RAFFAELE CRISAI: NAPOLI E’ UN MONDO DA SCOPRIRE

Contributo a cura di Roberto Ferro

Napoli, dal punto di vista dell’arte, della musica in particolare, é un mondo sorprendente. Se ci avvicineremo con rispetto e curiosità scopriremo espressioni d’arte che non raggiungeranno magari un pubblico nazionale ed internazionale ma che, non di meno, sono apprezzati da giovani e meno giovani.

Raffaele (Raffy) Crisai, personalità sfaccettata, compositore musicista e attore caratterista, offre ai nostri lettori l’opportunità di ottenere preziose curiose informazioni.

Come e quando é iniziata la tua carriera artistica?

La mia carriera artistica ha avuto avvio negli anni ’80 quando ho iniziato a scrivere poesie e componevo dei motivetti con una pianola… Punti di riferimento iniziale sono stati Franco Ricciardi e Ciro Rigione ed a loro sono riconoscente.

Seicento canzoni sono molte….

Tramite il connubio tra testo e musica componevo le canzoni che proponevo a vari artisti partenopei. Suonavo a orecchio e mi veniva bene cantare…perché mi veniva bene farlo.

Per quali artisti hai composto?

Ho composto molte canzoni, più che per me, per vari big. Cito alcuni nomi: (???? che nome) D’Onofrio, Gino Da Vinci, Anna Merolla, Franco Calone, Gianni Celeste, Lino Tozzi… Come vedi tutti nomi della musica popolare partenopea attuale.

La tua esperienza di attore?

Si tratta certamente di film amatoriali ma …non solo. Il film Misto parla di razzismo tra due ragazzi, lui di colore e la ragazza bianca…Ma alla fine trionfa l’amore. Il mio ruolo é stato di paroliere, di autore dove nel film proponevo le mie canzoni ad un boss. Avevo la passione di cantare. La regia é di A Kader Alassane.

Mi potresti parlare del colossali biblico?

Per quanto riguarda il kolossal biblico la regia é di Enzo Donnarumma. Il film fu girato sulle montagne di Benevento. Il mio ruolo era quello di prete – fariseo. Indossavo un abito da prete e pronunciai alcune parodie contro Cristo, gli scagliai pietre, insulti e sputi…Per me fu una esperienza che non dimenticherò mai perché, dopo aver girato le scene sfogai in lacrime le emozioni che avevo vissuto…In realtà Gli chiesi perdono.

Cosa significa “comico ironico”?

Significa che io non prendo mai le cose sul serio. Anche se sto vivendo attimi di terrore trovo sempre l’ironia e la comicità per sdrammatizzare le cose.

Che programma é I 3 Spaccanapoli?

La Squadra 3 Spaccanapoli è un serial televisivo al quale partecipò anche la buonanima di Pietro Taricone. Il mio ruolo era quello di detenuto che giocava a carte nella cella di un boss, dove vinceva sempre lui ed io, non potendo sfogarmi con il boss, buttavo le carte per terra…Andavo su tutte le furie per la sua fortuna..:Spaccanapoli non era il titolo del programma ma quello del quartiere di Napoli dove si girava la maggior parte delle scene del film La squadra 3.

Mi potresti parlare del film Il nuovo ordine mondiale con Enzo Iacchetti?

Il nuovo ordine mondiale con Enzino Iacchetti e Stefania Orlando, regia di Fabio Ferrara, é un film pieno di ironia. Enzino Iacchetti vorrebbe sanare i problemi di delinquenza presenti a Napoli e per questa ragione viene minacciato da un delinquente al tavolo del ristorante di un hotel a Caserta. Ho ottenuto un ruolo secondario come cliente del ristorante…Assistendo all’episodio…mi sono alzato e l’ho affrontato (il boss).

Hai all’attivo altri film, mi pare… Uno che uscirà tra poco.

Ho da poco finito di girare un film a Roma intitolato Lo chiamavano Jeeg Robot, regia di Manetti. Io faccio la parte del bagarino napoletano (fondamentale era l’accento napoletano) Poi un personaggio era dotato di poteri sovrumani che si reca allo Stadio Olimpico, alza la transenna ed entra (gratuitamente) facendo accorrere molti tifosi senza biglietto.

Poi, infine..

Tra poco uscirà una fiction intitolata Sodoma, la scissione di Napoli, regia di Gaetano Damiani. Il film narra della malavita (camorra) e l’uccisione di Verde alla 167 (una ragazza che bruciarono viva). Nel film io reciterò nel ruolo di guardaspalle e consigliere di famiglia di un boss…In attesa di proiezione su canale RAI

Progetti per il futuro?

Ho collaborato e collaborerò con gente di spettacolo quali Mary Fabbricino, Antonio Alfano, Massimo Pacillo e Nunzia Di Somma. Valuto una proposta di Alfredo Della Volpe, scrittore e sceneggiatore del film Il segreto del Barone Cassandro che prossimamente si girerà a Agerola e un altro film ambientato nel 1918 con intrecci di nobili con l’ambiente camorrista dell’epoca. Il mio ruolo sarà quello di un braccio destro di un boss . Di più non posso dire! Le musiche saranno curate dal Maestro Stelvio Cipriani. Dovranno uscire anche alcuni corti che ho curato. Non dimentico, una bellissima storia di un ubriacone che uccide la moglie e maltratta un bambino. Il mio ruolo é quello di un poliziotto

STEFANO SERINO: MACCHIETTA UOMO ORCHESTRA E INTERPRETE DELLA CANZONE NAPOLETANA

Contributo a cura di Roberto Ferro

Mi incammino per la via principale di Agropoli, isola pedonale. E’ sera, vigilia della festa patronale. La festa, al Sud, é sempre popolata da interessanti protagonisti: la folla, innanzi tutto, artisti di strada, madonnari, musicisti reggae.

D’un tratto mi presentano un artista che definire cantastorie appare, come si vedrà, tra breve, estremamente riduttivo. Stefano Serino é giovane, artista completo e, per mestiere e amore dell’arte, in continuo movimento.

Come si diviene artisti poliedrici a Napoli: per tradizione, retaggio familiare, amicizia oppure scoperta?

Prima della televisione esistevano compagnie girovaghe teatrali come i Cafiero, i Fumo i De Filippo ed altri ancora. Erano nuclei familiari e lì entravi necessariamente a far parte del cast. Ma ad ogni modo l’artista si rivela da sé se incontra l’humus giusto: ad esempio, Totò che non vantava famiglia artistica alle spalle.

Quale é stato il tuo percorso d’artista?

Il mio caso é come quello di Totò. Non per levatura artistica ma ho incontrato persone che hanno stimolato il mio interesse per la cultura musicale e napoletana facendo emergere la mia passione.

Provo a sbloccare le persone da comportamenti “artificiali”, imposti dai costumi e dai valori attuali, per riportarli a quelli naturali e spontanei.

Napoli é terra di macchiette (Totò e de Filippo) ma anche di protesta (Iaia Corcione). Dove collochi la tua arte?

La strada é una necessità e una scelta ma ogni luogo é un possibile palcoscenico. Ho pubblicato due CD (La Macchietta e Cantastorie Napoletano), una macchietta a fumetti e il libretto illustrato del Guerracino e tra poco sarà pubblicato il mio libro di sonetti napoletani.

Di significativo é che ogni volta che in strada si riesce a creare questa tensione scenica che solo nel silenzio del teatro puoi ottenere, questa é magia.

Potresti descrivere ai lettori il significato di “uomo orchestra”?

Veramente mi definisco “Uomo Banda” ma va bene lo stesso. E’ una icona della musica di strada. E’ forse l’esito necessario per chi vuole coniugare la propria passione musicale come lavoro quando non é sufficiente vivere di soli ingaggi.

La canzone napoletana é un mondo tutto da esplorare: dai neomelodici ai cantanti tradizionali al fusion. Quale é la tua esperienza?

Ho iniziato con un gruppo di musica popolare, gli Scatavajasse. Poi ho suonato il clarinetto in una band e ho approfondito gli studi musicali diplomandomi in solfeggio e studiando fisarmonica, per sfociare, infine, nella canzone classica napoletana con tutte le sue diramazioni. Per questo ho studiato canto per tre anni.

Che esperienza hai cumulato in veste di street artist?

Ci sono molti modi di essere busker. Il mio mi porta spesso a fare la vita del giostraio, del mercataro, girando di paese in paese col caravanv in attesa di eventi quali feste patronali, fiere, segre.

Hai progetti per il futuro?

Ho in cantiere un trio / quartetto sempre con questo repertorio: Napoli e la sua gente!

MUSICA NUOVA I GIORNI DELL’ASSENZIO A EATALY DI MILANO

Contributo a cura di Roberto Ferro

Tutto mi sarei aspettato varcando la soglia di Eataly alcune settimane or sono, salvo scoprire l’eccellente proposta musicale di una giovane band dal sound alternativo.

Dall’ascoltare la musica al desiderio di intervistare i componenti della band, il passo si é rivelato fortunatamente breve grazie alla disponibilità dei musicisti.

Quando avete iniziato nel 2012 da quali esperienze musicali provenivate?

Mattia De Iure (voce e chitarra): “Provengo da varie esperienze musicali che spaziavano dal blues all’alternative rock, compreso un progetto di inediti”. Mauro Bucci (batteria e cori):” Ho sempre suonato punk rock californiano per poi scoprire la passione del rock alternativo”. Tania Gianni (basso e voce): “In origine suonavo la chitarra in vari gruppi rock per poi passare al basso”.

Siete arrivati primi, se non erro, ad un concorso: esperienza utile che ripetereste?

Siamo arrivati primi al contest for maggio che si tiene ogni anno a Lanciano (CH). Il che ci ha permesso di essere notati dalla nostra etichetta discografica, Ridens Records, portandoci a firmare un contratto e quindi alla pubblicazione del nostro primo disco, Immacolata solitudine. Soprattutto ci ha permesso di conoscere persone fantastiche (musicisti e non) con cui siamo ancora in contatto. Sì, quindi é una esperienza da rifare!

Nella band dominano incontrastati basso e chitarra, senza batteria e fiati. Scelta ponderata oppure casuale?

L’idea originaria era proprio quella di formare un power trio d’impatto scenico e sonoro. Molto semplicemente, desideravamo sperimentare questa soluzione minimale e vedere cosa ne usciva fuori “giocando” molto con gli arrangiamenti vocali. Il risultato ci è piaciuto molto.

La vocalità maschile – femminile é relativamente insolita sullo scenario italiano (nel quale predomina lo schema leader più eventuali vocalist). Quali le motivazioni alla base di questa scelta?

Molto semplicemente avendo due cantanti vocali, il risultato ci é piaciuto molto.

I vostri pezzi sono attraversati dalla protesta contro l’immobilismo della società di provincia (e non solo). Che posizione assumete: protesta tout court, incitamento ad aggregarsi solo sulla base della musica oppure cambiamento operoso in cui la musica riveste un ruolo importante.

In realtà nessuna delle tre. La protesta in sé é già qualcosa di importante perché denuncia una situazione che non va. Ma se non é accompagnata dalla consapevolezza del fatto che cambiare non vuol dire solo smettere di non fare, é pressoché inutile. Bisogna completamente rivoluzionare il background culturale che si é instaurato nel nostro Paese. Noi, con la nostra musica cerchiamo di contribuire a questa rivoluzione della mente e del cuore.

Immacolata solitudine é il primo progetto. Quale é stato l’iter progettuale?

Immacolata solitudine é stato il frutto di un lungo lavoro di pre – produzione che abbiamo svolto con Paolo Paolucci e Davide Di Virgilio della Ridens Records, visto che i pezzi li suonavamo già da un paio di anni. Abbiamo quindi cercato di dare un sound generale alle canzoni più moderno e accattivante, coinvolgendo anche altri musicisti della scena frentana quali Ivo Bucci dei Voina Hen (voce in Eveline) o Luca Di Bucchianico del management del Dolore post operatorio (basso in Radioattività).

La critica ha posto (giustamente) in luce le band a cui vi siete ispirati: Verdena, Placebo, Sonic Youth. A mio parere un lontano antecedente negli Iron Butterfly degli anni ’70. Vi riconoscete in questi “antenati” (più o meno recenti)? Come definireste il vostro genere musicale?

Ci definiamo principalmente un power trio alternative rock. Le influenze sono tante, quindi citarle tutte sarebbe piuttosto lungo. Il richiamo, però, ai gruppi sopra citati é azzeccato. Noi però cerchiamo comunque di suonare ciò che ci riesce meglio, senza badare troppo al genere.

Quale pezzo vi rappresenta maggiormente. Immacolata solitudine con la sua completezza oppure Indifeso più orecchiabile?

In realtà amiamo tutti i pezzi del disco, non ce n’é uno in particolare, anche se suonare Gigante é sempre divertente.

Quali progetti bollono in pentola oltre naturalmente la presentazione dell’album?

Beh, prima di tutto faremo uscire a breve il secondo singolo. Poi stiamo lavorando su alcune nuove canzoni che speriamo di suonare il più presto possibile dal vivo. Chissà, saranno nel secondo disco!

Suonare questo genere musicale al Sud ora cosa significa in termine di spazi, occasioni e pubblico? Quale esperienza é stata per voi esibirvi a Eataly?

Riguardo il genere che facciamo, che per fortuna non é racchiuso in canoni ben definiti, possiamo dire che ci ha permesso di suonare un po’ dappertutto e di fare numerose aperture importanti come I tre allegri ragazzi morti, Il teatro degli orrori, Meganoidi, Gazebo penguins, Lo stato sociale e tanti altri.

Eataly é stata una esperienza fantastica, molto suggestiva e ha permesso di farci conoscere a Milano, città in cui non avevamo mai suonato.

Musicisti giovani e con le idee chiare! Mi ha sorpreso osservare la professionalità con la quale la band si é esibita a Eataly, una condizione certo insolita e nuova per il nostro Paese. Esibirsi nella grande sala, un tempo il mitico teatro Smeraldo, quasi sospesi nel vuoto, con un pubblico per lo più occasionale ed intento ad acquisti o alla ristorazione. non è facile.

In attesa di riascoltare la band a Milano, scopriamo Immacolata solitudine!

EVENTI CHE CAMBIANO LA VITA

Testimonianza di Roberto Ferro

Partire da Padova per partecipare ad un matrimonio di amici a Pesaro e nel volgere di attimi cambiare definitivamente emozioni e prospettiva di vita? Sì, é possibile, mi é capitato!

Il 2 agosto 1980, giorno di partenze per le vacanze. Da Padova, allora, non esistevano treni diretti al Sud lungo la linea adriatica. Era necessario scendere a Bologna e prendere una coincidenza.

Con una oretta di tempo a disposizione ed il caldo già opprimente, tra mille e mille turisti, valigie e zaini accatastati a terra, un caffè si imponeva e dieci minuti di sosta nella sala d’attesa di seconda classe tra bambini vocianti e anziani già stremati dalla fatica.

Una strana irrequietezza mi catturò. Mi alzai dopo pochi minuti, abbandonai quella sala e iniziai a guardarmi attorno. Tra i molti treni in sosta ai binari era disponibile un treno straordinario per Brindisi, in partenza entro pochi minuti. “Pazienza se viaggerò in piedi, importante é arrivare! Arriverò presto a Pesaro e mi riposerò meglio e più a lungo?” – questo pensiero, forse, mi ha salvato la vita.

Quando arrivai a Pesaro un particolare mi colpì. Contrariamente al solito, regnava il silenzio più assoluto. Non transitavano treni, tutti erano incollati davanti al televisore in bianco e nero del bar della stazione. Sembrava fosse scoppiata una caldaia nei sotterranei della stazione. Certo, le macerie erano ovunque, persino sul piazzale esterno.

Ora, dopo molti anni, posso affermare: “Sono stato un uomo molto fortunato!”. Ho consumato un caffè con la tazzina offerta da un barista, pagato alla cassiera, entrambi deceduti nell’attentato. Mi sono accomodato forse in prossimità dello zaino contenente il tritolo. Avrò ammirato silenziosamente una bella ragazza tedesca in partenza per Rimini.

Da 34 anni mi porto dentro domande senza risposta “Perché loro sì ed io no?” “Avevano commesso forse colpe ed io avrò avuto dei meriti particolari?”

Ferma e definitiva la condanna dei criminali noti e quelli ancora sconosciuti (non é pensabile che esplosivo tanto sofisticato e in sì grande quantità fosse in possesso di due poveretti, bellocci, assassini da strada). Chiunque sia stato, dovrà vedersela con il giudizio di Dio che non sarà misericordioso!

L’averla scampata, con gli anni, mi ha interrogato sull’aggressività. Non che anche prima, per carattere, fossi stato un violento per passione politica o un bullo. Ho sempre temuto le urla incontrollate, i sassi lanciati alla cieca, le prevaricazioni dei muscolosi.

L’attentato di Bologna mi ha convinto sulla necessità di togliere quanta più possibile terra sotto i piedi dei violenti. Ricorrendo alla ragione, all’ironia e alla comicità. Mi sono reso conto che i violenti “medi”, la massa degli individui potenzialmente “violenti” teme il ridicolo. Il film di Chaplin “Il grande dittatore” è odiato dai veri violenti.

Non si può fare nulla in questo senso con i delinquenti violenti, i terroristi, i Servizi Segreti e i mercenari ma, grazie a Dio, sono numericamente pochi e quindi più facilmente controllabili. Con loro é possibile utilizzare l’Autorità del Diritto.

Un ragionamento simile vale ancor più in questi anni, visitando fb. Incitamenti all’odio razziale, insulti più o meno gratuiti rivolti al prossimo, omofobia, immagine degradata della Donna..Magari, talvolta, affermazioni gratuite giustificate nel nome della Croce di Cristo (anche per i non credenti credo sia un utilizzo terribilmente strumentale).

Ricorriamo all’ironia, allora. Rispondiamo esplicitamente con sorrisi ironicamente luminosi ai beceri proclami di rancore ed odio. Tutti noi possiamo farlo! Ciascuno a modo suo, con la propria cultura musica ed arte.

Forse, rispondendo così, onoreremo gli ottantacinque morti e gli oltre quattrocento feriti dell’attentato di Bologna. Con semplicità ed efficacia, nella vita quotidiana!

EMPATISMO

Contributo a cura di Rosalba di Vona

Empatismo è un Movimento che vede la luce il 2 luglio 2014 da un’idea nata, quasi per gioco, su Fb, nel corso di una discussione sull’importanza della poesia, forma di comunicazione immediata in un mondo che corre inseguendo il tempo.

Così, da un semplice buongiorno, l’uno leggeva l’altro, scoprendo nei versi un legame sempre più profondo e vero..E’ stato come “respirare all’unisono” con battiti differenti, per ritrovarsi a considerare che l’EMPATIA é un fluido benefico, un vento che accoglie qualsiasi sussurro dell’anima e, anziché essere gelosi dei propri versi, questi Poeti hanno deciso di offrirli a tutti, come cibo quotidiano.

Il Movimento annovera fra i suoi fondatori personalità fra le più varie e disparate, residenti in diverse regioni italiane, impegnate in differenti professioni ed unite unicamente da un profondo amore per la Poesia. Nomi dei fondatori Giusy Tolomeo, Luisa Casamassima, Rosalba di Vona, Teocleziano degli Ugonotti ed Emanuele Marcuccio.

Scoprire che nel 2014 la poesia viene letta da milioni di persone grazie ai social network e che tanti addirittura la utilizzano come elemento terapeutico al disordine spirituale e sentimentale attuale, fa sperare in una RINASCITA della forma espressiva più alta della Cultura italiana.

MIRKO FAIT: QUANDO IL JAZZ INCONTRA LA VITA

 

 

http://youtu.be/R7Q-BAgAGMo

 

Contributo a cura di Roberto Ferro

Mirko Fait mi sorprende per gentilezza e disponibilità umane e professionali! I lettori di MY Private MIND potranno apprezzare l’umiltà e la semplicità d’animo di questo protagonista del jazz milanese e nazionale.

Con una famiglia di musicisti e d’origine vicino orientale, il tuo destino d’artista era, per così dire, già segnato?

Mi piace pensarlo! Ho sempre creduto che qualcosa scorresse nelle vene, anche se l’ho capito molto tardi. Tutti e due i miei nonni suonavano e uno dei due, che ha vissuto per vent’anni con gli zingari, suonava ben cinque strumenti, principalmente il violino. Anche mio padre suona la chitarra anche se ormai si dedica da quaranta alla scultura e alla pittura, passione che condivido e in cui mi sono cimentato nei primi anni della mia vita, poi abbandonata per la musica, linguaggio d’espressione con cui ho trovato più affinità.

Quando hai iniziato a suonare? C’è stato un evento particolare che ha determinato la tua scelta?

Ho iniziato a sei anni a suonare la chitarra, spronato da mio padre, ma pur essendo uno strumento bellissimo, dopo sei anni non si era radicata in me la passione per continuare. Neanche il fatto che mio padre fosse amico di Franco Cerri, che conosco fin da bambino, é servito. Si vede che non era mio destino!

E’ invece la morte di mia madre, relativamente in giovane età, a determinare il mio nuovo avvicinamento alla musica, un modo per fare uscire forti emozioni che magari non sarei riuscito a esternare.

Perché suonare il sax? Quali emozioni ti donava questo strumento?

Il sax é sempre stato uno strumento che mi ha affascinato. Oltre che per la sensualità del suono e dell’oggetto in sé, per la sua capacità di avere una voce strumentale diversa per ognuno che lo suonava. Possiamo riconoscere l’inconfondibile voce di John Coltrane, di Charlie Parker, di Stan Getz o di Art Pepper senza ombra di dubbio. Con il sax puoi esprimere gioia, dolore, malinconia, turbamento. Più che darmi emozioni, mi permette di buttarle fuori prima che prendano il sopravvento.

Il jazz é musica libera, senza apparenti costrizioni…Sicuramente, tuttavia, non tradizionale. Quali motivazioni alla base della tua scelta?

Apparentemente…. quello che si chiama improvvisazione é il frutto di anni di studio. Poter suonare senza apparenti costrizioni é il risultato massimo che si può ottenere dopo aver vivisezionato decine di scale, centinaia di accordi e provato innumerevoli volte un brano. Molte volte mi sono sentito dire che il jazz non é una musica tradizionale italiana. Penso che non ci sia niente di più sbagliato. Il jazz é in Italia da più di cento anni. Anche ai tempi della dittatura, quando era proibito ascoltarlo, molti lo facevano e lo suonavano. Mio nonno era tra questi.. Inoltre, alcuni dei migliori jazzisti del secolo scorso, erano proprio di origine italiana. Il jazz é tradizione nella mia famiglia da tre generazioni. Per me é stata una realtà naturale, anche se ho ascoltato di tutto nella mia vita.

La tua biografia parla di Cool Jazz: quali caratteristiche possiede questa forma di jazz? I lettori di MY Personal MIND non conoscono queste caratteristiche e potrebbero richiedere definizioni estremamente sintetiche.

Molto semplice! E’ un tipo di jazz che é nato agli inizi degli anni cinquanta, in contrapposizione al bepop che era molto aggressivo ed energico con una forte componente ritmica. Il cool jazz era invece calmo, soft e con una forte influenza data dalla musica colta europea. Se vogliamo, anche più melodico. Spesso bisogna dare una definizione. Questa é quella che più mi si avvicina, ma non suono una mera copia di quello stile. Da lì sono partito per un’evoluzione più moderna di quel linguaggio. Infatti, i miei brani, pur ispirandosi a quel periodo, sono indubbiamente attuali.

E’ possibile affermare che dal punto di vista professionale il punto di svolta sia avvenuto nel 2002 in occasione di Pitti Uomo con la session con Gendrickion Mena Diaz?

Non vorrei fare qui il filosofo, ma io vedo la vita e anche la musica come una lunga scalinata. Ogni scalino è un gradino in più. E’ vero, alcuni sono importanti come questa occasione che citi, ma tutti servono per andare avanti e crescere. A volte su un gradino ti fermi di più, a volte vai più veloce, ma tutti sono utili se vuoi andare avanti. E qualche volta bisogna fare anche un passo indietro per capire.

Hai collaborato con numerosi grandi artisti: quale (quali) ha lasciato il segno più duraturo?

Credo che per un’artista ogni collaborazione, ogni incontro, sia importante, anche con il più piccolo musicista. Tutti ti possono dare qualcosa o insegnare, anche umanamente. E’ anche vero che alcuni grandi hanno un’aura particolare e quando ci suoni insieme capisci perché sono dei grandi. Ma mi é capitato di trovare la magia anche con gli sconosciuti. Sarebbero troppi i nomi per citarli tutti, anche perché avendo gestito la programmazione in otto locali nella mia vita, i musicisti con cui ho fatto anche solo un paio di pezzi sono tantissimi.

Mi potresti parlare della collaborazione con il Mantic Ensemble di Danilo Manto e Max Patrick?

E’ stata per me la prima esperienza discografica anche se il cd é uscito anni dopo. Due grandi musicisti e maestri che mi hanno dato grandi emozioni con questi brani originali contenuti nel cd “Deep Lights”. Ho avuto carta bianca per esprimere tutto me stesso in una musica che per me era nuova: musica contemporanea, più vicina alla classica che al jazz. Il risultato mi stupisce ancora oggi.

Nel 2007 hai fondato il Fait Club Quintet: motivazioni, caratteristiche e collaboratori?

E’ nato per gioco! La similitudine fonetica del mio nome con il famoso film “Fight Club” ha fatto sorgere ad alcuni amici l’idea, visto che inizialmente eravamo in quattro come nel cult movie. Poi é diventato un quintetto. Mi é piaciuta e l’ho adottata trovandola autoironica. Poi ho dovuto abbandonarla perché molti mi scrivevano pensando che fosse un Club dove si suonava jazz e non un gruppo musicale!

Successivamente, in collaborazione con John Toso, hai inciso tre cd..

Sì, la collaborazione con questo pianista é stata proficua. Il suo modo di suonare molto calmo e romantico mi ha ispirato per fare numerosi pezzi nuovi, poco jazz ma molto d’ambiente, fruibili da un pubblico molto più vasto e meno esperto.

Il 2009 é stato un altro anno importante: la creazione e direzione artistica del progetto United Jazz Artists of Milan..

Ecco, questa è una di quelle occasioni, forse voluta dalla casualità. Grazie all’incontro con Gabriella Niccolai, cominciammo a fare delle feste con musica jazz a casa sua, dotata di spazio e di un bel pianoforte a coda. Nel giro di tre anni la voce si era sparsa e i musicisti che accorrevano a suonare erano decine e decine, per non parlare degli ascoltatori. Alla fine questa moderna magnate della musica, come nella migliore tradizione Medicea, mi finanziò per produrre un disco con tutti questi musicisti. Fu un lavoro colossale, per me, scegliere i gruppi, i brani, tra le centinaia che mi proposero, e organizzare la registrazione in soli due giorni in uno studio: 37 musicisti, 11 gruppi, 18 brani. Organizzai, sempre con Gabriella, anche la serata di presentazione del disco in un noto locale milanese. Furono quasi mille le presenze quella sera. Impensabile per un evento jazz. Con lo stesso progetto organizzai anche una serata di beneficenza per la tragedia di Haiti. Una serata riuscita per un buon scopo.

Italian Way Music ti ha affidato la direzione artistica della sezione jazz dell’etichetta. Perché?

Grazie al Progetto United Jazz Artists of Milan, l’etichetta decise di affidarmi la direzione che ho tutt’oggi. Purtroppo la mancanza di budget consistenti e la nota diffidenza di molti musicisti, troppe volte bistrattati dalle etichette, fa sì che i progetti jazz andati a buon fine non siano moltissimi. Comunque abbiamo un nutrito menu di nomi anche interessanti. Speriamo nel futuro!

E’ vero che nel 2010 il tuo brano “Sex for money” dell’album “Just for you” con John Toso é stato scelto per la compilation estiva “70 relacing holiday masterpiece”? Che effetto ti ha fatto trovarti a fianco di nomi come Miles Davis, Chet Baker, Louis Armstrong e Billie Holiday, solo per citarne alcuni?

E’ stata un’emozione pazzesca anche perché quando chiesero il brano dalla Francia io non sapevo che utilizzo ne volessero fare. Non avevano specificato che compilation fosse. Trovarmi di fianco a mostri sacri del jazz internazionale, ma anche nostrano come Enrico Rava, Franco Cerri e Stefano Bollani, per me fu una soddisfazione immensa, che mai avrei immaginato nella vita. Non mi sono mai montato la testa, però! Anzi, ritengo una spinta del destino studiare e fare di più per meritarmi un premio già avuto.

Un’altra compilation interessante in cui mi ha fatto piacere essere stato incluso con diversi brani é “Best Music Collection. The Masters of Sexy Music”.

Altri progetti importanti in corso d’opera?

L’incontro con Tiziano Jannacci mi ha portato a scrivere un brano con i suoi testi e con il bravissimo contrabbassista Claudio Ottaviano. L’abbiamo già registrato con il pianista Lorenzo Blardone e la splendida cantante Beatrice Zanolini. Sarà in uscita questo inverno con il progetto Jannacci Friends e vedrà impegnati alcuni tra i più bravi musicisti jazz della scena nazionale come Marco Ricci, Riccardo Bianchi, Marco Brioschi, Marco Detto, Giulio Visibelli, Luca Gusella e tanti altri.

Poi, entro pochi mesi, andrò in sala d’incisione a registrare il mio prossimo cd con il mio quartetto con brani tutti originali e tanti ospiti.

Ma tutto é ancora da scrivere e i gradini sono ancora tanti, spero…

AMO ANCHE SOLO

Recensione a cura di Anna Falco

Mi sento profondamente commossa nel descrivere le sensazioni meravigliose che ho provato nel leggere le poesie di Roberto Ferro.

Queste poesie riescono a trasportarmi nei luoghi dove lui ha vissuto; ne avverto gli odori, i sapori, tocco ancora le mura di una Sicilia pittoresca e affascinante. Piango e rido con lui. Entro nei vicoli con lui. Indosso l’abito da sposa e avverto dentro di me l’angoscia di un futuro di donna sottomessa.

Riesco a toccare i petali di un “Fiore” che invoca aiuto. Mi infreddolisco sotto una nevicata. Assaporo i baci che si imprimono sulle labbra quasi a sigillare un amore sconfinato che durerà per sempre.

Il mio corpo si materializza in un involucro senza vita, inerme contro una forza inarrestabile che mi rende spettatrice impotente.

Roberto Ferro é un poeta e un critico, un teologo e uno studioso dei problemi estetici del nostro tempo. La sua arte poetica é semplice e immediata. Il suo stile é paragonabile a un quadro naif in cui i personaggi sono imprigionati nello spazio senza tempo. I suoi versi a volte molto nostalgici e pieni di malinconia formano un ponte tra un passato che lascia l’amaro in bocca e il miele. Un romantico che lotta per i diritti dei più deboli, in primis per le donne sottomesse e maltrattate.

E’ un poeta che riesce a catturare attraverso gli occhi l’animo umano e le sue sofferenze. Un poeta che non si sofferma all’esteriorità. Le sue poesie sono dense di significati. Il poeta usa un linguaggio che arriva dritto al cuore. Dove uno sguardo riempie lo spazio e il tempo. Dove le mani sono strumenti di piacere. Dove una rondine danza sulle ali dell’amore e un bacio é un ponte tra due cuori.

Il poeta racchiude in una unica armoniosa percezione intellettuale l’universo che i nostri sensi percepiscono come incoerente e contraddittorio, natura e uomo.

Un “fiore” raffigura la vita nella sua delicatezza e la sconvolgente lotta per la sopravvivenza. La sua poesia é delicata come un candido giglio, colmo di odori, sapori e vicoli. In essa un percorso di vita difficile caratterizzato da un tardivo ravvicinamento paterno.

I termini che ricorrono frequentemente nelle sue pagine sono la lontananza, l’amore e il senso critico verso un luogo senza tempo come la Sicilia, terra in cui il poeta é vissuto per diverso tempo. I suoi versi sono sinceri, pieni di dolore e invocazioni impersonate da spose rassegnate e uomini senza futuro.

Un poeta che viaggia nel tempo attraverso sprazzi di memoria fotografica. Un poeta che mette l’amore al primo posto a cui riesce di trarre il meglio. A mio avviso é un artista che nell’arco dell’esistenza terrena é passato oltre l’amore materiale. Un uomo sognatore che vorrebbe cambiare il corso delle cose e la natura dell’uomo, un uomo che si “sposa” per necessità e non per amore.

ROBERTO FERRO

IO AMO ANCHE DA SOLO

Introduzione di Grazia Favata

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