IAIA CORCIONE: UNA DONNA NATA PER L’ARTE

Contributo a cura di Roberto Ferro

Incontrare Iaia Corcione, in una intervista condotta per MY Private MIND e non sul palcoscenico, il suo ambiente naturale, è paragonabile a compiere un viaggio nell’arte, senza riguardo per alcuna musa. Artista completa, come vedremo, si lascia avvicinare e conoscere con immediatezza e spontaneità rare nel mondo dello spettacolo attuale. La semplicità la caratterizza per l’animo profondo, abituato a esprimere e a riassumere eventi fondamentali della vita tramite il semplice sorriso o il pianto.

Come e perché ti sei avvicinata al teatro?

Ho praticato il teatro sostanzialmente per passione” – ha esordito Iaia Corcione – “ Provengo da una famiglia di teatranti. Ho due sorelle ballerine classiche diplomate al san Carlo di Napoli, la più grande ha raggiunto il ruolo di solista, l’altra ha anche esperienza come attrice, mio padre è un attore di teatro e del piccolo e grande schermo, mia madre ha sempre avuto la passione per l’arte ma non ha esperienze in merito. Già a due o tre anni desideravo fare l’artista, mangiando a pranzo e a cena pane e teatro…Fin da piccola sapevo di voler fare questo”.

Tu reciti, danzi e canti…

…In realtà ho iniziato con la danza, mia prima passione, poi crescendo mi sono resa conto che avevo bisogno di arricchire il mio bagaglio artistico ed ho così cominciato a recitare ed a fare esperienze col canto” – il tono di voce di Iaia è allegra, i ricordi scorrono rapidi -”A diciannove anni mi sono trasferita da Napoli a Roma. La capitale mi offriva di sicuro molte più chance rispetto a Napoli sia per il perfezionamento dello studio che per l’inserimento al lavoro. A Roma ho conosciuto gente della televisione, del teatro e del cinema..”.

Ti sei spostata di residenza, per lavoro. Il viaggio è dunque la nemesi, il destino dell’attore?

Ho questo spirito nomade. Bisogna averlo quando si hanno produzioni con molte date e quindi è necessario un grande spirito di adattamento. Il fatto di nascere a Napoli mi ha resa molto fatalista, quindi seguo il corso della vita così dove mi porta…Non ho alcuna difficoltà a stare a Palermo…. In fondo i napoletani sono come i palermitani (il regno delle due Sicilie) siamo cugini…viviamo nello stesso modo i valori della vita e le nostre tradizioni con l’impegno e passione… Spesso dico tra me e me di avere diverse vite…Ogni ciclo della mia vita ha situazioni ed esperienze diverse, legate esclusivamente a quel periodo a quel luogo…”.

Che emozioni suscita salire sul palcoscenico?

Si nasce con queste caratteristiche: l’esibizionismo, l’esigenza di essere al centro dell’attenzione. – e Iaia Corcione riconosce esplicitamente in sé queste caratteristiche – “Il rapporto con il pubblico è di tipo empatico, c’è uno scambio di energie tra il pubblico e l’attore..:Fondamentale è entrare nei personaggi. il pubblico dona energia all’attore… Rispetto alla televisione, il teatro è diretto e vivo, per questo lo amo di più”. . Comunque, recitare è una missione perché non ho mai detto “stasera non me la sento”.

Hai recitato con molti grandi attori e attrici. Quali di essi ti hanno interessato particolarmente?

Tutti mi hanno interessato e colpito, di sicuro mi hanno arricchita. Ho sempre amato osservare da dietro le quinte per imparare. Tra i grandi nomi con i quali ho lavorato: Lando Buzzanca, Nino Castelnuovo, Andy Luotto, Carlo Croccolo, Cosimo Cinieri, Pippo Franco, Enzo Garinei, Pino Caruso, Isa Danieli, Carlo Buccirosso, Cristina Lionello, Silvio Spaccesi, Vittorio Marsiglia, Agostina Belli.

Quale musa prediligi?

Certamente la musa della danza, Tersicore, mia prima passione. Per quanto riguarda la prosa gli autori che amo di più sono Luigi Pirandello ed Edoardo De Filippo. Rappresentano la vita vera, personaggi veri, spesso impelagati in situazioni grottesche ma nello stesso tempo reali, costretti, come diceva Pirandello ad indossare una maschera per affrontare la società, costretti ad affogare la vera natura”.

Quale è la serata che ricordi con maggio trasporto?

E’ stata quando per la prima volta, dal corpo di ballo sono divenuta solista, soubrette…. Lavoravo all‘Augusteo di Napoli con Vittorio Marsiglia, un grande macchiettista. Devo a lui la possibilità di uscire dal “gruppo”. ..Aveva bisogno quell’anno di una nuova soubrette e dopo un provino decise di darmi la parte… Ogni sera vivevo lo spettacolo con grande gioia, emozione e gratificazione..Lo spettacolo era intitolato Ragioné voi dovete ragionà. Ricordo la prima! Le gambe mi tremavano dall’emozione! Da quel punto è iniziata la mia carriera da solista!”

Come ti descrivi come donna e cittadina?

Luminosa, sociale, di compagnia! Mi piace molto stare con la gente…Amo vivere alla giornata, godendomi la vita giorno dopo giorno…vorrei farlo senza regole ma il mondo ahimè ne è pieno..Spesso mi ritrovo ad interpretare ed a vivere tante personalità di donne sul palcoscenico e forse è proprio questo che mi fa sentire bene, il fatto di essere così complessa…Credo però che sia una prerogativa dell’artista. E’ quello il bello…entrare ed uscire continuamente da personalità diverse, conoscere vite diverse…A volte mi è capitato di immedesimarmi così tanto sul palco, da credere che la mia vera vita era quella, quello che interpretavo in quel momento… Capita quando il ruolo che interpreti lo senti a te molto vicino… Come cittadina credo di meritarmi come tutti gli altri una società migliore ed un mondo migliore..Ci sarebbe tanto da dire…”

Mi descrivi in breve il tuo percorso artistico?

Mi sono fatta dal nulla, ho fatto la gavetta, come si suol dire…Amo il mio lavoro e non lo cambierei per nient’altro…per me è linfa vitale. Sono arrivata sin qui grazie alla mia perseveranza, ad un po’ di fortuna e al mio impegno…Attualmente sono impegnata al teatro Jolly di Palermo in Mettiamo il caso, uno spettacolo di cabaret esilarante. Con me in scena Giovanni Nanfa, Antonio Pandolfo e Giuseppe Giambrone, tutti bravissimi. E’ uno spettacolo di attualità dove si tocca spesso la satira politica. Alcuni dei miei personaggi, in chiave comica naturalmente, sono Veronica Lario e la Pascale.. Approfitto per invitare tutti. Saremo in scena fino al 13 di Aprile per poi riprendere con la turnéé estiva”.

Quali progetti?

Mi auguro che presto possa recitare nei ruoli che ambisco ad interpretare. Da buona napoletana, e quindi anche scaramantica, non svelo quali sono: come intitolava una commedia di Peppino de Filippo “non è vero ma ci credo”.

La Redazione di MY Private MIND ringrazia Iaia Corcione per la disponibilità dimostrata in questa occasione e si augura, a nome dei lettori, di averla in futuro ancora tra noi, in futuro, profonda arguta e sorridente come sempre.

DADO TEDESCHI E LA COMICITA’ SOFFICE ALLA CORTE DEI MIRACOLI

A cura di Roberto Ferro

Esistono anniversari di routine: per esempio, quelli funesti della suocera, del Presidente della Repubblica o di rivoluzioni o guerre. Ne esistono altri, invece, che si celebrano con piacere e per i quali si sfidano avverse condizioni climatiche. Li frequentiamo perché sono divertenti e spassosi, non banali, e donandoci benessere li li racconteremo al prossimo.

Eccezionalmente ci si imbatte in ricorrenze matriosche, ossia anniversari negli anniversari (entri in uno e ne scopri un altro, apri una porta nel cielo blu come in un quadro di Magritte) e, per la prima volta ti accomodi in una luogo particolare, La corte dei miracoli, un tempio della comicità d’autore milanese. Un tempio che festeggia il quarantennale dalla fondazione nel 1984 e che ha funzionato e funge ancora da scuola, sotto la severa regia di Renato Converso, di generazioni di comici (“non di cabarettisti” tiene a ribadire nell’introduzione Renato Converso stesso).

Dado Tedeschi ha sciorinato con indaffarata allegria la propria storia di comico d’autore sotto forma di menu della serata. Ogni componente del pubblico poteva scegliere in tutta libertà lo sketch più gradito e proporre un argomento da far sviluppare al povero artista (che, visti i titoli, avrà certamente sorriso sotto i baffi).

Un repertorio che tocca, con la doverosa assenza della politica, l’intera vita umana (nostra e di Dado Tedeschi in particolare): le complicare relazioni affettive, la saggezza dei figli suoi, la conquista del sesso opposto in tutte le sue forme, l’omosessualità, le auto monovolume e le piccole e grandi idiosincrasie quotidiane….

Tutti gli sketch sono caratterizzati da una caratteristica comune, un aggettivo li accomuna tutti anche quando parlano di Dio e Chiesa. La comicità di Dado Tedeschi è soffice, rotonda : per le fattezze stesse del protagonista, il suo accarezzare con lo sguardo il pubblico senza blandirlo eccessivamente né insultarlo, la mimica attenta e nello stesso tempo contenuta e… il buon gusto delle battute dove anche le parolacce, o l’indicibile, divengono normali scampoli di comicità mai banali o scurrili.

Egli con sforzo apparentemente minimo gonfia palloncini di parole, descrivendo nell’aria situazioni e eventi, senza compiacersi troppo della propria opera…Anzi, scrutando sornione il pubblico a tratti attonito.

D’improvviso, dopo tanta soffice agire, Dado Tedeschi estrae uno spillo acuminato e, dopo aver gonfiato il soffice pallone, rapidamente lo affloscia improvvisamente per far ridere e molto spesso applaudire. Lo spettatore trasalisce, trattiene il fiato, sobbalza sulla sedia, lancia uno sguardo implorante al bellissimo tromp d’oil di sfondo, e esclama tra sé e sé (“Anch’io sono fatto così!”).

A differenza del cabaret televisivo, privo di pubblico reale e quindi di calore umano, l’arte di Dado Tedeschi è figlia della dura scuola de La Corte dei Miracoli, dove se non non sei più che bravo di strada ne fai ben poca. E poi i trucchi del mestiere: si individua la tranquilla simpatica signora Tina e la si usa come sponda silenziosa. Ci vuole arte per rendere dialogo il monologo evitando la sgradevole reazione: “Ce l’hai con me, forse?”

Certo, Dado Tedeschi potrebbe rimproverarmi per non descrivere uno o molti suoi sketch, segni tangibili di 25 anni di carriera. Per quanto mi riguarda sono convinto di descrivere una sola realtà: le parole, gli sketch tutti possono leggerli o provare a rappresentarli, ma solo Dado Tedeschi riesce a renderli inimitabili, divertenti e fonte di buon umore!

Dove potrete incontrare ancora Dado Tedeschi? Certo, a La Corte dei Miracoli, ma anche . Per quanto mi riguarda lo frequenterò sarò sicuro di aver speso bene, anche in condizioni meteo avverse, il mio tempo, perché il buon umore allunga la vita e favorisce il sorriso!

 DADO TEDESCHI FOTO

LA VITA NELLA RECITA DI ANGELO MIRISCIOTTI

ANGELO MIRISCIOTTI NAPOLI FOTO

Contributo a cura di Brunella Postiglione

Nel momento in cui le strade della città diventano le quinte di una realtà che langue, ci si rifugia nella finzione che appare meno tale quando è buona recita.

Certamente uno dei motivi per cui il teatro riesce a coinvolgere tanti appassionati è proprio nella ricerca di un luogo che non nuoce fisicamente anzi ovatta tra le poltrone di una sala, pur rappresentando ciò che vive tra gli spazi meno illuminati e fragorosi della vita.

Uesto è il motivo del successo del Teatro dell’attore – regista Angelo Mirisciotti e questo il motivo per cui molti non hanno potuto assistere alla sua commedia “Commissariato Stella” in quanto la sala nei tre giorni di replica ha dato il tutto esaurito.

Il nostro plauso al Regista e agli Attori, ci piace ricordare: Raffaele Wirz, Aldo Caravella, Gilda Pitone, Paola Mirisciotti, Giacomo Privitera, Antonio Laltrelli, Davide Fortlì, Rita Pappagallo, Alberta Zambardino, Vanessa Capuozzo, Valerio Lombardi, Mario L. Greco, Franz Sorriento, Valentina Apa, Michela di Costanzo, Carlo Iaccarino per i costumi di Susy Garofalo, le scene di Luigi Stizzo e il trucco di Rayan Make Up, Ognuno con la propria opera ha contribuito alla riuscita della messa in scena di un fiore di Commedia.

Il plauso continua per tutti coloro che con l’appassionata partecipazione tengono in vita non solo lo Spettacolo per eccellenza, ovvero il Teatro, ma un’Arte, la Cultura.

MY Private MIND UN BLOG AL SERVIZIO DELL’INFORMAZIONE

Perché si fonda un blog? Per disponibilità di tempo, per una mission culturale e politica, per l’esigenza di informare il pubblico. MY Private MIND nasce anche da queste motivazioni ma non solo.

MY Private MIND nasce, anche, dall’insopprimibile desiderio di liberarsi dalle costrizioni del qualunquismo, del non detto e dalla scelta di non osare. Pochi giorni or sono mi sono trovato nelle condizioni di abbandonare il frutto di un duro lavoro in altro blog e, come si osservano i figli ben cresciuti e sani, mi sono voltato un attimo per vederlo camminare nella blogosfera augurandogli un futuro positivo.

Pochi attimi dopo ho preso la decisione di fondare un nuovo blog portando in esso le medesime caratteristiche del primo: chiarezza di informazione, ponderatezza, ironia ed autoironia, valorizzazione degli uomini e delle donne di cultura intervistati. Soprattutto, la certezza della gratuità! Anche per i giovani creativi che hanno ricevuto in questi mesi ospitalità e incoraggiamento.

Non sono onnipotente o malato di narcisismo! Non mi sogno neppure lontanamente di affrontare questa impresa da solo. Ho ricevuto incoraggiamenti e offerte di collaborazione da molte e molti e, a Dio piacendo, con le settimane, se ne vedranno i risultati. Due decisioni si rendono tuttavia indispensabili.

La prima sarà quella ormai imminente di costituire una Redazione che consenta di condividere le decisioni editoriali e organizzative, anche se dispersa (o disseminata) in differenti città italiane.

La seconda, già in atto, sarà quella di rendere gli artisti e le donne e gli uomini di cultura da “oggetti” sia pure stimolanti e partecipativi nella stesura di interviste od articoli a protagonisti che descrivono in prima persona il proprio impegno.

Sono entrambe scelte faticose ed impegnative! Se i lettori mi conforteranno con il gradimento visitando MY Personal MIND allora sicuramente esso diverrà YOUR Personal MIND.

Roberto Ferro

 

 

LUCILENE ALMEIDA CILENE: LA PAROLA CHE GIUNGE DAL BRASILE

Contributo di Roberto Ferro

Ho conosciuto Lucilene Almeida Cilene alcuni mesi or sono tramite fb e, da allora, questa donna che lavora duramente in un distretto sanitario di un’area sottosviluppata del Brasile per tutelare la salute delle donne, non ha smesso di dialogare quasi quotidianamente con me. Con quattro figli a carico, sola, alle prese con bambine e donne in condizioni fisiche e psicologiche difficili, Lucilene mi ha sempre donato allegria e voglia di vivere.

Soprattutto ha dimostrato di possedere una gran fede in Dio ed una spiritualità delicata. Lucilene è infatti Cristiana Evangelica, una confessione del Cristianesimo ormai quasi maggioritaria in Brasile!

Innumerevoli gli inconvenienti derivanti dalle differenze di fuso orario. Cento volte Lucilene mi ha scritto mentre cenavo pensando fosse mattina in Italia, e viceversa. Sono scherzi del fuso orario. Posso solo affermare che è divenuta con i mesi una mia collaboratrice preziosa, fonte di dialogo esistenziale e culturale, oltre ora ad essere fan di MY Private MIND.

Ieri Lucilene mi ha inviato breve meditazione ed io ho deciso di proporla ai lettori di MY Private MIND, credenti e non, cristiani o appartenenti ad altre religioni. E’ un messaggio che giunge dalla povertà, dall’indigenza ma è anche impegno a migliorare la salute ed il benessere del prossimo anche con la Parola di Dio e con quella umana (anche poetica).

Dio ha portato all’esistenza le cose che ancora non esistono, per Parola.

Quando Egli disse sia fatta la luce e la luce fu.

Ha portato l’esistenza di cose che non esistevano solo dicendo la Parola. Questo dovrebbe rafforzare e confermare la nostra fede.

Ogni volta che si prende la parola, qualcosa che non esiste viene alla luce.

Questo è meraviglioso.

Non dire che sei debole, perché più si dice che si è deboli, più debole diventa semplicemente affermare che si è deboli.

Tuttavia, se segui la parola che dice: “Io sono forte”, la forza viene alla luce.

Non dire: “Io non ho il potere”, Più lo si dice più si diventa deboli.

Tuttavia, se si dice: “Lode al Signore”, potrai avere il potere attraverso la Parola: Tu hai il potere.

Non abbiamo niente in noi stessi, ma abbiamo tutte le cose per mezzo del Verbo.

Loda il Signore per la luce della sua Parola, che porta la vita in tutte le cose che non esistono.

Lucilene Almeida Cilene

ALLA RICERCA DEL SACRO GRAAL: STORIA LEGGENDA FANTASIA TRA LE ROVINE DELLA FORTEZZA DI MONTSEGUR

Scritto da Graziano  Badolato

Era una giornata luminosa, Monsieur Gilbert stanco, dopo un lungo viaggio, non riusciva a riposare nella camera d’albergo di Perpignan, un solo pensiero nella testa: la fortezza di Montsegur.

Dopo tanto tempo, finalmente, ritorna in quella valle dei Pirenei, luogo d’antichi splendori dove un piccolo gruppo di Catari, custodi di un segreto inestimabile mai ritrovato, il Sacro Graal, furono sterminati nel 1244 per mano dei Francesi.

Innumerevoli le storie dietro questo nome pieno di fascino e mistero, ma Monsignor Gilbert ha deciso: dopo tanti anni di studi è arrivato il momento, il luogo della sua ricerca sarà Montsegur; il castello, i sotterranei, le grotte.

Monsieur Gilbert ricorda

Per alcuni secoli la coppa restò in Inghilterra. Coloro che la custodirono erano protetti dalla magica coppa; placava la loro sete, saziava il loro appetito, guariva le ferite mortali.

Durante il regno del leggendario re Artù, il Sacro Graal venne custodito in una grande fortezza da un valoroso cavaliere. Egli venne meno al suo Sacro dovere per amore di una donna, e un giorno, durante un duello, venne ferito gravemente.

Tutto intorno alla fortezza che ospitava il Sacro Graal, la terra si fece arida e deserta, il cavaliere era ferito a morte e tuttavia incapace di morire, vedeva spegnersi a poco a poco il suo potere, solo pescando era in grado di dimenticare la sua condizione.

Da quel momento lo chiamarono Re pescatore, così quella che doveva essere la benedizione del Santo Graal, divenne una maledizione. La leggenda narrava di un cavaliere innocente, Parsifal, che un giorno avrebbe porto al Re pescatore una precisa domanda e la terra “sarebbe rifiorita”.

Un raggio di sole attraversando le nuvole colpisce il viso di Monsieur Gilbert che, distolto dai suoi pensieri, inizia a osservare il paesaggio circostante: è l’alba del 21 giugno, solstizio d’estate, il giorno più lungo dell’anno, la notte più corta…La meta è vicina. Monsieur Gilbert, nel riconoscere i luoghi dove i Catari si insediarono e vissero sino alla loro scomparsa, avverte un brivido di freddo che attraversa tutto il suo corpo, una grande emozione l’assale nel rivivere in pochi attimi l’odissea di questo popolo.

La storia ci racconta dei Catari, membri di una setta che aveva ereditato la propria dottrina del culto di Zoroastro e dai Manichei, nati in Medio Oriente; si trasferiscono in Europa attraverso la Turchia e i Balcani, insediandosi in Francia nella regione della Linguadoc nel 1100.

Essi avrebbero potuto portare con sé il Sacro Graal durante le loro peregrinazioni ed esso potrebbe trovarsi nascosto nei sotterranei del castello di Montsegur. Per alcuni secoli molti si spinsero alla fortezza, con l’intento di scoprire il luogo dove era custodito il Sacro Calice, senza nessun risultato.

Tra il 1102 ed il 1271 i seguaci della religione Catara sono accusati d’eresia, processati e sterminati nella Francia meridionale, a migliaia morirono in Linguadoc: la loro lingua (il provenzale) e la loro civiltà furono cancellate.

In quel periodo compaiono in rapida successione i principali testi del Sacro Graal. I più importanti manoscritti vengono dal Galles, Inghilterra, Francia, Spagna e Germania. Gli scrittori parlano della possibilità che il Sacro Graal si trovi in Europa, senza per altro rivelare informazioni precise sul luogo esatto dove si trovi.

Durante la Seconda Guerra Mondiale si torna a parlare del Sacro Graal. Otto Rahn, un ufficiale delle SS, e il filosofo Alfred Rosenberg, amico di Hitler, intrapresero scavi archeologici a Montsegur e in altre fortezze catare, alla ricerca del Sacro Graal.

Dopo aver scritto un libro sul Sacro Graal, Otto Rahn scomparve misteriosamente. Secondo alcuni fu rinchiuso in un campo di concentramento “perché sapeva troppo”.

La fortezza di Montsegur, eccola imponente che domina la valle, poggiata sulla roccia, illuminata dal sole, le pareti bianche erose dal tempo, la sua forma triangolare dove al vertice una volta si ergeva la torre ormai crollata.

Monsieur Gilbet, estasiato da questo spettacolo, nuovamente sente una emozione che l’assale, il cuore accelera i battiti, la temperatura del suo corpo aumenta, anche l’adrenalina sale. E’ arrivato il momento tanto atteso. Di fronte a lui la fortezza, la storia, la leggenda, il mistero.

Un uomo decide di dedicare tutta la sua vita ad una ricerca così difficile e d’improbabile riuscita, seguendo un percorso che parte dal Medio Oriente per raggiungere l’Europa, lungo un arco di diciannove secoli che coprono la nostra storia: antica, medioevale, moderna e contemporanea.

Questa esigenza, alimentata dal bisogno di sapere, conoscere, capire, spinge l’uomo ad accettare sfide sempre più difficili. Passando attraverso successi e fallimenti egli realizza i grandi obiettivi. L’esperienza acquisita nel tempo è punto di riferimento importante per ogni uomo, è il suo “tesoro”, un bagaglio di conoscenze che, trasmesso alle generazioni future, permetterà loro di orientarsi verso mete sempre più distanti.

Dare una risposta alla domanda della vita coinvolge tutti gli uomini. Ognuno ha il suo Santo Graal, diverso per forma, natura e significato. Quello che conta non è trovarlo ma la sua continua ricerca, è il viaggio attraverso la vita stessa.