 2008 sono:

  • Madrid – Ciudad Real – Puerollano – Siviglia (aprile 1992, velocità massima 300 km / h, lunghezza 470 km) con una derivazione a Toledo (2004, velocità massima 270 km / h, lunghezza 21 km).

  • Cordoba – Antequera – Malaga (dicembre 2007, velocità massima 350 km / h, lunghezza 154 km).

  • Madrid Guadalajara – Calatayud – Saragozza – Lleida – Camp de Terragona – Barcellona (ottobre 2003 fino a Lleida e febbraio 2008 a Barcellona, velocità massima 350 km / h, lunghezza 621 km). Questa linea è il primo tratto della connessione Madrid – Francia che sarà messa in esercizio nel 2012. Da questa linea parte la derivazione Saragozza – Huesca (messa in esercizio nell’ottobre 2003).

  • Madrid – Segovia – Valladolid (dicembre 2007, velocità massima 350 km / h, lunghezza 183 km). Questa linea è il primo tratto comune delle linee verso il nord della Spagna (Galizia, Asturie, Cantabria, Bilbao ed una seconda connessione con la Francia) ed ha la più lunga galleria spagnola “Tunel de Guadarrama” doppia galleria di 28,70 km.

La prossima linea ad essere messa in esercizio sarà Madrid – Cuenca – Valencia (lunghezza 361 km) nel 2010, e la derivazione a Albacete – Xativa – Alicante – Murcia nel 2012.

Oggi come allora, comodamente seduto su un moderno treno spagnolo, guardi dal finestrino il mondo correre davanti agli occhi, le distanze si accorciano ed i tempi si riducono e rincorrendo un pensiero, rivedi le immagini sbiadite di una vecchia locomotiva.

Un viaggiatore, seduto su una panca di legno, legge un vecchio racconto pubblicato due secoli prima.

E’ lui, Don Chisciotte della Mancia, il cavaliere errante, incontrato all’inizio del nostro cammino lungo le strade di Spagna.

Il folle cavaliere mostra al lettore qualcosa di profondo, di meno superficiale, il dilemma dell’esistenza.

La delusione che l’uomo subisce di fronte alla realtà, che limita l’immaginazione, la fantasia, le proprie speranze, la realizzazione di un progetto con il quale ogni individuo si identifica.

 

I PIRATI DI GABO VERDE

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

Claudia, Graziano, Salvatore e Matteo sono i Pirati di Gabo Verde, denominazione sicuramente originale e vagamente esotica.

E’ un gruppo di persone dinamiche che amano stare in compagnia, condividendo in allegria passioni e solidarietà.

Quest’anno hanno scelto di partecipare alla Milano Marathon il 6 aprile 2014 per sostenere i progetti de La Ruota Onlus. Sarà questa la loro grande sfida che travalica la semplice prestazione agonistica per condividere un messaggio di solidarietà e passione per lo sport che coinvolga la città intera.

I Pirati di Gabo Verde dimostreranno prima di tutto a loro stessi che non bisogna arrendersi mai e che è indispensabile affrontare tutte le esperienze con grande forza d’animo.

I Pirati di Gabo Verde correranno per una buona causa a favore de La ruota Onlus, associazione no profit che si occupa di sostegno a persone disabili e bambini.

Potrete sostenere questa impresa con una piccola donazione che consentirà la realizzazione di un progetto importante.

Per informazioni e dettagli visitate

http://www.retedeldono.it/iniziative/la-ruota-societ%C3%A0-cooperativa-sociale-onlus/graziano.badolato/i-pirati-di-gabo-verde

I Pirati di Gabo Verde

www.retedeldono.it

<p>Un galeone alza l’ancora e spiega le vele, sul pennone sventola la bandiera Pirata, pronti a salpare per una nuova missione!</p>

 

IL VALORE CHE ESPRIME IL SILENZIO

Grazia Favata, tratto da Punto del Punto Zero ( www.youcanprint.it )

Se la parola è potere, allo stesso modo, il silenzio è potere. Il silenzio è prezioso, anche se esprime un modo diverso di comunicare. Di certo più discreto e silenzioso ma nel contempo carico di energia ed efficace tanto da raggiungere lo scopo.

Anche il silenzio è pesante. Può avere la forza di separare, interrompere, ergere il muro e impedire ogni dialogo e comunicazione.

Il silenzio non è il vuoto anche se è assenza di rumore. Le parole che fanno tanto chiasso molte volte hanno il frastuono del nulla. Spesso il silenzio si introduce fra un rumore e l’altro, quando la parola non serve a niente e non ha più senso: in casi del genere il silenzio diventa un mezzo per comunicare.

E’ un dato di fatto: “il silenzio crea il contatto con la parte più intima di noi stessi”. Quando disintossichiamo la mente da ogni rumore interno o esterno, stabiliamo un contatto con la parte più vera del nostro intimo. Se quietiamo i rumori diamo più spazio agli altri sensi. E questo è vero tanto da consentirci di vedere meglio le cose o da assaporare con più gusto certe sfumature.

Non sempre chi parla molto viene ascoltato più di colui che pronuncia poche parole.

Ascoltare il silenzio é sapienza in atto, se é in grado di assorbire il fluire delle emozioni che non possono essere trasmesse con il frastuono delle parole. Molto spesso uno degli effetti del silenzio è quello di distribuire attorno un senso di pace, di comunione con un potere superiore.

Il silenzio è cultura nei luoghi di culto e di preghiera. Il silenzio non è assenza di comunicazione. Al contrario è un mezzo potente e discreto di comunicazione. Ai livelli più alti. Se la cosa ci stupisce é perché in un mondo pieno di frastuoni, ad alto volume, il silenzio è diventato un bene prezioso, quasi raro, perduto nel suo utilizzo quotidiano.

Sperimentiamo di metterlo alla prova, così tanto per testarne la potenza. Seduti sulla nostra dura pietra, con la bussola in mano, osserviamo rigorosamente un manuale di silenzi.

Se cerchiamo la soluzione magica al percorso del nostro cammino interroghiamo l’eloquenza del silenzio, geniale e creativo.

IL SILENZIO UNA SCELTA

Presentazione a cura di Roberto Ferro

Due brevi contributi, un testo di Grazia Favata e una celebre canzone di Simon e Garfunkel, descrivono da differenti punti di vista il silenzio. Condizione umana che presuppone scelta di libertà, sottile e penetrante nello stesso tempo, rara eppure agognata.

Siamo alla ricerca di una dimensione vera e semplice, nostra, per lo meno alcuni minuti ogni giorno. Perché non riempire di silenzio un attimo di vita? Il silenzio è contagioso, farà bene anche in famiglia, con gli amici…

CORPO SANO IN MENTE SANA

Contributo a cura di Anna Falco

Sempre più persone si affidano alla medicina estetica in un mondo che ci offre come modelli personaggi celebri e miti intramontabili da emulare ad ogni costo.

La dottoressa Tartaglia lavora con una equipe medica di professionisti nel campo della bellezza a 360 gradi e segue le indicazioni di Zein Obagi e della sua filosofia, grande dermatologo della star hollywoodiane. Ci si rivolge a loro a qualsiasi età perché la medicina estetica, come elisir di lunga vita, rende le persone più felici.

Molto spesso le persone vivono un disagio psicologico che può essere legato ad una insicurezza dovuta ad un handicap: un naso grosso, un seno sproporzionato oppure mancanza di seno, fianchi grandi. Questo disagio fisico fa sì che la persona non possa esprimere realmente quello che è, in modo particolare in una società (la nostra) dove l’apparire ha una certa importanza. Queste persone si sentono “escluse emarginate”, non sicure di sé, si vedono diverse.

La medicina estetica va a cancellare, dove necessita, questi inestetismi, migliorando il benessere interiore ed esteriore. Dopo un peeling ad un viso pieno di cicatrici dovute all’acne o in seguito ad un ritocco al naso, essi acquistano sicurezza e fiducia in sé stessi e si esce da uno stato di abulia iniziando a confrontarsi con gli altri in maniera diversa.

La dottoressa Tartaglia é contraria in tutti i sensi alla chirurgia come panacea di tutti i mali, quelle esasperanti bocche a canotti, seni sproporzionati o la disarmonia di una ad domino plastica – tanto c’é il chirurgo che mi sistema se abuso di cibo – per queste persone necessita il sostegno psicologico e di un dietologo.

Se esiste un inestetismo che non si riesce ad eliminare con la ginnastica o una semplice dieta ma si va dall’esperto.

Dall’esperto le donne in maggioranza, ma gli uomini sono in costante aumento! Quale rapporto tra rischi e benefici? Se ci si affida a mani esperte, a strumenti di alta tecnologia, a prodotti testati scientificamente e professionisti onesti che non promettono miracoli e non stravolgono le persone solo per i propri interessi, allora non si corrono rischi ma si tratta sempre di interventi in assenza di alternative.

I RACCONTI DI SEBASTOPOLI

Redazione di MY Personal MIND

E’ una opera suddivisa in tre parti, una cronaca di guerra, vissuta da Lev Tolstoj in prima persona durante la cruenta campagna di Crimea tra il 1853 ed il 1856.

E’ un diario attraverso cui egli ha raccontato il tragico assedio di Sebastopoli a cui il grande scrittore partecipò, inizialmente attratto dalla vita militare.

Un ancor giovane Tolstoj, combattuto tra il vizio, il gioco e la vita militare, viene così spedito nella zona calda di fondamentale importanza strategica per gli equilibri europei, contesa tra la Russia e le altre potenze europee.

L’assedio durerà diversi anni, finché dopo molte perdite dei vari eserciti fra cui anche quello del Regno di Sardegna, i trattati di pace seguiti al ritiro delle armate russe, finiranno per ridisegnare lo scacchiere dei Balcani.

Valorosi ufficiali russi vengono descritti nella loro dimensione più umana con debolezze e paure, mettendo a nudo tutto l’orrore di un conflitto che spazzava via ogni giorno tante vite in nome della patria e della difesa dei bastioni della fortezza.

Si tratta di un vero e proprio reportage dalle trincee, di straordinaria modernità ed attualità,  in cui sembra quasi di sentire i colpi delle pallottole e di assistere in prima persona ai cruenti scontri, senza ombra alcuna di retorica.

I 600 DI BALACLAVA

Redazione di MY Personal MIND

Regia di Tony Richardson, con Trevor Howard e Vanessa Redgrave

Nel 1854, nella guerra di Crimea, Inghilterra, Francia e regno di Sardegna combattono la Russia zarista. La campagna militare va male, tra incomprensioni e resistenza di Sebastopoli.

Per spezzare lo stallo gli inglesi devono attaccare e distruggere la fortezza di Sebastopoli.

Tra gli attaccanti anche la Brigata leggera 11° Ussari comandata da Lord Cardigan che per distinguersi dagli altri comandanti l’ha addestrata con pugno di ferro.

L’ignavia (e l’età) dei comandanti, la loro rivalità e il pessimo impiego della brigata condurranno al suo annientamento.

Girato nel 1968, periodo di antimilitarismo militante ma non trash, è una satira della classe militare britannica. Al tempo molti spettatori furono convertiti al pacifismo (vero) dal retrogusto amaro di questo film.

Da ricordare quotidianamente: la guerra è inutile e stupida!

CHE C’AZZECCANO ULIANO LUCAS E VERTIGINE? IL CUORE A MILANO

Contributo a cura di Roberto Ferro

Per rimanere in ambito cinematografico, Erica Arosio e Giorgio Maimone riescono sempre a compiere un miracolo! Appassionano a tal punto il pubblico da rendere palpitante ed emozionante la presentazione di Vertigine (Dalai Ed), giovedì, presso la Libreria Utopia, Via Vallazze 14, Milano www.libreriautopia.net ).

Gli autori si sono rivelati di una semplicità ed immediatezza (quasi) disarmanti. Immediati e intensi i due attori, Giulia Faggioni e Daniele Monachella, compagni di ventura sin dalla presentazione multimediale di Vertigine al Franco Parenti. Due giovani professionisti in grado di tratteggiare con poche intense parole, in ogni situazione, personaggi e situazioni.

Con stupore ed un pizzico di commozione semplicità ed immediatezza, il pubblico ha soprattutto avuto l’onore di condividere i ricordi di vita e professionali del grande fotografo Uliano Lucas, in grado con poche parole di contraddire luoghi comuni radicati nell’opinione pubblica milanese e non. Come si presentava Milano nell’immediato dopoguerra? Quali differenze esistevano tra la Milano che precedeva il boom economico, tutta da ricostruire, e la città trasformata dall’immigrazione?

Oltre i protagonisti di Vertigine, Greta, Tom e Marlon, la Triade, si pone Milano, inimmaginabile per quanti vi vivono e lavorano al giorno d’oggi. Più povera, certamente, classista, sospesa tra passato e futuro tanto come stile di vita quanto come urbanistica (basti pensare alla scellerata ormai prossima chiusura dei Navigli).

Francamente. Milano è una brutta città” – ha esordito Uliano Lucas, testimone diretto di molti eventi -”Cresciuta sulla retorica perché quando si arrivava o lavoravi e ti affermavi, oppure eri buttato fuori, rifiutato e andavi ad ingrossare le fila degli emarginati. Milano era Taveggia con la borghesia nera, Via Madonnina, Brera, Via Fiori Chiari e Fiori Scuri.. Pensiamo che in queste ultime vie esistevano le case chiuse che, una volta approvata la legge Merlin, divennero dormitori per i meridionali che arrivavano soli”.

Milano era una città “strana”. Metà abitanti dell’hinterland e non solo, gli immigrati che risiedevano a Rho, Baggio, Sesto San Giovanni, Cologno Monzese non aveva mai visto Piazza Duomo. Di fatto, la città si fermava ai Navigli ed alla Circonvallazione. “Così come molti milanesi ancor oggi non conoscono affatto l’Hinterland!” – ha concluso Uliano Lucas.

Il Jamaica, lo storico locale nominato in Vertigine” – ha proseguito il grande fotografo – “era veramente la fucina intellettuale di Milano prima che nascesse l’industria editoriale e culturale di Mondadori, Feltrinelli. Vi sostavano scrittori, economisti e poeti, con le conseguenti ore di lezione… Alle 11,00 lezione di astrattismo geometrico, alle 16,00 c’era scuola di giornalismo..Lezioni tenute da grandi artisti o studiosi, si intende!”

Vertigine è un romanzo sfaccettato: noire, saga familiare, storia d’amore, racconto erotico… Un ruolo di rilievo è rivestito dalle portinaie, dal loro parlare in dialetto milanese..Vertigine é anche, tuttavia, un racconto che descrive un preciso contesto politico..

Le portinaie erano delle gran spione” – ha proseguito Uliano Lucas – “ ed hanno rovinato tanti di quei matrimoni… In Vertigine poi si parla un dialetto milanese colto, pulito, anche se ormai la borghesia iniziava i figli all’italiano per distinguerli dai ragazzi che erano destinati, a 14 anni, alla fabbrica. Si entrava in fabbrica a 14 anni e si usciva dopo 30 – 35 anni senza possibilità di riscatto”.

Vertigine è un romanzo credibile e godibile, dunque, non solo per la capacità espositiva di Erica Arosio e Giorgio Maimone ma per il suo attingere direttamente dalla memoria collettiva come in occasione dell’incontro con Uliano Lucas. 

ROTELLATI: I CAVALIERI CHE FARANNO L’IMPRESA

Contributo a cura di Roberto Ferro

I cavalieri sono pronti ai blocchi di partenza! Si chiamano Marco dell’Infante, Luigi Resovi e Pierpaolo Scabbiolo, giovani uomini con disabilità provocata da gravi lesioni spinali, membri dell’Associazione Rotellati ONLUS (Blog: www.rotellati.non.com e – mail info@rotellati.it ). L’associazione è nata affinchè quanti, affetti da gravi traumi spinali, possano superare  ogni tipo di barriera, psicologica o materiale

Lunedì 10 marzo, presso la sede della Canottieri Olona, in Alzaia Naviglio Grande, si è svolta la conferenza stampa di presentazione del progetto I Rotellati sul Cammino di Santiago, alla presenza di rappresentanti qualificati di Enti pubblici e di Associazioni di volontariato.

I cavalieri erano emozionati e consapevoli delle difficoltà, organizzative e di impegno fisico, imposte dal Progetto Santiago di Compostela, il primo si spera di una lunga serie. Differenti per storie di vita, età, eppure accomunati dalla medesima motivazione: Farcela!

Marco dell’Infante, atleta paraolimpico e polivalente che si è posto in luce per alcune imprese estreme, quali il lancio col paracadute, l’arrampicata in quota, il cimento invernale in carrozzina nelle acque gelide del Naviglio di Milano. “Intraprendendo questo percorso è nostra intenzione superare limiti e paure” – ha concluso.

Luigi Resovi, è stato appassionato di viaggi e con l’inseparabile moto ha avuto un impatto che gli ha cambiato la vita. Per lui (come per i compagni) è forte l’entusiasmo , “il desiderio di porre in gioco tutte le nostre risorse, anche quelle che pensavamo di non possedere o di non possedere più a causa dell’infortunio”.

Pierpaolo Scabbiolo, autore e regista televisivo, protagonista di viaggi anche estremi, con ancora intatta la consapevolezza che il Cammino di Santiago era rimasta tra le cose da fare, solamente in un diverso modo.

I Rotellati sul Cammino di Santiago non desiderano, tuttavia, proporre una impresa atletica eccezionale, assolutamente fuori dall’ordinario, ma indicare ad altri disabili un percorso che, in tutti i casi, richiede allenamento, tenacia e grande forza di volontà.

Il Progetto Santiago prevede un percorso di circa 800 Km che nel 1987 il Consiglio d’Europa ha dichiarato “itinerario culturale europeo”, una via ispirata non solo dalla religione (la visita al santuario di San Giacomo) ma anche dal cammino interiore laico di ricerca individuale e meditazione.

Il Cammino prenderà il via ad aprile 2015 da Saint Jean Pied de Port e si articolerà in 57 tappe di circa 15 Km ciascuna. L’arrivo è previsto a giugno 2015.

I Rotellati dovranno attraversare i Pirenei francesi e il Nord della Spagna attraverso l’antico cammino fatto di pietre, ghiaia e fondo sterrato, con alternarsi di salite e ripide discese. A differenza di iniziative simili svolte in passato da altre Associazioni, l’obiettivo è quello di svolgere l’intero cammino in maniera autonoma.

Per la realizzazione del Progetto Santiago si rendono necessarie accorgimenti non di poco conto. Innanzitutto, la costruzione di carrozzine speciali ad autospinta. Secondo, l’addestramento di un team di tre volontari che si alterneranno in staffetta della durata di una settimana, ed un camper accessibile di supporto dei Rotellati in ogni tappa. Infine, ma fondamentale, la presenza di un team composto da medico e fisioterapista che seguirà i Rotellati per l’intero percorso.

Senza timore di smentite è possibile affermare che per consentire a Marco, Luigi e Pierpaolo di compiere la loro impresa, si impegneranno a vario titolo decine di volontari e numerose associazioni!

Come contribuire all’impresa dei Rotellati?  Il fattore decisivo è dato, a mio modesto avviso, oltre che dalle pur utili donazioni, dalla sinergia tra Enti pubblici (Regione Lombardia, Provincia e Comune di Milano) e l’associazionismo. Una collaborazione complessa, talvolta fragile, in tutti i casi decisiva che andrà sempre ribadita. Solo così, un progetto nato con molte titubanze ad inizio 2012, moltiplicherà le forze poste in campo.

Con la prima occasione importante di found raising, la Milano Marathon 2014 che si correrà il 6 aprile, una squadra indosserà il pettorale dei Rotellati. Grandi associazioni quali la Ledha, Podisti da Marte, H2 Dynamic Trainers, hanno garantito sostegno e collaborazione per altre iniziative e gli allenamenti presso l’Idroscalo.

La regione Lombardia ha fortemente sponsorizzato il Progetto Santiago, la Provincia di Milano ha offerto le strutture dell’Idroscalo per gli allenamenti ed il Comune di Milano venerdì 7 marzo ha deliberato per rendere Milano città accessibile a tutti e tutte entro il 2015.

Soprattutto, il Progetto Santiago avrà ragion d’essere se socialmente diffuso coinvolgerà singoli cittadini e piccoli gruppi, sensibilizzerà persone di tutte le età e condizioni sociali per l’abbattimento delle barriere architettoniche e psicologiche in presenza di disabilità. Questo sarà il miglior augurio di buon viaggio rivolto a Marco, Luigi e Pierpaolo! 

FAROFA: UN CONTORNO FACILE DA PREPARARE E SAPORITO

Contributo a cura di Sabor brasil. Cucina brasiliana ed altro…

La farofa è un contorno tipico brasiliano e accompagna comunemente i piatti a base di carne o pesce.

Questa è la ricetta base, nella versione più semplice, che può essere arricchita con altri ingredienti quali verdure (per esempio, melanzane e peperoni) e uovo. Potete prepararla con gli ingredienti ed il tempo che avete a disposizione e viene sempre buona! E’ una pietanza sorprendentemente flessibile e moderna.

La farina di manioca si può acquistare nei supermercati e nei negozi etnici, ormai frequentissimi, oppure in quelli di alimenti bio.

Si usa dire està fazendo farofa o farofeiro quando una persona sparge briciole mentre mangia come una “gallina”.

INGREDIENTI

150 gr di pancetta affumicata a dadini.

150 gr di burro, strutto e olio.

1 cipolla tritata.

1 spicchio di aglio tritato.

1 mela o una banana a dadini, a piacere.

2 cucchiai di prezzemolo tritato.

500 gr di farinha de mandioca torrada.

Uovo sodo a pezzettini a piacere.

Olive tritate a piacere.

Sale e pepe.

Il quantitativo equivale a 5 – 6 porzioni, si presta a nutrire i ragazzi con verdure perché saporito e fresco di sapore.

ISTRUZIONI

  1. Soffriggere la pancetta a dadini nel grasso.

  2. Unire le cipolle e lo spicchio d’aglio tritati a cuocere per 1 minuto.

  3. Aggiungere il prezzemolo e la mela o banana tritate che donano umidità e morbidezza alla pietanza.

  4. Soffriggete finché il tutto non sia morbido.

  5. Condire con sale e pepe.

  6. Aggiungere la farinha di mandioca torrada un po’ alla volta e farla solo scaldare.

  7. In ultimo aggiungere olive e uova sode a pezzettini.

  8. Se troppo asciutta aggiungere un po’ di burro sciolto.

L’ESSERE UMANO PRIMA DI TUTTO

Contributo a cura di Anna Falco

Questo è lo slogan con il quale si è voluto battezzare il dibattito condotto dalla bravissima giornalista Brunella Postiglione, che ieri nell’ambito della serata “Una canzone per Amica” ha avuto come ospiti i massimi esponenti della politica e della Medicina del nostro entourage: il senatore Lucio Romano, l’onorevole Antonio Cesaro, il Professore Pasquale Giustiniani, i Dottori Grimaldi, Gaetano Romano, Vittorio Imperatore, De Luca e padre Maurizio Patricello.

Nell’ambito della serata che ha visto sfidarsi per intensità di applausi gli artisti della canzone, alcuni tra i volti noti e non, quali Luca Lupol, Maurizio Iaccarino, Iva Primavera, Annamaria Bozza, Francesco Malapena, la scuola di ballo don Chisciotte, Agnese Gnocchio e Annalisa Martinisi, i quali hanno presentato la vera Napoli, quella famosa in tutto il mondo per la sua canzone, per il cuore appassionato e sincero e per l’arte di saper “rinascere dalle ceneri” come l’Araba Fenice.

Perché ancora una volta il popolo napoletano è pronto a ripartire. Si è parlato di tumori e prevenzione e, soprattutto, di senso civico e di certezze negate ai cittadini, di biocinetica, di geo – localizzazione, di incidenza della mortalità ma anche…di fondi che si dileguano perché usati male..

Tra le proposte, indagini conoscitive tra connessioni con i diversi tumori. Con senso civico si è affrontato il dramma della 2terra dei fuochi” che ha avuto come portavoce il parroco della diocesi di Caivano, don Maurizio Patricelli che da anni si batte per portare alla luce la correlazione tra rifiuti e tumori.

Alla risposta del politico, la diseducazione caratterizza i nostri luoghi e il cittadino deve essere autore e non comparsa, come garante della vita sociale, Don Maurizio ha risposto che “al cittadino oggi può essere rimproverato nulla se si soffia il naso e getta una carta per terra ma non può essere accusato di milioni di tonnellate di rifiuti accumulati negli anni nelle nostre terre”.

Per quanto riguarda la ricerca, la Campania è un fiore all’occhiello del Paese! Tuttavia mi è sembrata banale la risposta fornita sulla conservazione degli embrioni sani per un futuro prossimo che ci prospetta, invece, per il nostro pianeta il dramma della siccità. A mio avviso la ricerca valida andrebbe indirizzata su temi quali la desalimizzazione dell’acqua di mare e la bonifica del nostro territorio che sta morendo, invece di pensare di risvegliarsi tra cento anni su un altro pianeta

KARTOFFELCREMES ZUPPA DI PATATE

I figli recalcitrano e si ostinano a rifiutare le verdure? Ecco una zuppa d’origine tedesca che abbina ingredienti vegetali al sapore, non appesantisce ma offre equilibrato apporto calorico.

Unica precauzione: l’acquisto di un tegame di coccio ( ma è una spesa una tantum).

Ingredienti per 6 zuppe

500 ml di brodo di manzo o di dado (se vegetale 700 ml).

250 gr di patate

2 rape (o una grande)

2 carote

1 costa di sedano (50 gr)

2 cipolle medie

1 mazzetto di prezzemolo

30 gr di burro

130 gr di panna (o un cucchiaio per porzione di robiola)

1 cucchiaio di foglie di basilico tritato

1 macinato di pepe nero

Sale q.b.

Crostini di pane

La preparazione richiede 20 minuti

Il tempo di cottura richiede 1 ora e 10 minuti

Una volta preparate e pulite tutte le verdure procedete nel seguente modo:

  • Pelate e tritate le cipolle

  • Tritate tutte la verdure e mettetele nella pentola di coccio dove avete fatto sciogliere il burro.

  • Soffriggete gli ortaggi e aggiungete le patate tagliate a dadini.

  • Mescolate e diluite con il brodo.

  • Portate a bollore e fate cuocere a fuoco medio, fino a completare la cottura degli ingredienti, per una ora circa.

  • Passate tutto al passaverdure o nel mixer fino a farne una crema.

  • Unite la panna montata aiutandovi con le fruste e condite con il sale e una macinata di pepe.

  • Guarnite la preparazione con il basilico.

  • Tagliate il pane a cubetti e rosolatelo in padella con il burro.

  • Quando i crostini risulteranno ben dorati, cospargetene la zuppa.

In genere la zuppa assume un color bianco, bianco patata, oppure, secondo le dimensioni delle carote, giallo.

IL BORSHCH UCRAINO ZUPPA DI BARBABIETOLE E CAVOLO

Contributo a cura di Babushka

Numerosi alpini italiani, nel corso della ritirata dal Don, devono la vita a questa minestra. In un famoso episodio de Il sergente della neve di Rigoni Stern, il protagonista sfinito entra in una isba piena di soldati russi ed uno di questi gli riempie, dopo un attimo di comprensibile stupore, la gavetta di borshch (ucraino). E l’italiano risponderà con spasiba, grazie!

Facile da preparare, squisita e conviviale.

Preparazione per 6 – 7 persone

1 / 2 Kg di barbabietole crude, sbucciate e grattugiate e 3 grossi pomodori privati di pelle e semi.

1 grossa cipolla bianca tritata.

2 spicchi d’aglio finemente tritati.

1 cuore di sedano finemente tritato.

1 carota piccola tritata.

Una grossa presa di zucchero.

1 / 4 di bicchiere di aceto di vino rosso.

2 cucchiaini di sale.

1 litri e mezzo di brodo di carne di manzo.

400 gr di patate sbucciate e tagliate a pezzi.

400 gr di cavolo bianco tagliato a fette.

500 gr di manzo bollito tagliato a pezzi.

2 cucchiai di prezzemolo tritato.

1 / 4 di litro di panna acida.

In una pentola fate sciogliere il burro, aggiungere la cipolla tritata finemente e l’aglio e fate imbiondire a fuoco lento. Poi aggiungete le barbabietole grattugiate, il cuore di sedano tritato, metà dei pomodori, lo zucchero, l’aceto e il sale e 1 bicchiere e 1 / 2 di brodo.

Fate cuocere il tutto a fuoco moderato per 30 minuti circa. Nel frattempo fate bollire il rimanente brodo con le patate e il cavolo per una ventina di minuti. Le patate devono essere cotte ma non sfatte.

A questo punto aggiungere la carne a pezzi, il resto dei pomodori e le verdure e lasciare bollire il tutto per 10 minuti.

Assaggiare per vedere se è sufficientemente salato, travasare in una zuppiera riscaldata e servire con la panna acida a parte.

I VELENI NASCOSTI

Contributo a cura di Pia Carmela Strafella

 

Mercurio, alluminio, piombo, cadmio…Alcuni di noi ne hanno solo un vago ricordo risalente ai tempi delle lezioni di scienze, a scuola. Pochissimi sanno che sono attorno a noi…Li respiriamo, tocchiamo e ingoiamo. Ogni giorno. E fanno male, molto male al nostro organismo.

 

Ma dove si trovano tali elementi? E quali problemi possono procurare al nostro organismo?

 

Ormai è risaputo che troviamo il mercurio in primo luogo nella composizione degli amalgami dentari. In Italia ne è vietato l’uso sui bambini al di sotto dei 6 anni. Ma il fatto sconcertante è che il mercurio è presente in ambito farmaceutico nella composizione di molti vaccini, tra cui anche quello antinfluenzale. Si trova in diluizione con il cromo nel famoso rimedio disinfettante chiamato….MercurioCromo.

 

In ambito alimentare, è presente nei pesci, in quanto i mari ne sono altamente inquinati: ma perfino nella carne, poiché il bestiame, prima di essere macellato, viene sottoposto a profilassi mediante vaccini contenenti questo ed altri elementi pericolosi. E’ stato proibito nei termometri, ma ne abbiamo in abbondanza nelle nostre case all’interno delle lampadine a risparmio energetico.

 

L’alluminio è presente nei cibi: quelli cotti nelle pentole realizzate in questo elemento e quelli conservati in vaschette o fogli di alluminio. Basti pensare che, in moltissimi ristoranti italiani, ancora si usano tegami in alluminio. Lo stesso alluminio è presente nella maggior parte dei deodoranti, dei cosmetici e nei farmaci antiacidi.

 

Esce piombo dai tubi di scarico delle automobili, ma anche dai camini sopra i tetti, nascosto nei gas e nei fumi. Si trova, poi, in alcune vernici e negli smalti, e a volte capita di sentire che vengono sequestrati cosmetici contaminati da questo metallo. I prodotti agricoli non ne sono esenti, in quanto è contenuto in molti pesticidi. Poco noto è il caso delle coltivazioni nei Paesi in via di sviluppo – cacao e tabacco – dove i coltivatori utilizzano ancora vecchi camion alimentati a benzina normale. I gas di scarico si depositano sul raccolto che, in fase di lavorazione, non venendo lavato rimane saturo di piombo.

 

Per finire il cadmio. Comunissimo nelle sigarette e nelle batterie come fonte di energia ricaricabile secondaria, è presente anche nei fertilizzanti a base di fosforo.

 

Ma come ci si intossica? I modi sono tre. Il primo è per via gastrica, ad esempio mangiando carne e pesce contaminati da mercurio. Il secondo è per via inalatoria, respirando gas di scarico, fumando una sigaretta o respirandone il fumo passivo. Il terzo è per via cutanea, attraverso l’uso di disinfettanti, deodoranti, cosmetici e detergenti contenenti queste sostanze.

 

Tali elementi creano danni al nostro sistema immunitario e ai vari apparati del nostro organismo. Di solito chi ne è intossicato si ritrova a combattere con malattie come la sclerosi multipla, il morbo di Parkinson, il morbo di Alzheimer, diversi tipi di tumore e molte altre patologie invalidanti, anche se non mortali.

LUCILIENE ALMEIDA CILENE E IL POTERE DALLA PREGHIERA

Contributo a cura di Roberto Ferro

Il Brasile non è solo Copacabana, Mondiali di calcio e favelas. E’ anche un universo variegato nell’ambito della cristianità. Per secoli il Cattolicesimo è stata religione di Stato ma nel corso degli ultimi decenni è cresciuta una galassia di chiese cristiane evangeliche ormai quasi maggioranza nel Paese.

Si tratta di chiese numericamente di limitate o medie dimensioni, molto spesso gruppi di preghiera presenti sin nella Selva Amazzonica. In tutti i casi sono comunità impegnate attivamente nell’assistenza spirituale e materiale dei milioni di indigenti, nella condivisione e nella fratellanza nei più vari contesti sociali.

Lucilene Almeida Cilene coordina un gruppo di preghiera evangelico, declinato prevalentemente al femminile.

Il potere della preghiera

Ieri sera, qui a casa mia, ho avuto un incontro di preghiera meraviglioso con le sorelle.

Quando parliamo di preghiera pensiamo subito a richieste o suppliche. La preghiera è anche questo, ha questi momenti, ma dobbiamo renderci conto che essa è la maggiore opera spirituale di un cristiano. Vediamo cosa questo momento consente.

Nella preghiera siamo sicuri di essere alla presenza del Padre perché il sangue del Figlio ci ha purificati dai nostri peccati e ci ha riconciliati portandoci alla Sua presenza.

Nella preghiera ci rallegriamo in Sua presenza e colmato il cuore di gioia perché gli stiamo tenendo compagnia.

Nella preghiera abbiamo lasciato le nostre ansie e Lui ci toglie il nostro carico pesante per darci il suo giogo perché è leggero e soave.

Prendiamo in considerazione le persone che conosciamo e anche quelle che non lo sono. Assumiamo la nostra vita vera e restiamo in piedi davanti a Dio come in un sacerdozio reale. Pertanto, tutti i nostri amici, i fratelli e la famiglia potranno sentirsi benedetti, così come noi ieri abbiamo pregato per tutti i ragazzi.

Infine, siamo pieni di gioia per lo Spirito che ci è dato in risposta e ringraziamento per le nostre preghiere.

Lucilene Almeida Cilene

LUCILENE ALMEIDA CILENE: LA PAROLA CHE GIUNGE DAL BRASILE

Contributo di Roberto Ferro

Ho conosciuto Lucilene Almeida Cilene alcuni mesi or sono tramite fb e, da allora, questa donna che lavora duramente in un distretto sanitario di un’area sottosviluppata del Brasile per tutelare la salute delle donne, non ha smesso di dialogare quasi quotidianamente con me. Con quattro figli a carico, sola, alle prese con bambine e donne in condizioni fisiche e psicologiche difficili, Lucilene mi ha sempre donato allegria e voglia di vivere.

Soprattutto ha dimostrato di possedere una gran fede in Dio ed una spiritualità delicata. Lucilene è infatti Cristiana Evangelica, una confessione del Cristianesimo ormai quasi maggioritaria in Brasile!

Innumerevoli gli inconvenienti derivanti dalle differenze di fuso orario. Cento volte Lucilene mi ha scritto mentre cenavo pensando fosse mattina in Italia, e viceversa. Sono scherzi del fuso orario. Posso solo affermare che è divenuta con i mesi una mia collaboratrice preziosa, fonte di dialogo esistenziale e culturale, oltre ora ad essere fan di MY Private MIND.

Ieri Lucilene mi ha inviato breve meditazione ed io ho deciso di proporla ai lettori di MY Private MIND, credenti e non, cristiani o appartenenti ad altre religioni. E’ un messaggio che giunge dalla povertà, dall’indigenza ma è anche impegno a migliorare la salute ed il benessere del prossimo anche con la Parola di Dio e con quella umana (anche poetica).

Dio ha portato all’esistenza le cose che ancora non esistono, per Parola.

Quando Egli disse sia fatta la luce e la luce fu.

Ha portato l’esistenza di cose che non esistevano solo dicendo la Parola. Questo dovrebbe rafforzare e confermare la nostra fede.

Ogni volta che si prende la parola, qualcosa che non esiste viene alla luce.

Questo è meraviglioso.

Non dire che sei debole, perché più si dice che si è deboli, più debole diventa semplicemente affermare che si è deboli.

Tuttavia, se segui la parola che dice: “Io sono forte”, la forza viene alla luce.

Non dire: “Io non ho il potere”, Più lo si dice più si diventa deboli.

Tuttavia, se si dice: “Lode al Signore”, potrai avere il potere attraverso la Parola: Tu hai il potere.

Non abbiamo niente in noi stessi, ma abbiamo tutte le cose per mezzo del Verbo.

Loda il Signore per la luce della sua Parola, che porta la vita in tutte le cose che non esistono.

Lucilene Almeida Cilene